Visitare Vieste

di | Maggio 22, 2011

Vieste, bellezza che abbaglia
Le case, i vicoli, le scogliere. Perfino la roccia nell’entroterra. Tutto nel borgo del Gargano brilla di un bianco accecante. Che offre mare, ma anche storia e gastronomia

di Isa Grassano

Vallo a spiegare ai turisti stranieri che le case bianche, unite da archetti, a strapiombo sulla roccia, non sono spolverate di borotalco. Ma è l’intonaco, in pieno stile mediterraneo, a dare a Vieste questo candore, quasi accecante. Periodicamente vengono imbiancate, perché come dicono gli anziani: “il bianco deve essere sempre più bianco”, quasi fosse uno spot pubblicitario. Sarà il colore che si fonde con l’azzurro del mare cristallino, sarà l’architettura delle case, la bellezza del paesaggio, l’eleganza fiera di chi vi abita, ma la cittadina, proprio sullo sperone dello Stivale, anche per quest’anno, si presenta tra le località più gettonate per le vacanze estive. Tanto che, da queste parti, la chiamano “la Rimini del Gargano”.

E quest’anno sarà anche più comodamente raggiungibile, grazie ad un nuovo servizio di collegamento autobus, voluto dal Consorzio Gargano Mare, che porta dall’aeroporto di Bari o dalla stazione ferroviaria di Foggia, direttamente in centro città.  Ed il bianco è il colore che domina ovunque. Tra le viuzze talmente strette che, in alcuni punti, fa fatica a passarci anche una macchina: erano state progettate su misura per gli asini.

Perdersi in questi vicoli, che a scalinata confluiscono nella piazza centrale, e che virano dal bianco al rosa, all’ocra, a seconda dell’ora e della posizione del sole, è l’unico modo per conoscere il cuore di Vieste.  Si può partire dal punto più alto dove si trova il castello di origine normanno-sveva (oggi adibito a stazione radar della marina militare), da qui c’è una bella vista sul mare; poi una visita alla Cattedrale in stile romanico e il campanile barocco, fino alla “Chianca Amara”, la pietra (in dialetto si chiama “chianca”), anch’essa bianca, che ricorda l’eccidio dei viestani da parte dei pirati turchi di Dragut Rais.

Era il 15 luglio 1554 e si racconta che appena furono aperte le porte della città, i pirati irruppero forsennati nelle vie, abbatterono le mura, saccheggiarono case e chiese. Vecchi, donne, bambini furono torturati e decapitati senza pietà: la chianca, tra il bagliore delle scimitarre, rosseggiò rosso, il sangue fluì come torrente nelle vie, mentre i giovani e le ragazze incatenati venivano trascinati sulle navi e fatti oggetto di commercio e di schiavitù.

Più in basso si arriva alla chiesa di San Francesco, con il poderoso bastione, mentre guardando verso l’orizzonte, si nota uno strano gigante di legno, svettante dall’acqua. E’ un trabucco, un’ingegnosa struttura per la pesca, costruita nell’Ottocento ma ideata, pare, dai Fenici. Collocati in prossimità della confluenza delle correnti, ossia lì dove il passaggio di banchi di pesce è maggiore ma nello stesso tempo è più pericoloso spingere le barche, questi marchingegni consentivano di pescare senza inoltrarsi in mare aperto, fronteggiandone i pericoli. Sembrano per quell’intreccio di travi e funi, tanto fragili e leggeri, ed invece riescono a resistere anche alla furia delle mareggiate.

Curioso è anche il Museo Malacologico (tel. 0884 707688), tra i più grandi in Europa, che espone oltre 12500 esemplari di conchiglie, diverse per forme, colori, dimensioni, provenienti da ogni parte del mondo e anche molti fossili di conchiglia.  La tentazione di portarle all’orecchio per sentire il rumore del mare è fortissima. Del resto, qui, ovunque c’è un’impronta di mare. Nell’arte e nella pietra. Nei sapori della cucina. E allora vale la pena spostarsi verso la zona costiera che si estende per oltre trenta chilometri, in un fantastico susseguirsi di grotte tra le più belle di tutto il Mediterraneo. Nei pressi della Testa del Gargano si distinguono la grotta Calda (così chiamata per la presenza di sorgenti tiepide) e quella della Campana piccola.

A Baia di Campi si trovano la grotta Sfondata, approdo di Diomede (alta ben 40 metri, dalla cui volta crollata si affacciano contorti pini d’Aleppo), e dei due Occhi (con due aperture, una vicina all’altra, dalle quali filtrano sciabolate di magica luce azzurra). Ma prima, sosta al faraglione di Pizzomunno, un bianco monolito, che si erge per 26 metri a guardia del litorale sabbioso. Quasi una sentinella sulle rive delle spiagge, neanche a dirlo, di sabbia fine e bianca. Ed un simbolo anche per la leggenda che racchiude. Narra la storia d’amore tra una bella fanciulla di nome Cristalda, dai lunghi capelli color oro, e un giovane pescatore, Pizzomunno.

Ogni giorno Pizzomunno, con la sua barca, andava per mare e le sirene, stupende fanciulle, ammaliate dal suo sorriso, emergevano dalle onde e intonavano in suo onore melodiosi canti marini. Queste creature erano come prigioniere dello sguardo del giovane e tante volte gli avevano offerto l’immortalità se fosse divenuto loro re ed amante. Ma Pizzomunno amava solo Cristalda e vane erano state le offerte delle sirene. Una sera, le sirene preso da un eccesso di gelosia, aggredirono Cristalda e la trascinarono nelle profondità marine. Invano Pizzomunno rincorse la voce disperata dell’amata ed il mattino successivo, i pescatori, trovarono sulla spiaggia quel bianco scoglio che la leggenda dice essere il giovane Pizzomunno pietrificato dal dolore. Si dice, che solo ogni cento anni, le sirene consentono all’infelice Cristalda di riemergere, per ritrovare il suo amante e rivivere così, per un solo giorno, la loro unione e la loro felicità.

Anche le grotte marine di Vieste sono intrise di racconti popolari. Dinnanzi alla Baia di San Felice con l’ardito “Architiello”, un fantastico arco creatosi dal lavorio del mare (è aperto nella roccia e sormontato da pini d’aleppo), ci sarà sempre qualcuno pronto a dirvi che quest’opera naturale è stata edificato dalle Ninfe marine e dai Tritoni in onore di Nettuno in viaggio di piacere con Anfitrite.

Infine, volgendo le spalle al mare, si giunge nella fresca quiete della Foresta Umbra, ombrosa come ricorda il suo nome, il cuore più antico del Gargano, uno dei maggiori gioielli naturalistici dell’Italia meridionale. E’ protetta da alberi secolari, tra cui i giganteschi faggi, protesi verso il cielo come altissime colonne. Se nel resto d’Europa crescono tra gli 800 e i 1400 metri d’altitudine, qui vivono benissimo, dai 400 agli 800 metri. Per gli sportivi numerosi sono i sentieri da fare a piedi, a cavallo o in mountain bike. Vi sono anche i resti di insediamenti preistorici tra i più remoti d’Europa come la Grotta di Paglicci, dove oltre 20 mila anni fa qualcuno incideva graffiti e dipingeva cavalli con il rosso dell’ocra sul bianco della pietra calcarea. Ancora il bianco.

da VIAGGI.REPUBBLICA.IT

Rispondi