Visitare Taormina

Alcune stagioni per il turismo sono meglio di altre e di certo la temperatura mite e i colori della Primavera hanno un loro perchè.

Colori limpidi, poco traffico, il Teatro Greco senza impalcature e scale posticce. La perla del Messinese va gustata prima dell’estate. Fino a qualche anno fa, lo si trovava in spiaggia anche a gennaio: Chico Scimone, pianista di grande talento ed esperienza, sportivo a oltranza, amatissimo negli Stati Uniti (“scalò” l’Empire State Building anche a 94 anni, due mesi prima di morire), uno dei personaggi più noti e amati della Taormina illustre, la Taormina della dolce vita, dei night club e dei David di Donatello, non avrebbe rinunciato per nulla al mondo alla sua lunga nuotata giornaliera invernale. “D’estate c’è troppa gente, a me il mare piace da novembre”, amava dire. Non ce ne sono troppi come lui: persino uno scandinavo troverebbe la temperatura dell’acqua del mare di Taormina, raffreddata dalle correnti dello Stretto, freddina d’inverno. Qualcuno ha delle remore a fare il bagno persino a giugno, per via della temperatura…Però il mare gioca lo stesso un ruolo importante in una vacanza fuori stagione nella cittadina siciliana. Intanto fa parte del panorama: si vede da ogni angolo, dal magnifico Teatro Antico, dalla balconata di piazza IX Aprile, da via Roma sembra così vicino che qualche turista si riferisce alla strada definendola “il lungomare”, nonostante si trovi in paese, sul Monte Tauro, 204 metri sul mare. Ma è così trasparente (quando è trasparente…) che persino da via Roma si distinguono gli scogli sott’acqua.

D’inverno, o comunque fuori stagione, è più bello: i colori sono più nitidi, sullo sfondo si staglia l’Etna incappucciata di neve, e qualche mandorlo comincia a fiorire già da gennaio, a febbraio i fiori sono ovunque. I turisti sono pochi, e diversi alberghi rimangono aperti, così come la maggior parte dei ristoranti. Non c’è la folla a volte insopportabile di luglio e di agosto, non ci sono neanche gli appuntamenti di grande interesse di Taormina Arte (da giugno ad agosto, con una coda a ottobre per il Festival Sino poli), ma in compenso il Teatro Antico è libero, senza il palco e le altre strutture per gli spettacoli, non troppo diverso da come lo dipinse Otto Geleng (il pittore tedesco che s’innamorò di Taormina, e vi si trasferì nella seconda metà del 1800, divenendone anche il sindaco; alcuni dei suoi quadri recentemente sono stati venduti all’asta da Christie’s a New York).

Rovine maestose immerse nella natura, sullo sfondo lo scenario romano e quel che rimane del colonnato, con un’ampia breccia in mezzo, come se fosse un sipario aperto, per meglio guardare il mare che confina con il cielo: colpì anche l’austriaco Gustav Klimt, che lo dipinse nel Burgtheater di Vienna. Così il giornalista francese Roger Peyrefitte parlava dello stesso scenario descritto sotto Natale, nel racconto di viaggio “Du Vesuve à l’Etna”: “Sotto un sole così radioso,davanti questo mare scintillante,si era già nel mese di Natale ! (…). C’erano all’orizzonte le nevi dell’Etna, ma sembrava che fossero lì per la bellezza del paesaggio. (…) Le pianure fiorite,gli aranceti coperti di frutti, che dominano le nevi avrebbero fatto pensare che si fosse a Pasqua e non a Natale…”.

Comunque non c’è solo il paesaggio. Il turista coscienzioso, visitato e apprezzato il Teatro Antico, si avvierà senz’altro a Palazzo Corvaja: il primo nucleo della dimora nobiliare di un’antica famiglia taorminese, in stile gotico normanno, è una torre edificata intorno all’anno mille dagli arabi, originariamente a forma di cubo. Per gli arabi rappresentava la loro sacra “Al Ka ‘bah”, e cioè il dado che, secondo Maometto, era il primo tempio innalzato a Dio da Abramo alla Mecca. Il palazzo, all’interno del quale ha sede anche l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, è di grande interesse già per l’architettura; all’interno ha un museo tradizionale siciliano. Nella parete di una delle sale un grande affresco che rappresenta la Sicilia con tutti i suoi simboli: i giganti di Messina, Polifemo sull’Etna, Scilla e Cariddi, terrore dei naviganti sullo Stretto. Di fronte la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, costruita su un teatro romano parzialmente visibile (una parte è sotto le fondamenta della chiesa).

A questo punto si può cominciare la passeggiata per il corso Umberto. Sarebbe un peccato percorrerlo da un capo all’altro ignorando le scalette che, da ogni lato, collegano la via principale di Taormina con le intricate viuzze e piazzette che ne costituiscono l’ossatura medievale. Si scopriranno belle costruzioni, chiese notevoli (spesso chiuse), reperti archeologici (molte famiglie utilizzarono i reperti del Teatro Antico come materiale da costruzione…). Nella parte alta del paese, passate piazza IX Aprile e la Torre dell’orologio, è da vedere la Badia Vecchia, stile ed epoca molto simili a quello di Palazzo Corvaja. Di stile gotico-normanno anche il Palazzo Duchi di Santo Stefano, accanto a Porta Catania, alla fine del corso Umberto, dove ha sede la fondazione dedicata allo scultore Giuseppe Mazzullo. Da visitare naturalmente il Duomo del 1400, di fronte la fontana del Minotauro, simbolo di Taormina. Percorrendo via Roma si arriverà al parco Duchi di Cesarò, un ampio giardino pubblico edificato alla fine del 1800 da lady Florence Trevelyan, parente della regina Vittoria, esiliata per sempre con un lauto vitalizio dopo essere diventata l’amante dell’erede al trono, il futuro Edoardo VII. Di lady Florence, divenuta a Taormina la moglie di un illustre chirurgo, il professor Salvatore Cacciola, rimangono nella villa le fantasiose costruzioni utilizzate dalla proprietaria per osservare gli uccelli, dette ‘beehive’, alveari (per la maggior parte purtroppo ormai inaccessibili, perché pericolanti e mai restaurate). Molte le piante esotiche, accanto a quelle mediterranee.

Proseguendo all’uscita della villa su via Pirandello si arriva al Belvedere: da lì si ammira l’Isola Bella, forse la più bella tra le baie taorminesi. In cima all’isolotto la casa di lady Trevelyan; all’interno, ben nascosta dalle piante, la dimora edificata dai fratelli Bosurgi,  ultimi proprietari dell’isola, poi acquistata dalla Regione Sicilia (si visita su appuntamento, informazioni all’Azienda del Turismo, non c’è niente di pregio dal punto di vista architettonico o archeologico, ma vale comunque la pena di visitarla). La visita si può concludere (ma si potrebbe anche iniziare) dalle due chiese di San Pietro e di San Pancrazio, all’inizio del paese. San Pancrazio è anche il patrono di Taormina, insieme alla Madonna della Rocca, alla quale è dedicata una graziosa chiesa alla quale è annesso un monastero basiliano, raggiungibile al termine di una lunga scalinata che parte dal centro storico. La chiesa della Madonna della Rocca, costruita su una grotta dove la leggenda racconta che un giovane pastore vide l’immagine della Vergine, è quasi sempre chiusa, ed è un peccato perché da lì si ammira un panorama incomparabile, si abbracciano con lo sguardo il cuore di Taormina, la costa e l’Etna, con tutti i paesini che si arrampicano sulle sue pendici. Per visitarla è meglio rivolgersi al parroco del Duomo.

Dal belvedere parte una scalinata dalla quale si raggiungono le baie di Mazzarrò e Isola Bella, una passeggiata che non dura più di una ventina di minuti, ma che riconcilia con la natura e fa apprezzare il clima, di solito mite anche d’inverno, soprattutto di giorno. E poi, se si arriva al mare a piedi (o di corsa, come faceva il vecchio Chico e come fanno ancora oggi qualche taorminese o qualche turista molto atletico), forse un tuffo può risultare gradevole anche in pieno inverno, nonostante l’acqua fredda…

Rosaria Amato da repubblica.it

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