Visitare Petra

Giordania, il mistero scolpito di Petra

Il monastero nabateo sulla collina di Petra
Giordania, il villaggio ottomano sulla Strada dei Re

Si rimane attoniti come bambini di fronte alla magia del vento. Di quello che sibila misterioso tra le crepe dei massi col linguaggio dell’infanzia. Note di flauto sui grani di sabbia. Nitrito d’un cavallo smosso che sfonda l’ombra e penetra la luce di Petra.

È l’inquietudine della semioscurità, di un’alba fredda nella sottile fenditura, due metri appena tra una roccia e l’altra. L’arenaria trasuda gocce della notte. Passo dopo passo sfiori le pietre, segui antiche canalizzazioni e ti par di sentire l’acqua scorrere dalla montagna.

Sei nella gola d’accesso alla città nabatea nascosta dall’arido deserto di Wadi Mussa. Varcando il Bab el Siq senti l’aria riempirsi dello spirito delle cose. Uno scampolo di cielo compare dallo squarcio della roccia. Limpido, turchese. Accecante.

È il sussulto, l’occhio spalancato, le braccia tese. Una luce verticale, rossa, colpisce la facciata del tempio el Khazneth Firaun, “il tesoro del re”. Quaranta metri d’arenaria scolpita, un doppio colonnato timpanato. Perfetto. Lì dal 1° secolo d.C.

La gola si allarga sulla destra, raggi generosi rischiarano l’ampia valle in cui si estende Petra. La Via Sacra, il teatro, la tomba Ed Deir. Nuvola nere all’orizzonte rendono la luce più luminosa. Il rosa è più rosa, il rosso è più rosso, il blu più blu, il bianco più bianco.

Il rosa s’alterna al violetto, al lilla. Ora screziato, ora compatto. Onde di colori intrecciati come fili di seta che brillano quando il sole accarezza i profili corrosi di tombe e templi.
Sotto un cielo color pervinca, il silenzio dell’estasi.

Emozioni d’ombre, pietre, deserto, roccia, colline, solitudine, splendore, decadenza. Oblio. Petra, creata da uomini che con la terra, la vita e la morte avevano un rapporto insondabile. Mai fermi, senza fissa dimora, beduini insaziabili di lotte e domini.

I Nabatei, nomadi, predoni, mercanti. Scambiarono oro con ferro e porpora del Mediterraneo diventando i guardiani assoluti delle vie carovaniere dirette al Mar Rosso. Tuttavia prima che con lo spazio crearono un legame col tempo. Così nacque Petra.

Seppellirono i morti scavando le tombe sui fianchi della montagna, scegliendo zone più elevate. Di fronte alla necropoli, sulla sommità in cima ad una scalinata, stabilirono il luogo sacro, il Betile (Beth el, casa di dio), un semplice monolite fallico.

La città dei vivi fu costruita in un secondo tempo a modello di quella dei morti. Così vita e morte si fondono, si imitano. Si riflettono. Case, mercati, templi e tombe persino giardini con cascate d’acqua trasformarono la valle di Wadi Mussa in Petra.

Scavati nella roccia, edifici costruiti partendo dall’alto e scendendo verso il basso, senza una logica urbanistica sfruttando elementi eterogenei della natura, di un luogo nascosto dove tutto poteva essere modellato, scolpito. Anche una città.

Tutto il resto è storia di conquiste, saccheggi, ricostruzioni. Dagli Elamiti ai Persiani, ai Greci, ai Romani, ai Crociati. Poi il lungo sonno di sabbia e deserto. Di vento che modella le tombe, il tempio e il monastero sul colle tagliato nella roccia gialla e malva.

Si perdono i contorni dei palazzi ma si esaltano le venature della pietra. Ancora stupore della contemplazione. Tra speroni rocciosi e ciuffi d’erba, nel contrasto tra cielo e terra, tra profili neri di buia roccia delle tombe, tra strutture di rosso e di sole.

Scene conquistate di volta in volta, spesso improvvise. Il richiamo di un uccello, un lamento lontano e scopri altri orizzonti chiaroscuri di pietra su e giù per labirinti di vie scomparse, inghiottite dal tempo.

Intanto il sole assume toni arancio che precedono quelli infuocati del tramonto e le facciate ne riflettono la luce tingendosi di tenui rosa, viola e ambra stemperati dall’ormai pallido azzurro del cielo. Poi la luna che tutto rende magico e bianco. Il silenzio e la notte di Petra.

di Marta Forzan da il reporter.com

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