Visitare Brema

Brema. Tutta da respirare

In bici, a piedi, o in barca. Per scoprire un ambiente ricostruito dopo le distruzioni dell’ultima guerra, in un mix di rispetto dell’antico e di ricerca moderna

Con quella faccia un po’ così e l’espressione un po’ così, che all’inizio guardi Brema e pensi a Genova. Respirando la stessa polvere di una storia che s’assomiglia. Due antiche padrone portuali, stato anseatico e repubblica marinara. La prosperità seicentesca e i moli da cui un secolo fa partirono per l’America milioni di emigranti. Poi la crisi dell’acciaio e delle banchine, la riconversione, il turismo. Le strade antiche e strette intorno alla cattedrale che paiono i carruggi del centro storico ligure. La gentile riservatezza degli abitanti, i tesori d’arte delle case nobiliari, l’aria di tramontana che lungo la foce del fiume Weser lascia un lontano sapore salmastro. Ma il mare del Nord dista settanta chilometri, e le suggestioni genovesi finiscono qui. Brema, la città più “ciclabile” della Germania.

La più respirabile e silenziosa. Dove l’uso dell’automobile è vivamente sconsigliato anche quando la temperatura tocca lo zero, come in questi giorni. Perché pedalando ci si scalda e si possono percorrere decine di chilometri, passando per le antiche fortificazioni, i rioni del secolo XIX e il verde smeraldo della periferia. Perché dall’imbarcadero di San Martino i barconi permettono di risalire il fiume, sfiorando l’isola Teerhof – il “cortile della pece”, dove un tempo si costruivano le navi in legno – e la passeggiata del quartiere Schlachte, bevendo una birra o assistendo a spettacoli teatrali. Perché tutto sommato la cosa migliore è ancora una volta camminare senza fretta, muovendosi dalla piazza del Mercato che tre secoli fa ospitò una delle prime Borse all’aperto.

Ascoltando il battito del cuore della città, con il Duomo luterano di San Pietro e il municipio gotico, ricostruito tra barocco e rinascimento. Scendendo le scale fino al suggestivo Ratskeller, la cantina dello stesso municipio con botti vecchie di quattro secoli e gallerie lunghe più di due chilometri. Di fronte c’è lo Shutting, la medievale sede dei commercianti. E la chiesa di Nostra Signora, con il mercato dei fiori del mattino. Brema, dove pare non sia cambiato nulla da secoli. Cammini, e il pavé rimanda suoni antichi. Invece è un miracolo, perché sessantacinque anni fa i bombardamenti inglesi del ’44 avevano raso al suolo il 65 per cento della città, il 95 per cento tra il centro e il vecchio porto. Tutto è tornato come prima delle esplosioni. La statua dei Quattro Musicanti di Brema, d’accordo. Ma la vera favola è il minuscolo Quartiere dei Bottai, un gioiello che si sta aprendo al turismo. Per secoli strada obbligata tra i velieri che attraccavano ( prima che l’insabbiamento del Weser costringesse a spostare il porto più a nord, a Brema Haven) e la piazza del mercato: logico che commercianti e soprattutto bottai si fermassero qui, e altrettanto logico che ai primi del Novecento se ne fossero tutti andati.

Dieci palazzi fatiscenti, comincia la favola della Bottchestrasse: nel 1902 li comprò Ludwig Roselius, mercante e mecenate, inventore del caffè decaffeinato, e li affidò al genio capriccioso dello scultore Bernhard Hoetger. Un trionfo di arte e cultura, di giochi intellettuali, di opere e di sorprese. All’ingresso il bassorilievo dorato del Portatore di Luce. Sui tetti i giganteschi profili dei Sette Fannulloni, un’altra delle leggende di Brema, e poi in un piccolo cortile gli stessi ma in versione espressionista, insieme ai Quattro Musicanti secondo Hoetger. Sul frontone romanico della casa di San Pietro, un carillon in porcellana con le trentaquattro campane di Meissen, che ogni ora suona una melodia per marinai mentre la parte centrale della torre gira e mostra i ritratti in legno dei più grandi navigatori. E la casa di Atlantide, su per la suggestiva scala a chiocciola liberty che porta fino alla Himmelssaal, la Sala del Cielo dalla straordinaria acustica: qui un gruppo di studiosi hitleriani avrebbe dovuto provare che la razza ariana discendeva dal continente perduto. La stravagante casa di Paula Becker-Modersohn, talentuosa artista morta giovanissima e le cui opere sono custodite nel museo a lei dedicato. È tutto di nuovo come allora, prima dei bombardamenti. Brema, dove le fondamenta sono di sabbia e lo capisci camminando per lo Schnoor: un centinaio di case lungo il fiume, scampate alla guerra. In paglia e fango, gli scheletri di legno, i tetti spioventi, i muri così stretti che tra un edificio e l’altro non potete passarci con un ombrello aperto. Se fate attenzione sono tutte storte perché affondano da secoli: come perle di una collana, e infatti schnoor vuol dire filo.

Fino all’Ottocento era il quartiere malfamato, quello degli ubriaconi e delle prostitute, con i bagni pubblici misti che si trasformavano in un grande bordello all’aperto. Stava per diventare un grande parcheggio, poi ci si è resi conto del patrimonio e adesso è tutto un fiorire di piccoli, eleganti locali, teatri, musei. A Brema ti allontani appena dal centro ed è un meticciato di medievale, liberty e moderno, con gli edifici di Thomas Klumpp, l’architetto decostruttivista che nel Duemila ha anche firmato l’impressionante “Balena” che ospita il Museo della Scienza. Con il Miglio Culturale, un chilometro e mezzo di teatri e musei, Kunstalle compresa. Con la Borsa del Cotone e il suo ascensore in legno senza porte, che obbliga gli impiegati a saltarci dentro al volo se non vogliono salire le scale. La vecchia questura, la Polizeihaus e i suoi vecchi fantasmi, diventata una immensa biblioteca con caffè. Brema, dove il turismo è appena arrivato, complici i collegamenti low-cost. Dall’aeroporto al centro sono dieci minuti con un tram. Silenzioso. Ma poi viaggiate a piedi, con la barca, o in bici. Perché questa è una città tutta da vedere. E da respirare.

Massimo Calandri da repubblica.it