Il Vesuvio è cresciuto di 80 metri in 20mila anni

L’ultima “radiografia” del Vesuvio
E’ cresciuto di 80 metri in 20mila anni

di Maria Giovanna Capone

La vita di un vulcano a volte può essere piuttosto monotona. Non quella del Vesuvio, che grazie ai ricercatori e alle nuove tecnologie, viene quasi vivisezionato.

L’ultimo tassello viene da un lavoro pubblicato sulla rivista Journal of Volcanology and Geothermal Research, e ne sono autori il geofisico Aldo Marturano e i colleghi dell’Osservatorio Vesuviano, della Federico II e della Soprintendenza archeologica di Pompei Giuseppe Aiello, Diana Barra, Lorenzo Fedele e Vincenzo Morra.

Un team multidisciplinare che ha permesso di rilevare un nuovo aspetto del sistema dinamico dell’area e che apre nuovi scenari nell’ambito della sorveglianza e soprattutto nell’elaborazione di possibili modelli eruttivi.

Dalla ricerca emerge che l’area vesuviana ha subito un sollevamento di 80 metri negli ultimi 20mila anni, deformazioni dovute all’aumento della pressione della camera (o più) magmatica e in media 4 millimetri all’anno. Piuttosto normale per un’area vulcanica attiva (a Pozzuoli ricordiamo ancora tutti il fenomeno bradisismico) e in controtendenza rispetto alla piana campana dove vige la subsidenza: la piana cioè si sta abbassando di 0,2 millimetri all’anno rispetto all’Appennino per fenomeni strutturali.

Però, il fenomeno di sollevamento ha subito un cambiamento intorno ai 10mila anni. Il rigonfiamento ha arrestato la sua corsa quando il Somma-Vesuvio ha iniziato le sue devastanti eruzioni pliniane, quelle dal famoso pennacchio dipinto in epoca moderna, che ipoteticamente hanno fatto da sfogo e quindi hanno quasi creato un equilibrio con la pressione interna.

I ricercatori come sono arrivati a dedurre questi valori così precisi? Semplicemente analizzando i campioni di due carotaggi prelevati nell’area archeologica di Ercolano. Entrambi composti da depositi vulcanici e marini che, anche se presenti in quantità non abbondanti, possono essere utilizzati per ricostruire le condizioni paleoambientali del sito di Ercolano. Studiando i fossili e i cristalli presenti nei campioni di roccia è stata ricostruita l’evoluzione del tardo Quaternario.

I sedimenti estratti, in particolare, mostravano striature dettate da periodi in cui si creavano sedimenti marini e costieri, ad altre con pomici e tufi ben cristallizzati. Un equilibrio tra terra e mare che denotava fasi di quiete, quindi, alternate a fasi eruttive anche intense, in almeno due cicli in cui sono anche avvenuti fenomeni erosivi. Misurando questi intervalli, i ricercatori hanno così calcolato l’innalzamento di 80 metri dell’intero sistema vulcanico avvenuto nell’arco di 20mila anni.

I dati hanno fornito una chiara evidenza di movimenti di sollevamento, verosimilmente in sincrono, abbracciando il settore occidentale del vulcano e il quadrante Sebeto-Volla Pianura, una zona popolosa alla periferia orientale di Napoli. Risultati coerenti con altri studi realizzati negli ultimi tre anni nelle aree di Pompei, nella valle del Sarno e del settore orientale del Somma-Vesuvio.

da ILMATTINO.IT

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