Venezia caffè Quadri cerca una nuova era

Il naufragio del Caffè sotto il mare
Venezia, il Quadri colpito
dalla crisi e dall’acqua alta cerca una nuova società di gestione

Ogni quadro e ogni stucco raccontano un capitolo di storia e i personaggi del bel mondo internazionale che sono passati di lì; le sedie e i tavolini, come scrisse Henry James a proposito di un altro celebre caffè veneziano che si affaccia davanti alla basilica di San Marco (il Florian) «avanzano, come un promontorio, nel placido lago della piazza». Ma dài e dài, l’alta marea che quest’anno ha colpito Venezia già duecento volte rischia di far naufragare lo storico Caffè Quadri (sul lato delle Procuratie Vecchie, nella zona più bassa di Piazza San Marco: qui il livello dell’acqua raggiunge anche gli 80 centimetri) al punto che la proprietà – la grande società veneziana di catering Ligabue, presente dal 1988 – starebbe pensando di vendere.

Un’incognita per il locale che ha visto passare Byron, Dumas, Proust e più recentemente Woody Allen e Sting: è ben vero che la trattativa riguarderebbe il cambio di gestione (sarebbe in corso con la famiglia Alajmo, delle «Calandre», tre stelle Michelin a Sarmeola di Rubano, vicino a Padova).

Ma insomma, come molti altri locali storici della Serenissima e d’Italia anche il celeberrimo Quadri ha costi di gestione molto alti, legati soprattutto al valore degli affitti, e ad ogni passaggio di gestione la possibilità che la crisi economica possa avviarne il declino, magari a favore di un fast food o dell’ennesima catena commerciale, è un’eventualità inquietante.

Il caffè Quadri è uno dei più antichi di Venezia: sorse nel 1775 e venne chiamato «Il Rimedio» da Giorgio Quadri, veneziano delle terre levantine salpato da Corfù e sbarcato da una galea in Riva degli Schiavoni con la giovane moglie, per cercare fortuna a Venezia. Fu proprio la moglie greca Naxina ad avere l’intuizione giusta: investire tutti i risparmi in un locale che vendesse «l’acqua negra bollente», il caffè, bevanda sempre più alla moda nella cosmopolita Venezia. In città era molto diffusa la semente che i Turchi chiamavano «khavè»: nel 1683 sotto le Procuratie Nuove della Piazza San Marco era già stata aperta la prima bottega che la vendeva. Nel periodo in cui il Quadri venne inaugurato si contavano ben 208 locali, di cui ventiquattro solo sulla Piazza.

Naxina fiutò dunque l’affare e con il marito rilevò una vecchia bottega del caffè sotto le Procuratie Vecchie, all’angolo del Sottoportego dei Dai, un locale già famoso visto che lì, con il nome de «Il Rimedio», fin dal 1638 si vendeva il vino Malvasia, ritenuto all’epoca (e mica solo allora) «un rimedio», un medicinale.

Poi si sa com’è andata in Italia: intorno a una tazza di caffè, preso al bancone o al tavolino, si raccolgono da secoli politici, mercanti, plebei e gentiluomini, a discutere di politica, a preparare rivoluzioni e congiure, a condurre affari e faccende amorose. Nel libro degli ospiti del Quadri figurano Stendhal, Lord Byron (nei tre anni veneziani sempre a caccia di ragazze, da un caffè all’altro), Richard Wagner e Honoré De Balzac, che lo visitò nel 1837.

E’ vertiginoso immaginare il passaggio, in poche centinaia di metri che lo separano dal vicino Florian, di tante intelligenze e passioni: Daniele Manin, Silvio Pellico, Carlo Goldoni, Foscolo, Goethe, D’Annunzio, Rousseau, Stravinsky, Modigliani, dongiovanni impenitenti come Giacomo Casanova, che intrattenevano le signore (il Florian è stato il primo locale in cui fosse concessa l’entrata anche alle donne). Speriamo che lo storico Quadri (che dà lavoro a 35 persone) abbia presto un bravo e rispettoso gestore: la proprietà rimarrebbe comunque della famiglia Ceschina, che possiede anche i due piani dei locali delle Procuratie Vecchie sui quali si articolano il Caffè, al piano terra, e il Ristorante Quadri, al secondo piano. Così varcati i portici duecenteschi, immersi fra tappezzerie, lampadari, poltrone foderate di raso rosso, si potrà gustare un modo di vivere, di intendere la società, la cultura: «Il caffè è un’accademia platonica – ha scritto Claudio Magris che tra l’altro sarà domani a Torino, al Circolo dei Lettori con Guido Davico Bonino – in quest’accademia non s’insegna niente, ma si imparano la socievolezza e il disincanto. Si può chiacchierare, raccontare, ma non è possibile predicare, tenere comizi o fare lezione».

Un simbolo, insomma, per chi ama i piaceri della vita e dello spirito. Tutto qui, mica è poco.

CARLO GRANDE da lastampa.it

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