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Vacanze di lusso : sparire nell’isolato Petit-Saint-Vincent, arcipelago delle Grenadines

No Facebook, no Twitter il vero lusso è sparire
“Le Monde” celebra la meta più ambita delle vacanze extralusso: Petit-Saint-Vincent, arcipelago delle Grenadines, isolata dal resto del mondo e bandita ai paparazzi

Alberto Mattioli

isola_lusso_Petit_Saint_Vincent_GrenadinesNiente telefono. Niente televisione. Niente Internet. Nell’evo della Connessione Totale & Globale, il vero lusso è sparire. Non farsi trovare, non sapere quel che succede nel mondo e non far sapere quel che succede a noi. Addio Facebook, arrivederci Twitter, saluti all’e-mail e ciao ciao a ogni possibile social network. L’oblio, di noi verso gli altri e (soprattutto) degli altri verso di noi, questa è la vera ricchezza. Via dalla pazza folla, anche e soprattutto quella a portata di clic.

E così oggi la meta più ambita delle vacanze extralusso si rivela essere un’isoletta da niente, Petit-Saint-Vincent, arcipelago delle Grenadines, nei Caraibi, ex colonia inglese tuttora parte del Commonwealth, appena un chilometro e mezzo di lunghezza per una larghezza anche minore. «Le Monde», quotidiano della gauche chic che, da brava sinista elegante, nulla detesta quanto il contatto con la gente o, per dirla con la sinistra d’antan, «il popolo», le dedica un servizio magnificando questo paradiso tropicale che non è solo bellissimo (e non sarebbe certo l’unico) ma è anche e soprattutto isolatissimo. Quindi, non proprio alla portata di tutte le tasche. Non farsi trovare costa: 11.400 dollari alla settimana per due persone in alta stagione, equivalente al nostro inverno, 9.600 in quella bassa, cioè la nostra estate. E aggiungete il costo del viaggio e un 20% di Iva e servizio.

In compenso, non c’è solo la più classica delle isole tropicali con la sabbia bianca, il mare azzurro, la palma verde e tu nel mezzo, con il bungalow sulla spiaggia e i piedi a mollo. C’è soprattutto l’anonimato totale, dato che non basta sparire, bisogna che gli altri, con il loro carico di seccature-preoccupazioni-impegni-rotture di scatole, non ti trovino. Qui, non possono. Sei talmente isolato, racconta compiaciuto il giornale, che per ordinare il tuo mojito rigeneratore al calar del sole devi issare sul bungalow una bandiera ad hoc con il tuo ordine dentro una scatoletta di bambù (attenzione: bandiera gialla. Quella rossa significa «non disturbare», e se uno si sbaglia non vede più anima viva fino alla fine della settimana).

In effetti, un’armada di 163 persone veglia alla soddisfazione di ogni minimo desiderio dei fortunati ospiti, pochi mister Robinson ossequiati da un esercito di Venerdì. Che però si appalesano solo quando li chiami tu e mai, come succede disgraziatamente nella vita «vera», quando lo vogliono loro (e raramente per servirti e riverirti). Successo trionfale: i 22 bungalow non si svuotano quasi mai, idem il ristorante in riva all’oceano. Però il nuovo direttore, l’inglese Matthew Semark, giusto per battere il ferro finché è caldo, propone pacchetti promozionali per cui paghi sei giorni e ne resti sette.

Pare che l’isola sia un rifugio di celebrità che, in totale assenza di paparazzi, possono farsi finalmente i fatti loro senza che diventino all’istante anche fatti nostri. E sembra proprio che un soggiorno a Port-Saint-Vincent sia uno dei regali più richiesti nelle liste di nozze dei giovani finanzieri rampanti di New York o Londra o Tokyo (e prossimamente di Pechino) con molti soldi da spendere. Che ne esistano ancora, a ben pensarci è un’ulteriore notizia…

da lastampa.it

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