Turismo solidale e working holiday

working-holidayBahamas, Sud Africa e isole Fiji, solo per fare degli esempi. Mete da sogno a prezzi stracciati. Ma voli e alberghi low cost non c’entrano nulla: qui si parla del volontariato, ecologico e solidale, di giovani tra i 20 e i 35 anni. Sono le «working holiday», le vacanze lavoro del 2009, evoluzione di quelle in voga fino a una decina d’anni fa quando, per arrotondare e «maturare» con un’esperienza fuori casa, ci s’improvvisava camerieri, non più in là di Londra o raccoglitori di mele, in Alto Adige.

Oggi i volontari che partono per una vacanza-utile, certo non gratuita, ma al minimo delle spese, vanno dall’altra parte del pianeta, sono neolaureati in attesa di trovare un’occupazione e giovani professionisti che hanno perso il posto. Sul curriculum vogliono aggiungere una voce che racconti il loro saper fare, la capacità di adattarsi e di lavorare in gruppo. Un business in ascesa, il «turismo impegnato», che soddisfa più esigenze: viaggiare, fare del bene a sé, agli altri e alla ricerca scientifica. E quest’anno, alle tradizionali proposte di volontariato di Legambiente, Wwf e Greenpeace, si sono aggiunte quelle di agenzie private di intermediazione come Realgape, Projects abroad, Meaningful travel, Oikos e Wep Italia.

Gli squali bianchi vi sono simpatici e il vostro sogno è darvi da fare per la loro conservazione? La vacanza ideale è in Mozambico dove, a stretto contatto con ricercatori impegnati nella protezione della biodiversità marina, vi calerete negli abissi per osservare il comportamento dei predatori dei mari: 2.319 euro al mese, escluso il viaggio, ma compreso il brevetto da sub. La destinazione giusta è invece il Guatemala se amate animali meno temibili: un mese a 749 euro per lavorare al programma di tutela delle tartarughe marine. All’acqua preferite la terra? Allora ci sono le Hawaii, per stanare i parassiti che danneggiano le foreste: 574 euro un mese, 1.129 per tre. Il Sudafrica è il posto giusto per aiutare i ranger, i guardiaparchi che, a bordo di jeep, tengono sotto controllo gli animali del Kruger. Nello sconfinato parco nazionale, casa dei «big five» – leoni, rinoceronti, elefanti, bufali e leopardi – si vivrà nei lodge, grandi bungalow in mezzo alla savana – un mese costa meno di 1500 euro.

Si tratta del volontariato ecologico più esotico, ma anche più dispendioso, quello proposto da Realgate e da Earthwatching che, comunque non lesina fatica: alzatacce e ore di lavoro per pulire attrezzature e compilare tabelle, spazzare gabbie e preparare cibo agli animali.
«La partecipazione alle nostre proposte, negli ultimi anni è cresciuta vertiginosamente – dice Margherita Demaestri, portavoce di Wep – Dal 2006 al 2007 le iscrizioni sono raddoppiate. Nel 2008 abbiamo avuto una crescita del 30%, mentre quest’anno, nello stesso periodo, siamo a più 60 per cento». Vanno alla grande i soggiorni in fattoria: nella campagna in Norvegia, nella Pampa argentina a coltivare soia, sulle praterie canadesi. In alcuni casi è possibile anche guadagnare. In Norvegia, ad esempio, la vita in una «farm» in cambio di vitto e alloggio, dove si svolgono le tipiche mansioni tra cui pulire il bestiame per non meno di 35 ore a settimana, è prevista una paga minima di 890 nok, poco più di 110 euro per sette giorni. Per la vita in campagna è sufficiente.

Per chi c’è la fa c’è il volontariato sociale, più duro da un punto di vista emotivo. Ci sono bambini che vivono negli orfanotrofi in Perù, in Cambogia, in India o Vietnam, da aiutare: devono imparare l’inglese, saper leggere e scrivere. In Tanzania bisogna insegnare ai ragazzini, attraverso lo sport, il senso delle regole, il rispetto dell’avversario, il gioco pulito. Certo, bisogna crederci.

Non tutti, però, riescono a partire: i potenziali volontari, in Italia, devono prima superare un test per valutare cosa li spinga a volere vivere un’esperienza simile e se abbiano la forza indispensabile ad affrontare le inevitabili difficoltà che incontreranno. Spiega Caterina Cognini, referente in Italia di Ecosafaris: «I nostri ragazzi lavorano nelle comunità rurali in Uganda, uno dei posti più poveri al mondo. Certo è dura in Africa, ma è proprio tornando a casa, in mezzo alle mille comodità a cui sono abituati, che sentono la ricchezza inimmaginabile che quella povertà ha lasciare dentro di loro».

ELENA LISA

da LA STAMPA

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