Turismo fra le tombe

tomba-di-dante-alighieriViaggiatori nelle città dei morti

Boom di presenze alle tombe di scrittori e artisti. E c’è chi si ribella: «Fermate il turismo macabro»

TORINO
I tempi in cui ci andavano a passeggiare solo le «britanne vergini» care a Ugo Foscolo nei Sepolcri sono lontani. Anzi, sono proprio finiti. Ora i cimiteri – quelli di interesse storico o artistici, ma non solo – sono sempre più affollati di turisti. C’è chi va a Buenos Aires per infilare una sigaretta tra le dita di Gardel, il re del tango, e chi a Baltimora per il cosiddetto «brindisi di Poe», sperando di trovare tre rose rosse e una capace bottiglia di cognac sulla tomba del grande scrittore. E poi ci sono quelli che a gruppi più o meno ordinati marciano al seguito delle guide nei cimiteri più famosi, tappe fisse di molti itinerari turistici. E’ dell’altro giorno la notizia di un appello perché venga tutelata la sacralità di quello veneziano di San Michele, lanciato da un consigliere comunale cui si sarebbero rivolti i veneziani disturbati dall’andirivieni incessante di comitive attratte dai defunti illustri e dalla bellezza del luogo.

Sulla laguna riposa per esempio Ezra Pound, il grande e discusso poeta americano; o un gigante della musica come Igor Stravinskij; o ancora il grande impresario Sergej Diaghilev, fondatore dei «balletti russi». Per non parlare di Josif Brodskij, il poeta russo esiliato in America, premio Nobel per la letteratura, che volle fortissimamente essere sepolto nella città cui aveva dedicato splendide poesie e un libro, Fondamenta degli incurabili: è qui dal ‘96, in questo paesaggio, come scrisse «capace di fare a meno di me».

Ma i turisti dei cimiteri proprio non possono fare a meno di lui, né di tanti altri magari più famosi, basta pensare a Jim Morrison, e alla sua tomba al Père Lachaise parigino meta di affollatissimi pellegrinaggi. Le agenzie di viaggio sono molto attente alle loro esigenze, l’editoria sforna guide specifiche, le pubblicazioni sui singoli monumenti sono migliaia, anche perché si tratta di complessi che hanno spesso un grande interesse storico e artistico.
In più, i cimiteri raccontano. Sono storia e romanzo insieme. Basti pensare al Père Lachaise parigino, caro al signor Malaussène di Pennac, che è comunque visitabile in modo virtuale – senza disturbare nessuno – su Internet. E’ forse il più famoso del mondo: cominciò a parlarne Balzac in Papà Goriot quando nessuno voleva essere seppellito su quella collina fuori mano, divenne sempre più appetibile grazie a una accorta politica di traslazioni (le autorità cominciarono a spostare lì i resti più illustri, come quelli di Abelardo e Eloisa) e per tutto il Novecento è stato il cimitero per eccellenza, quello dove riposano Jim Morrison e Oscar Wilde. Così gallonato, non aderisce neppure all’Associazione dei cimiteri storico monumentali europei, costituita a Bologna nel 2001, e che conta 79 aderenti, da quello del Verano a Roma al certamente meno noto di Plymouth, sul mare della Cornovaglia.

L’anno scorso un sito Internet molto frequentato dai viaggiatori ha pubblicato la sua top ten, che vede in testa Highgate, a Londra, dove riposano le ossa di Karl Marx, e solo secondo il Père Lachaise. Seguivano l’Antico cimitero ebreo di Praga, il cimitero protestante di Roma che ospita le spoglie di P. B. Shelley e John Keats, i due grandi poeti romantici, il Cimitero centrale di Vienna, con i suoi musicisti (Beethoven, Schubert, Brahms, Johan Strauss), e via gli altri, dalle Catacombe di Roma al quello di Staglieno, a Genova, da Montjuïc (Barcellona), a Montparnasse (ci riposa Charles Baudelaire), per finire con Lipsia, dove sorge in un parco meraviglioso il «Cimitero meridionale».

Nell’era del turismo di massa, tutti fanno gara per diventare sempre più appetibili. L’ingresso è gratuito, e quindi non è facile contare i visitatori, ma l’impressione generale è che aumentino di anno in anno. Può suonare un po’ macabro, ma siamo in un settore che non conosce le crisi: e non per i soliti motivi che provocano per lo più scherzosi scongiuri. C’è qualcosa di più, che va al di là dell’interesse architettonico. C’è la «genuinità del passato», qualcosa di molto difficile da conservare. E’ questa la tesi di Robert P. Harrison, italianista americano che insegna a Stanford, autore di Il dominio dei morti, un affascinante saggio letterario e antropologico pubblicato da Fazi qualche anno fa. «I turisti – ci spiega – vanno a cercare, questa è almeno la mia impressione, non i cimiteri ma la tombe. Se Jim Morrison, anziché sepolto al Père Lachaise, fosse stato cremato e le ceneri disperse, i giovani che vanno là in pellegrinaggio, che farebbero? In un certo senso sarebbe per loro una perdita culturale».

La tomba è un tema caro agli artisti (non solo Foscolo: Cees Nooteboom, il grande scrittore olandese, ha appena pubblicato – ma non ancora in italiano – Tombe, un libro diario delle sue visite ai sepolcri di mezzo mondo, da quello di Montale a quello di Susan Sontag). Ora è diventato anche un fenomeno di massa, che porta con sé un carisma ancestrale. «Nessuno pensa che il morto abbia una vita postuma nel luogo dov’è sepolto, come invece immaginavano gli antichi – fa osservare Harrison -. Eppure quel luogo rimane importante per noi».

Ha a che fare con la potenza del passato, un tema caro allo studioso che sarà a novembre in Italia per ricevere il premio Napoli, dato al suo ultimo libro dedicato ai Giardini, che evocano il ricordo del paradiso perduto. E non è facile vedersela col passato, tant’è vero che in campo artistico viene continuamente «ripristinato» con restauri e risistemazioni. «Ma la data che c’è scritta sulla tomba è la prova che il passato è passato». Sarà questo che andiamo oscuramente cercando?
MARIO BAUDINO Touda lastampa.it

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