Turismo a Rio in Brasile visitare o no le favelas ? I tour della povertà

Sono una turista. Visito o no la favela?
Tags: africa, dharavi, etico, favela, india, mumbai, poorism, povertà, rio, slum, turismo
Giorno 1: tintarella in spiaggia. Giorno 2: musei. Giorno 3: baraccopoli. C’è un numero crescente di turisti che, in vacanza all’estero, acquista dai tour operator visite guidate in luoghi di povertà e degrado. Destinazioni frequenti sono le favelas di Rio, le township di Johannesburg, gli «slum» di Mumbai. I «tour della povertà» sono diventati un fenomeno popolare, tanto che in inglese è stato coniato il termine poorism (da poor, povero, più tourism, turismo) per identificarli. E’ un fenomeno controverso.

Sul Corriere di oggi ho scritto un articolo sull’argomento. Ai lettori del blog chiedo: state con i critici di questo tipo di turismo, che dicono che è una forma di voyeurismo e che «andare a vedere come vivono i poveri» – e magari fotografarli in condizioni di vita degradanti – significa trattarli «come se fossero animali allo zoo»? Oppure state dalla parte dei sostenitori, che affermano che l’incontro tra visitatori benestanti e abitanti delle baraccopoli possa essere utile ad entrambi, in termini di consapevolezza, profitto economico e contatto umano?

Riassumo qui alcune delle argomentazioni pro e contro.

Da una parte, l’attivista keniano Kennedy Odede, pur riconoscendo alcuni vantaggi economici, sul New York Times ha scritto: «Loro scattano foto, noi perdiamo un pezzo di dignità. La gente crede di aver visto davvero qualcosa, poi torna alla propria vita e lascia me, la mia famiglia e la mia comunità dov’eravamo prima». Rolando Frascaro, 29 anni, di Gallarate, che ha lavorato in Brasile per un’agenzia che organizzava escursioni in un quartiere povero, spiega che l’obiettivo era di mostrare non la povertà ma la cultura. Osserva però che tra i turisti «l’aspetto voyeuristico è sicuramente una componente fortissima. C’è chi lo fa solo per fare le foto e poter dire di essere stato in una favela». Vittorio Carta, proprietario di Planet Viaggi di Verona, sottolinea che la sua agenzia di “turismo responsabile” fa un lavoro diverso da quello dei tour “scatta e fuggi”: «Un po’ mi inorridisce l’idea che si stia in un albergo a 5 stelle e poi si vada a vedere la gente come allo zoo. Noi abbiamo un approccio diverso. A Lima stiamo in uno dei quartieri di periferia un po’ estrema, la gente vede la vita nella quasi totalità». Molti dei suoi clienti sono donne sulla quarantina, dice.

Ma c’è chi crede che oggetto di dibattito non debba essere «se» quei tour debbano essere organizzati ma «come» e «perché». Tra le persone che ho intervistato c’è Patrick Turner della scuola di business Insead che porta gli studenti a Dharavi ogni anno, per mostrare loro le 10 mila piccole industrie e la loro economia da un miliardo di dollari. La sociologa Bianca Freire-Medeiros ha condotto un sondaggio a Rocinha: l’83% degli abitanti si è detto favorevole ai tour, esprimendo fastidio solo su certi aspetti, come i turisti che mettono il naso dentro casa. Ci sono agenzie che portano solo piccoli gruppi, vietano le foto, assicurano che i profitti vengono condivisi con la comunità.

Ci sono, infine, alcuni turisti che preferiscono il fai-da-te. «I tour ti portano in luoghi dove non c’è alcun pericolo. Chi ti accoglie è gente prepagata, come gli attori di un film. Non vedi la gente vera — dice Claudio Arissone, ingegnere informatico torinese —. Io voglio vedere di cosa si ciba la gente, viaggiare nei treni di terza classe in India, capire se la povertà delle favelas è vera, se Cuba è un mondo più o meno felice, se quello che abbiamo noi è il mondo perfetto». Gira per conto suo, e non sempre scatta foto. In viaggio a Johannesburg, Stefania Danzi, 33 anni, responsabile delle relazioni internazionali per un gruppo italiano, ha conosciuto una cameriera di Soweto in un ristorante e le ha chiesto di farle da guida: sono state nella baracca che condivideva con il compagno, al supermercato, in giro.

Questi viaggi promettono un’esperienza “reale” (“la vera India” oppure uno spaccato di “vita quotidiana in Brasile”), un contatto autentico con i luoghi e le persone. Credete sia possibile? Vi è mai capitato?

di Viviana Mazza da corriere.it

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