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Timbuctù i santuari e i fanatici di Al Qaeda

I santuari di Timbuctù crollano sotto i colpi dei fanatici di Al Qaeda

Un tuareg davanti a una delle moschee più antiche di Timbuctù, la città nel cuore dell’Africa rimasta per gli esploratori europei un mito di ricchezza e mistero fino al 1828
Protesta dell’Unesco, i jihadisti insistono: «Li demoliremo tutti»

I fanatici, i salafiti versione Sahel hanno commesso, finalmente! un errore. Eppure da aprile tengono nelle loro mani Timbuctù, e Gao e tutto il Nord del Mali. In alleanza, stretta e efficace, con gli emiri saheliani di Al Qaeda, hanno ucciso, flagellato, stuprato, torturato, vietato gridando «haram», impuro; e poi saccheggiano, vendono droga e comprano armi, sequestrano, assistono tutte le jihad più mortifere, gli assassini algerini e quelli nigeriani. Hanno ridotto gli abitanti della città dei 333 santi a una massa che sogna una sola cosa, fuggire, unirsi alle decine di migliaia di profughi che hanno cercato rifugio a Bamako, in Niger, in Burkina Faso.

La comunità internazionale, nel frattempo, non ha battuto ciglio. Poi ieri l’errore: Ansar Eddine, il gruppo di tuareg che ha aderito al credo salafita, rigorista fino al fanatismo e al delitto, ha annunciato di aver avviato la distruzione dei mausolei dei santi della città: «tutti, senza eccezione» ha precisato petulante il loro portavoce

Sand Ould Boumana. Sedici di questi rientrano nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. Il primo, quello di Sidi Mahmud nel Nord della città, sarebbe già stato ridotto in polvere ieri mattina. Eppure questi santi sono musulmani, è la loro fede, titanica o dotta, muscolare o profetica, che li ha resi tali. «Dio è unico. Tutto questo, i santi, il culto di uomini, è proibito. Noi siamo musulmani. L’Unesco? che cosa è?»: ha risposto beffardo il portavoce. A maggio avevano iniziato questo lavoro funesto, gli abitanti, dimenticando la paura, si erano ribellati e tutto era stato sospeso. Questa volta non si fermeranno nei loro propositi neroniani. Un altro tempio venerato, quello di Sidi Moctar, stava cadendo in pezzi, sempre ieri, sotto i colpi dei folli di Dio. La distruzione sarebbe la risposta alla decisione del’Unesco di inserire, con un gesto che voleva richiamare l’attenzione del mondo, la città nella lista del patrimonio in pericolo.

Dal 2 aprile Timbuctù è una città fantasma, case sventrate, archivi saccheggiati, palazzi trasformati in stalle. Sono possibili solo due attività, restare a casa o andare in moschea. Ansar Eddine, che all’ inizio della rivolta contava in tutto il Nord Mali 300 miliziani, oggi ne schiera 500 nella sola Timbuctù. E gli islamisti, secondo una tattica che ha ben pagato nel Sahel, vogliono integrarsi e cercano mogli locali, offrendo doti di 500 mila franchi CFA. In città comanda il luogotenente del capo di Ansar Eddine, Ag Ghali, nome da jihad Abu Fadil. È Sanda abu Mohammed, mauro nato nella zona, spiritaccio ascetico e efficiente. Controlla tutto, i missili difensivi posti a cintura della città e i rifornimenti. Sorveglia anche l’applicazione della sharia su quanti restano dei 50 mila abitanti. La polizia islamica che ha preso quartiere nella sede devastata della Banca di solidarietà, vigila che le donne abbiano testa, braccia e caviglie coperte e i sessi si tengano a debita distanza. Il tribunale giudica nei locali de «La maison», uno degli alberghi più noti per i turisti di un tempo. Prime sentenze: nerbate ai bevitori di birra, per ora nessuna mano mozzata. La paura funziona da deterrente. L’ospedale ha ricevuto l’ordine di offrire assistenza gratuita; ma non riceve rifornimenti da marzo e sono rimasti solo un medico, un’ostetrica e due infermieri.

Ora Ansar Eddine ha commesso lo stesso errore dei taleban quando infransero con furore iconoclasta i grandi Buddha scolpiti nella roccia. Si possono scuoiare popolazioni intere, ridurle in schiavitù, rubare ai poveri tra i poveri. Si troverà sempre qualche buon motivo, qualche bizantinismo per non intervenire, per fare gli indifferenti: il rispetto terzomondista per altre «culture» o la preoccupazione di non commettere intromissioni colonialiste. O semplicemente l’avarizia. La vergogna di Daadab, il campo dei 500 mila profughi somali in Kenya che è in piedi da 20 anni, ne è il tangibile monumento. Ma un graffio a una pietra venerabile, un tempio abbattuto come quelli di Timbuctù che abbiamo adottato nel nostro catalogo del Bello, dell’Intoccabile, del Nostro può scatenare invece le reazioni più nibelungiche.

DOMENICO QUIRICO da lastampa.it

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