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Il cancro a Taranto : inchiesta del Corriere della Sera video

A Taranto, la vita impossibile tra i veleni dell’Ilva
In ogni famiglia del rione Tamburi c’è almeno un malato con carcinoma. «Qui abbiamo il doppio di incidenza di leucemie acute nei bambini rispetto al resto d’Italia»

Ilva è grande due volte la città vecchia di Taranto. Ha un’attività incessante. Registriamo le immagini del servizio nel mese di agosto, proprio contestualmente al divieto di attività da parte della Procura di Taranto che pochi giorni prima ha sequestrato gli impianti inquinanti. Il procuratore Franco Sebastio infatti è stato costretto a chiarire: «Il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva impone l’eliminazione delle emissioni inquinanti e pericolose e inibisce qualunque attività produttiva degli impianti».

Ma le ciminiere sono sempre lì a sputare fumi. Rosa, rossi, arancioni. Il colore è indefinito ma all’alba è ben visibile. Copre come una cappa tutta l’industria e le zone circostanti. Il fenomeno si chiama slopping (letteralmente: rovesciare, traboccare, fuoriuscire). Dal cielo cadono frammenti di minerali che ricoprono tutto sotto forma di una polvere sottilissima. Al sole brilla, sembra argento o oro rosa. E’ metallo. Si deposita ovunque. Soprattutto nelle aree più vicine alle ciminiere: il cimitero, le scuole e un intero quartiere residenziale: Tamburi. Entra nei polmoni. Li distrugge.

In questo quartiere attorno al quale è stata costruita l’Ilva, in ogni appartamento c’è almeno un malato di tumore. «E’ solo la punta dell’iceberg» dice il dottor Patrizio Mazza, primario di Ematologia all’ospedale S. Annunziata di Taranto. I dati in suo possesso parlano di un incremento dei tumori di circa il 30% rispetto alla media nazionale. I più colpiti, secondo il professore, sono i bambini. «I bambini iniziano con malattie che coinvolgono il sistema respiratorio o il sistema immunitario ma sono solo il preludio per patologie maggiori che si scopriranno con il tempo». Non a caso la perizia tecnica ordinata dal tribunale parla di «emissioni che sono causa di malattia e morte».
Una situazione che va avanti dagli anni ’60 ma che ha provocato scandalo solo negli ultimi tempi. Da quando, cioè, si fece analizzare un pezzo di formaggio prodotto nelle fattorie adiacenti e si scoprì che era zeppo di diossina. Alcune associazioni di ambientalisti hanno calcolato che il 92% della diossina prodotta in Italia proviene dall’Ilva. Secondo le tabelle dell’Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) l’Ilva sfora tutti i limiti di emissioni nell’aria e nell’acqua.

Diossina e benzo(a)pirene (un letale idrocarburo policiclico aromatico) sono i due mostri contro i quali una parte della popolazione combatte. L’altra parte chiude gli occhi preferendo tutelare il posto di lavoro. «Se ci danno una casa più lontana e un lavoro più lontano andiamo via, altrimenti meglio morire qui che morire di fame altrove» dice il personale della scuola media De Carolis, proprio a ridosso di una delle ciminiere più tristemente note. E’ quella che ricopre di “rosa” anche il cimitero.

Le tombe un tempo erano di marmo bianco. Ora sono tutte colorate. Non per un effetto romantico ma per il minerale ferroso che con il vento si deposita sopra. Ma anche al cimitero di Brunone sono in pochi a volerne parlare. «Il posto di lavoro è sacro». Un operaio ci fa vedere i cumuli di polvere ferrosa che si raggranellano fuori le finestre degli uffici o sulle panchine. Quando c’è vento sono costretti a chiudere tutto o a girare con le mascherine. In fabbrica sono in tanti quelli che sanno di questo disastro. Compreso il sindacato che molti operai accusano di essere sovvenzionato dall’azienda. «E’ quanto di più falso ci possa essere – controbatte Luigi D’Isabella della Cgil regionale -. L’Ilva elargisce 600 mila euro l’anno ma non sono soldi che arrivano a noi direttamente ma ad una fondazione, “Vivere solidali” (che però è gestita dagli stessi sindacati, ndr), che si occupa delle attività dopolavoristiche degli operai. Tra l’altro, proprio in seguito a tali polemiche, stiamo discutendo se sia il caso di investire diversamente questi soldi».

Eppure chi negli anni si è permesso di protestare è stato allontanato. O meglio, confinato. Come nel caso di Massimo Battista. Lavorava nei reparti Acciaieria 1 e 2. Poi quando iniziò a denunciare lo slopping hanno provato a licenziarlo. Tre volte. Non ci sono riusciti. Dal 2007 lo hanno “inviato” in una casupola sul mare di proprietà aziendale (che la gestisce tramite la suddetta fondazione) «a contare le barche che passano». Proviamo a chiedergli della famigerata palazzina Laf. E’ uno stabile vuoto, senza nemmeno una sedia, in cui vennero rinchiusi per otto ore 60 operai che protestavano per le fuoriuscite inquinanti. Battista racconta che è solo uno dei casi venuti alla luce, uno di quelli in cui la magistratura ha messo le mani condannando 11 dirigenti per mobbing. «Ma nell’azienda si vede di peggio, c’è solo da togliere i paraocchi».

Al rione Tamburi la gente preferisce non sapere. Ha paura di controllare la salute. Una volta su due gli accertamenti medici identificano un tumore, una leucemia, un polipo maligno allo stomaco. In ogni famiglia c’è almeno un malato con un carcinoma. In altri casi, come quello di Francesco Fanelli, il cancro l’ha praticamente cancellata la famiglia: madre, padre, nonni, i due fratelli, la prima moglie, uno zio, una zia… Quando è stato il turno della primogenita,di appena 11 anni, ammalata di leucemia mieloide, è scoppiato in lacrime. In 24 ore ha deciso di vendere tutto e scappare via dal rione. «Ho preferito accollarmi un mutuo di 100mila euro alla mia età piuttosto che vedere morire tutti davanti ai miei occhi impotenti» dice Fanelli. Ha fondato un’associazione. Si chiama 9 luglio 1960. E’ il giorno in cui ai Tamburi hanno iniziato a costruire l’Ilva. Lo chiamano l'”anno zero”, «il giorno in cui giardini, frutteti, ruscelli e una fresca aria curativa hanno lasciato il posto a questa grande industria». E’ il ricordo di Ettore Toscano, attore e poeta tarantino che della trasformazione dei rione Tamburi ha impressa la violenza inferta al territorio. Prima, i bambini che soffrivano di asma o piccoli problemi respiratori li mandavano ai Tamburi per respirare aria fresca. Ora da qui si scappa.

I veleni dell’Ilva si sono infiltrati in ogni casa, su ogni terreno, in ogni lembo d’acqua. «Già vent’anni fa prelevammo dei campioni di sedimento marino davanti agli scarichi dell’Ilva – racconta Fabio Matacchiera, attivista del Fondo Antidiossina Taranto Onlus -. Il responso clinico fu impietoso: si trattava di rifiuti tossico-nocivi». A distanza di 20 anni gli abbiamo chiesto di ripetere l’esperimento. Con un retino ha raschiato il fondale del mare ed è uscita un’acqua nera e densa come il petrolio, l’odore del mare cancellato da quello dell’olio. Un guanto di lattice usato per il travaso nei tester, si spacca a contatto la sostanza prelevata. I campioni sono poi stati inviati a un centro specializzato che si trova a Venezia. Quello che a noi sembrava petrolio in effetti era una miscela esplosiva di Pcb, idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti. «Tra questi spicca la massiccia presenza di benzo(a)pirene – precisa Matacchiera -. E’ un contaminante categoria 1 presente nella quantità di oltre 92mila microgrammi per chilo di peso secco. Il contatto con questo inquinante , per dare un’idea, equivale a fumare circa duemila sigarette in un anno».

E’ probabile che le abbia respirate il piccolo Lorenzo. A 3 mesi di vita gli hanno trovato un tumore alla testa di 5 centimetri. «Era più grande il tumore che la sua testolina» – racconta commosso il padre Mauro Zaratta, anche lui costretto ad andare via da Taranto. «Qui abbiamo il doppio di incidenza di leucemie acute nei bambini rispetto al resto d’Italia – afferma il primario di Ematologia all’ospedale S. Annunziata di Taranto -. Come si fa a non rendersene conto? Provo sconforto perché sono dieci anni che denuncio l’aumento di queste malattie ma l’unica risposta che mi è stata data negli anni dalla politica e dalle autorità è che sono un medico terrorista. Ora dovrebbero sapere che il 40% di questi bambini affetti da leucemie acute non ce la fanno a sopravvivere. Muoiono dopo qualche mese. E spesso si tratta di bambini che non hanno nemmeno un anno di vita».

Antonio Crispino da corriere.it

Ilva è grande due volte la città vecchia di Taranto. Ha un’attività incessante. Registriamo le immagini del servizio nel mese di agosto, proprio contestualmente al divieto di attività da parte della Procura di Taranto che pochi giorni prima ha sequestrato gli impianti inquinanti. Il procuratore Franco Sebastio infatti è stato costretto a chiarire: «Il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva impone l’eliminazione delle emissioni inquinanti e pericolose e inibisce qualunque attività produttiva degli impianti».

Ma le ciminiere sono sempre lì a sputare fumi. Rosa, rossi, arancioni. Il colore è indefinito ma all’alba è ben visibile. Copre come una cappa tutta l’industria e le zone circostanti. Il fenomeno si chiama slopping (letteralmente: rovesciare, traboccare, fuoriuscire). Dal cielo cadono frammenti di minerali che ricoprono tutto sotto forma di una polvere sottilissima. Al sole brilla, sembra argento o oro rosa. E’ metallo. Si deposita ovunque. Soprattutto nelle aree più vicine alle ciminiere: il cimitero, le scuole e un intero quartiere residenziale: Tamburi. Entra nei polmoni. Li distrugge.

In questo quartiere attorno al quale è stata costruita l’Ilva, in ogni appartamento c’è almeno un malato di tumore. «E’ solo la punta dell’iceberg» dice il dottor Patrizio Mazza, primario di Ematologia all’ospedale S. Annunziata di Taranto. I dati in suo possesso parlano di un incremento dei tumori di circa il 30% rispetto alla media nazionale. I più colpiti, secondo il professore, sono i bambini. «I bambini iniziano con malattie che coinvolgono il sistema respiratorio o il sistema immunitario ma sono solo il preludio per patologie maggiori che si scopriranno con il tempo». Non a caso la perizia tecnica ordinata dal tribunale parla di «emissioni che sono causa di malattia e morte».
Una situazione che va avanti dagli anni ’60 ma che ha provocato scandalo solo negli ultimi tempi. Da quando, cioè, si fece analizzare un pezzo di formaggio prodotto nelle fattorie adiacenti e si scoprì che era zeppo di diossina. Alcune associazioni di ambientalisti hanno calcolato che il 92% della diossina prodotta in Italia proviene dall’Ilva. Secondo le tabelle dell’Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) l’Ilva sfora tutti i limiti di emissioni nell’aria e nell’acqua.

Diossina e benzo(a)pirene (un letale idrocarburo policiclico aromatico) sono i due mostri contro i quali una parte della popolazione combatte. L’altra parte chiude gli occhi preferendo tutelare il posto di lavoro. «Se ci danno una casa più lontana e un lavoro più lontano andiamo via, altrimenti meglio morire qui che morire di fame altrove» dice il personale della scuola media De Carolis, proprio a ridosso di una delle ciminiere più tristemente note. E’ quella che ricopre di “rosa” anche il cimitero.

Le tombe un tempo erano di marmo bianco. Ora sono tutte colorate. Non per un effetto romantico ma per il minerale ferroso che con il vento si deposita sopra. Ma anche al cimitero di Brunone sono in pochi a volerne parlare. «Il posto di lavoro è sacro». Un operaio ci fa vedere i cumuli di polvere ferrosa che si raggranellano fuori le finestre degli uffici o sulle panchine. Quando c’è vento sono costretti a chiudere tutto o a girare con le mascherine. In fabbrica sono in tanti quelli che sanno di questo disastro. Compreso il sindacato che molti operai accusano di essere sovvenzionato dall’azienda. «E’ quanto di più falso ci possa essere – controbatte Luigi D’Isabella della Cgil regionale -. L’Ilva elargisce 600 mila euro l’anno ma non sono soldi che arrivano a noi direttamente ma ad una fondazione, “Vivere solidali” (che però è gestita dagli stessi sindacati, ndr), che si occupa delle attività dopolavoristiche degli operai. Tra l’altro, proprio in seguito a tali polemiche, stiamo discutendo se sia il caso di investire diversamente questi soldi».

Eppure chi negli anni si è permesso di protestare è stato allontanato. O meglio, confinato. Come nel caso di Massimo Battista. Lavorava nei reparti Acciaieria 1 e 2. Poi quando iniziò a denunciare lo slopping hanno provato a licenziarlo. Tre volte. Non ci sono riusciti. Dal 2007 lo hanno “inviato” in una casupola sul mare di proprietà aziendale (che la gestisce tramite la suddetta fondazione) «a contare le barche che passano». Proviamo a chiedergli della famigerata palazzina Laf. E’ uno stabile vuoto, senza nemmeno una sedia, in cui vennero rinchiusi per otto ore 60 operai che protestavano per le fuoriuscite inquinanti. Battista racconta che è solo uno dei casi venuti alla luce, uno di quelli in cui la magistratura ha messo le mani condannando 11 dirigenti per mobbing. «Ma nell’azienda si vede di peggio, c’è solo da togliere i paraocchi».

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