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Roma è peggio di Calcutta

1- NELLA CAPITALE DI ALE-DANNO, SOTTO GLI OCCHI DEI VIGILI URBANI SI CONSUMA QUALSIASI TIPO DI NEFANDEZZA, ILLEGALITÀ E ABUSIVISMO. LE PIAZZE DEL CENTRO INVASE DA TAVOLINI SELVAGGI, VENDITORI AMBULANTI, AUTO IN TRIPLA FILA, MONUMENTI OSCURATI DAGLI OMBRELLONI ABUSIVI DEI RISTORANTI, PARCHEGGIATORI DELLA MALAVITA – 2- IL PRIMATO DEL QUARTIERE DI SAN LORENZO, ORMAI DIVENTATO UNA DELLE PIÙ GRANDI PIAZZE DI SPACCIO D’EUROPA (SUPERATA SCAMPIA?). E I “PIZZARDONI”? SULLA GRATICOLA PER LE TANGENTI. UNA PROPOSTA CHOC: SCIOGLIERE IL CORPO DEI VIGILI URBANI – 3- TRASTEVERE ADDIO: BOTTIGLIE ROTTE, TOVAGLIOLI, COPPETTE DI GELATO, IL VOMITO DEGLI UBRIACHI. ALL’ALBA MIGLIAIA DI UCCELLI CONTENDONO AI TOPI GLI AVANZI DI CIBO – 4- QUELLA DEI POSTEGGIATORI ABUSIVI È UNA STORIA PAZZESCA. ALLA FINE PAGHI DUE VOLTE: PAGHI IL COMUNE PER STARE DENTRO LE STRISCE BLU, E PAGHI LORO, I POSTEGGIATORI: È SEMPRE MEGLIO ALLUNGARGLI UN EURO CHE TROVARE IL COFANO RIGATO –

1- ROMA PEGGIO DI CALCUTTA!
Fabrizio Roncone per il “Corriere della sera”

Dolcissima sera, l’incanto di piazza Farnese nel riverbero dei lampioni, quando all’improvviso entra una Bmw coupé che, rombando, va a inchiodare davanti al ristorante Camponeschi. Il tipo che apre lo sportello è basso, tarchiato, ha il viso ovale, un sigaro tra le dita, la camicia bianca sbottonata al collo. Scende e va a prendere posto in una tavolata rumorosa, dove viene accolto da un coro affettuoso: «Lu/i/ggi/no! Lu/i/ggi/no!». Segue applauso. Seguono risate.

Chi può permettersi un simile ingresso in una delle più belle piazze di Roma? Sul cruscotto della Bmw non c’è traccia di permessi speciali.
Sul muro, all’angolo con via dei Baullari, un cartello: «Area pedonale».

Due vigili urbani assistono distrattamente alla scena. Uno fuma, l’altro sbadiglia, guarda l’orologio, sbadiglia ancora. Poi si volta.
«Cerca qualcosa? Ha bisogno di qualcosa?». (Tono sgarbato).
Mi chiedevo perché quel signore può parcheggiare la sua auto lì, mi chiedevo perché non gli facciate una multa e non chiamate un carro attrezzi.
«Perché perché perché…».
Ecco, sì: perché?
(A questo punto interviene quello che stava fumando, e che sembra essere il più alto in grado).

«Senta, me sa che lei nun cià niente da fa’, eh?».
Veramente…
«E su… Se faccia ‘na passeggiata… faccia er bravo, no?».
Nemmeno ti chiedono chi sei. Si allontanano con un ghigno di fastidio, la camminata ciondolante, non si capisce se complici o rassegnati, di certo testimoni e protagonisti dell’agonia di questa città, della Capitale d’Italia, ormai sfregiata dall’illegalità, dall’abusivismo, senza più decoro, senza regole, precaria, molle, infestata dalle tangenti, dove tutti possono tutto, dove un famoso commerciante di vini come Silvio Bernabei accusa il comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani di aver intascato ventimila euro in contanti.

«Doveva pagarci, così mi disse, la bolletta della luce del loro circolo sportivo: in realtà io non chiedevo, pagavo e basta perché impaurito dal comportamento vessatorio della polizia municipale».
Già due vigili arrestati, in questa storia, e altri che tremano. Venerdì scorso, Mauro Cordova, presidente dell’Arvu, l’associazione cui aderiscono quasi tutti i 6300 vigili urbani di Roma, ha chiesto sul Corriere lo scioglimento del corpo, «ormai la gente ci insulta per strada».

Il comandante Giuliani, 52 anni, ha fama d’essere loquace, ma non è vero. Prima è affabile – mai sentito in precedenza, passa subito al tu, «Dai Fabrì, vieniti a prendere un caffè al comando, t’aspetto…» – poi in dieci minuti sparisce, si nega, lascia a farfugliare scuse la segretaria. Il suo predecessore, Giovanni Catanzaro, fu costretto alle dimissioni quattro anni fa, accusato di aver parcheggiato un’Alfa Romeo Brera rossa a via della Croce, in sosta vietata ed esponendo un contrassegno per disabili falso.
Storie cupe, ombre, perdita di autorevolezza.

LA PIAZZA ABUSIVA
A piazza Navona, contati quattordici locali, tra bar e ristoranti, e 603 tavolini: ma oltre 400 tavolini sono fuorilegge. Dovrebbero stare sul marciapiede (secondo il piano di «massima occupabilità» approvato dal Campidoglio il 4 aprile scorso e che ricalca la delibera n.139 del 2006, mai rispettata) e invece invadono la strada, sconvolgono il panorama. Ogni tavolino, tra maggio e settembre, nell’assalto dei turisti, può arrivare a rendere fino a 300 euro al giorno.

Rendono meno ma rendono pure le 64 postazioni dei pittori, che però non dipingono più: vendono solo poster, stampe ritoccate con il pennello, souvenir. Accanto a loro venditori di accendini, senegalesi con borse contraffatte, un mangiafuoco, due equilibristi sui trampoli, un mimo, cinque barboni che chiedono l’elemosina, uno storpio che si trascina sui gomiti.

Un suk, una piazza che potresti trovare a Kabul, e invece sei a piazza Navona, e i vigili sono lì, agli angoli, che osservano come se la scena non li obbligasse ad intervenire (del resto, lo scorso settembre, uno squilibrato assaltò indisturbato la fontana del Moro, deturpando con un sasso uno dei magnifici mascheroni). I vigili sono inermi anche a piazza della Rotonda, dove gli ombrelloni addirittura oscurano il colonnato del Pantheon.

E se poi entri in piazza di Spagna e li vedi lì, beati e tranquilli, pensi che allora il comandante Giuliani invece di pensare alle bollette del circolo sportivo forse dovrebbe prenderli uno ad uno, i suoi uomini, e dirgli che lo spettacolo non è indecente, no: qui in piazza di Spagna lo spettacolo fa veramente schifo.

Camerieri filippini che portano le cagnette dei loro padroni a fare i bisogni nelle aiuole dove s’alzano palme maestose. Un fioraio che ormai vende qualsiasi cosa, tranne che i fiori. Macchine blu parcheggiate ovunque, anche sui posti riservati agli handicappati. Ma il peggio è sulla scalinata di Trinità de’ Monti, gigantesco accampamento, dove si suona e si mangia, si urina e si sballa, alla faccia dell’ordinanza che vieta «bivacchi e schiamazzi» fino al prossimo 30 settembre.

Questa ordinanza ha qualcosa di grottesco. Campo de’ Fiori, dopo la mezzanotte, diventa zona di guerriglia. Un anno fa, tre giovani romani massacrarono di botte un turista inglese che zuppo di birra aveva improvvisato uno spogliarello (potete andare a cercarvi le drammatiche immagini su YouTube ). Bande di coatti minacciano e insultano chiunque osi incrociare i loro sguardi eccitati da cocaina e vodka. S

e ti va bene e arrivi su Ponte Sisto, devi pregare che i pitbull di quegli straccioni chiamati punkabbestia abbiano cenato: se no li vedi annusare minacciosi i tuoi polpacci e non c’è un vigile che possa intervenire, perché i vigili sono lì, a controllare il semaforo che scatta, giallo, rosso, verde, mentre a cento metri non ci sei solo tu che cerchi di portare a casa le gambe, ma ci sono anche decine di posteggiatori abusivi.

Quella dei posteggiatori abusivi è una storia pazzesca. In alcune zone della città – intorno ai tribunali, ad esempio – i romani arrivano addirittura a consegnare loro le chiavi della macchina. Dottò, buongiorno. Dottò, stia tranquillo. E così alla fine paghi due volte: paghi il Comune per stare dentro le strisce blu, e paghi loro, i posteggiatori, perché è sempre meglio allungargli un euro che tornare e trovare il cofano rigato.

E stai sicuro che te lo rigano, perché comandano loro, non i vigili. Così come comandano i grandi capi del racket della prostituzione. Sulla via Salaria, all’altezza della sede di Sky, decine di ragazzine mezze nude e su tacchi altissimi aspettano i clienti. All’Acqua Acetosa, per fare la fila davanti ai trans si arriva all’ingorgo.

Spacciatori e triple file
I vigili o non vedono (il quartiere di San Lorenzo è diventata una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa; i cosiddetti centurioni, dopo le risse dei giorni scorsi, sono già tornati sotto al Colosseo; da viale Marconi a viale Parioli, davanti ad alcuni negozi e ristoranti è consentito parcheggiare in tripla fila) oppure intervengono tardi. Roma nord paralizzata due volte: lo scorso 28 ottobre per l’apertura di un negozio Trony e il 12 aprile per un maxi-concorso all’hotel Ergife.

Ogni volta al comandante Giuliani è arrivata la telefonata furibonda del sindaco Alemanno che, secondo alcune voci, al suo posto vedrebbe bene un ex generale dei carabinieri e che comunque è molto soddisfatto del lavoro di uno dei suoi vice, Antonio Di Maggio, fama da sceriffo, responsabile dell’ufficio anti-abusivismo.

«Eppure a Roma ci sono 12.315 abusi edilizi accertati che aspettano di essere sanzionati o, come prevede la legge, requisiti…»: questa è la voce di Massimo Miglio, l’ex responsabile dell’ufficio anti-abusivismo, tecnico esperto e appassionato, inspiegabilmente allontanato subito dopo l’elezione di Alemanno a sindaco (quelli, in verità, erano anche i giorni in cui Alemanno prometteva di abbattere l’Ara Pacis, di affidare l’Ama, azienda dei rifiuti, ad un suo amico ex sprangatore nero, e poi giurava che avrebbe reso la città più sicura, senza traffico, etc etc).

Miglio, senta: lei mi ha fatto vedere due foto scattate dall’alto su quel palazzo vicino Fontana di Trevi. Prima c’era un terrazzo, poi, due anni dopo, il terrazzo è sparito e al suo posto appare chiaro che è stato alzato un piano. Com’è possibile un simile abuso?
«Eh… Sa quanto materiale edile bisogna scaricare per costruire il piano di un palazzo? Ha idea del movimento di camion e operai? Ecco, allora la domanda è questa: possibile che a nessun vigile sia venuto in mente di chiedere cosa stava accadendo in quell’antico palazzo dietro Fontana di Trevi?».

Se è per questo, per anni i vigili finsero di non vedere che un ceffo di nome D’Artagnan rubava secchi di monetine lanciate nella fontana dai turisti. Finché poi un giorno arrivò una troupe delle Iene di Mediaset che documentò tutto, compreso lo strano passaggio di qualcosa, da mano a mano, tra il ladro e un vigile.
Tre vigili furono sospesi. Il sindaco Alemanno si presentò all’assemblea organizzata dai sindacalisti del corpo e fu accolto da insulti e lancio di euro in moneta (altri tre vigili indagati per «oltraggio»).

Cambiare nome al corpo, da «Polizia municipale» a «Polizia locale di Roma capitale», bizzarra decisione assunta dal Campidoglio pochi mesi dopo, a parecchi agenti è sembrata perciò una piccola, autentica perfidia. Costata molti soldi e con risultati comici.
I romani telefonano al centralino (06-67691) per chiedere aiuto. Il centralino risponde: «Polizia locale, mi dica…».
Il cittadino, disorientato: «Ah, no, scusi… cercavo i vigili urbani».
Clic.

2- LA MONNEZZA DI TRASTEVERE,
COSÌ FINISCE UN RIONE – BOTTIGLIE ROTTE, TOVAGLIOLI, COPPETTE DI GELATO E IL VOMITO DEGLI UBRIACHI DI TURNO. ALL’ALBA MIGLIAIA DI UCCELLI CONTENDONO AI TOPI GLI AVANZI DI CIBO SPARSI LA SERA PRIMA
Maurizio Caprara per Corriere.it

Mentre si discute su dove chiudere o aprire una nuova discarica, a Roma in verità se ne è creata di fatto un’altra: nel centro storico. Ufficialmente non esiste: è di rifiuti che rimangono appoggiati per terra alcune ore e poi portati via. Ma dato che nell’arco della stessa giornata altri rifiuti arrivano a rimpiazzarli, lo sporco ha una durata di vita simile a quella di tante orribili insegne di bar, ristoranti e negozi teoricamente non fisse: si staccano per una minoranza delle ore della giornata, quando il locale chiude, per il resto imbruttiscono scorci meravigliosi in gran parte del tempo.

Quelle che vedete sono immagini della mattina in un sabato qualunque di questa primavera. Se fossero state scattate di domenica la stratificazione dell’immondizia sarebbe anche maggiore. Ma danno l’idea di ciò che, nell’inerzia delle istituzioni, è diventata l’ordinarietà: la licenza di sporcare, la scelta politica condivisa a destra e a sinistra di non tener conto di quale è la quantità di esercizi tollerabili in un determinato punto di Italia senza alterarne l’equilibrio ambientale.

La mancanza di un progetto urbanistico che non sia dettato dal beneficiare di una bulimia di clienti da parte di piccoli drappelli di sedicenti imprenditori (d’assalto o di semplice rendita di posizione a seconda dei casi, di certo estranei alla tradizione di bar e ristoranti seri che non viene tutelata dall’attuale stato di cose).

Non si capisce perché, la rimozione di questa sporcizia che non dovrebbe neanche essere prodotta e concentrata in un’unica zona debba essere pagata con le tasse da tutti. Non si capisce perché passi per sogno utopista ipotizzare che un vigile o una qualunque autorità pubblica sanzioni chi butta per terra una bottiglia, una coppetta di gelato o un tovagliolo, ma spesso anche un bicchiere di vetro che regolarmente si rompe e può tagliare mani e ginocchia a bambini se scivolano.

BARACCHE SUL TEVERE
A pochi chilometri da noi, in città grandi e piccole del Nord Italia o anche soltanto dell’alto Lazio, quel sogno non richiede neppure il ricorso a multe. Si realizza da solo: quando non avviene per sufficiente educazione civica, basta la sola consapevolezza che la maleducazione verrebbe punita. Nelle capitali del resto d’Europa, lo stesso.

Sta prendendo consistenza un cupo fenomeno che poesia e stornelli non hanno ancora avuto modo di descrivere. Tra la fine della notte e le luci dell’alba, migliaia di uccelli che un tempo erano forza e dinamismo della natura e adesso sono un effetto indotto dell’inquinamento – corvi, gabbiani, piccioni – approfittano dell’assenza di umani in strada per contendere ai topi, in giro nelle ore precedenti, gli avanzi di cibo sparsi da quella caciara alla quale, senza motivo, si dà l’onorevole nome di movida. Patatine, pezzi di pizza, coni gettati di gelato, vomito.

Sì, vomito. Perché in certi punti del centro la mattina dà i risultati di una tombola al contrario: alcuni condomini, al posto della fortuna, si troveranno davanti al portone un tappetino di vomito dell’ubriaco di turno. Fa schifo dirlo, e fa schifo anche scriverlo su un giornale: ma è ormai abituale che questo si aggiunga alla sporcizia di bisogni non canini (né di volatili) scaricata tra un vaso di piante e l’altro anche di giorno e non soltanto di notte. Sono ragazzi attirati dalla caciara sulla quale alcuni si arricchiscono, venditori ambulanti di merci contraffatte, turisti senza alternative a dare il cambio ai cani nella produzione di escrementi da strada.

La caccia degli uccelli all’avanzo di cibo va avanti fino a quando, nelle prime ore della mattina, i netturbini ripuliscono a spese della città intera quanto le maleducazioni varie e l’acquiescenza delle forze preposte e far rispettare le norme hanno permesso si accumulasse. Per poco tempo, le scale della fontana di Santa Maria in Trastevere, il circondario di quel poveraccio di Giordano Bruno a campo de’ Fiori e altri gioielli della capitale di un Paese del G8 riacquistano fiato.

Non a lungo, però. Perché nel corso delle ore, già dalla mattina, i rifiuti torneranno a usufruire del loro permesso oggettivo di lunga sosta che, seppure con turni, li renderà parte del luogo. Le forze dell’ordine, se contattate da cittadini, spesso riterranno quasi offensivo essere invitate a multare chi lascia qualcosa per terra. Proteggere il centro storico di una delle più belle città del mondo affinché non diventi centro discarica? Che incarico di basso prestigio. Chissà perché, quando a nessuno verrebbe in mente di considerare umiliante il compito di catturare ladri di statue antiche o di altre bellezze assegnato ai carabinieri del nucleo per la tutela del Patrimonio artistico.

Quanto vedete è il lascito di una notte in via della Scala, soprattutto all’angolo con vicolo del Cinque, dove ogni notte musica ad alto volume esce dai bar senza rispettare l’obbligo di chiudere le porte. La cassetta postale vicino a Santa Maria meriterebbe di essere un francobollo: è l’immagine di ciò a cui è stato ridotto il principio di servizio pubblico.

Beato il giapponese che riesca a riconoscere la cassetta postale per tale, perché da noi, rispetto al suo diritto di mandare una cartolina, si privilegia quello autoattribuitosi da un noleggiatore di camere a farsi propaganda imbrattando con un manifestino il lato dalla cassetta risparmiato da scritte e adesivi pubblicitari.

Chissà come fanno, nel sapere che questo accade, i nostri amministratori locali di Comune e Municipio e i responsabili dei vigili a farsi la barba o a truccarsi. Insomma, a guardarsi allo specchio. La storia non li ricorderà certo tra i difensori di Roma, né tra i motori del suo sviluppo, per aver così generosamente garantito cibo agli uccelli.

da dagospia.com

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