Archeologia e Turismo per Vigna Barberini sul Palatino

ARCHEOLOGIA
Nuovo gioiello sul Palatino . Apre la “Vigna Barberini”
Non era mai stato possibile visitarla dal 1909. Un prato verde è la terrazza da cui si gode il panorama più vasto e più bello di Roma. Da San Gregorio sul Celio alle statue di San Giovanni in Laterano, al Colosseo, agli archi di Tito e Settimio Severo nel Foro “infilati” uno nell’altro in una inedita prospettiva, al Vittoriano e Campidoglio. C’è anche il cantiere di scavo con le tracce della “sala da pranzo” girevole di Nerone. E il tempio al dio Sole: sui suoi gradini Diocleziano condannò a morte San Sebastiano

di GOFFREDO SILVESTRI

vigna_barberiniROMA – Roma antica e moderna ha un nuovo panorama, il più vasto e bello di tutti, di cui il pubblico non aveva mai goduto e che dal 26 ottobre fa parte del percorso di visita del Palatino. Senza costi aggiuntivi. Anzi con la novità dell’omaggio di una mappa di Palatino-Foro Romano-Colosseo (perché il biglietto è unico). Si tratta della spianata, una vera terrazza, di 110 per 150 metri, denominata “Vigna Barberini” e che dal 1909, quando la proprietà passò dalla famiglia Barberini al demanio dello Stato, non era mai stata aperta al pubblico.

La “Vigna-terrazza” è collocata allo spigolo del Palatino che sovrasta l’arco di Costantino e il Colosseo (come orientamento è la terrazza nord-orientale). Da qui inizia una sequenza da kolossal cinematografico, ma di vera storia, con i monumenti a distanza ravvicinata o in una inedita prospettiva, “infilati” uno nell’altro come gli archi di Tito e Settimio Severo nel Foro. Insomma si è in alto, ma non troppo in alto.

La sequenza comincia da destra. Dalla cupola di San Gregorio al Celio e dal campanile romanico della basilica dei Santi Giovanni e Paolo: attraverso le bifore filtra il cielo. I pini ad ombrello e i cipressi del Celio. Sullo sfondo il retro di San Giovanni in Laterano, le sagome delle statue del coronamento della facciata della basilica. Ai piedi della terrazza, l’arco di Costantino (mai visto dall’alto messo di taglio e in modo da scrutare il piano attico). L’impronta sul terreno della “Meta Sudans”, la fontana in cui i gladiatori andavano a lavare le armi del sangue e delle budella degli avversari affrontati nell’arena. E poi il Colosseo che non ha bisogno di commenti e il formicaio senza soste di turisti e romani. Davanti alla terrazza il tempio di Venere e Roma (anche lui sarà riaperto al pubblico), la sagoma di Santa Francesca Romana, mentre “avanza” il Foro Romano. L’arco di Tito (che è il punto per arrivare, nello spazio di 150 metri circa, alla “Vigna Barberini”). Dietro, la mole cavernosa della Basilica di Massenzio. Il Foro Romano. La cupola dei Santi Luca e Martina. Il retro del Vittoriano con i cavalli delle due bighe ritagliati nel cielo che sembrano pronti a scattare al galoppo (la collina di Monte Mario è sullo sfondo, con l’osservatorio astronomico e le orribili antenne). Accanto al Vittoriano è la mole squadrata della basilica dell’Ara Coeli. E si chiude col Campiglio, il lato burocratico del “Tabularium”, ma sempre Campidoglio. E fra un pino marittimo e l’altro ecco la torre.

Ma un pezzo di Palatino, il colle dei palazzi degli imperatori, dei templi eretti dagli imperatori, delle più antiche testimonianze di Roma, non può essere solo un punto panoramico. E infatti la “Vigna Barberini” non lo è. Intanto alla “Vigna” si arriva dall’arco di Tito: faccia all’arco si sale a sinistra per il Clivo Palatino per circa 150 metri come detto, fino a una breve galleria ancora sulla sinistra, che una cancellata sbarrava al pubblico. Superata la galleria si è nella “Vigna” che ha ancora l’aspetto di campagna. La soprintendenza speciale per i beni archeologici diretta da Angelo Bottini, ha giustamente mantenuto il prato verde circondato, meglio protetto per due lati da un muro come un improvviso “hortus conclusus”, “horto secreto”. Un’impressione rafforzata dalla presenza di due piccole chiese. Quella più in basso, angolo Nord della “Vigna”, è San Sebastiano detta al Palatino, quella nella posizione superiore, all’esterno della “Vigna”, lato meridionale, San Bonaventura con convento.

Il muro più alto appartiene al sontuoso palazzo imperiale costruito da Domiziano, il terzo ed ultimo imperatore dei Flavi che regnò (e costruì mezza Roma) dall’81 al 96. Nella “Vigna” era uno dei nuclei del palazzo. Un corpo avanzato “che doveva apparire come una grande spianata centrale circondata da un alto porticato a più piani che sul lato meridionale disegnava un ampio emiciclo”. I visitatori forse non se ne accorgeranno, ma il vialetto a ghiaino vuole richiamare la forma ad emiciclo. Purtroppo per ragioni di sicurezza i resti del palazzo sono stati vigna_barberini10scavati ed interrati.

Nella parte centrale della terrazza sono state trovate tracce di filari di piante coltivate in anfore il che fa pensare a un giardino con quel che ne segue di fontane, viali, aiuole e di ipotesi. Una “assai verosimile” è che qui siano stati i giardini di Adone, gli “Adonaea” ricordati dal sofista greco Filostrato che racconta dell’incontro fra Domiziano e il filosofo greco Apollonio di Tyana “in un luogo pieno di piante in vaso” che era nel Palazzo Flavio. Adone era divinità orientale legata al mondo funebre e agreste, dall’esistenza effimera. Nelle feste a lui dedicate si seminavano in vaso piante a rapida crescita (come malva, orzo, finocchio) che altrettanto presto morivano seguendo il breve volgere del dio.

Ora tutta la parte centrale della terrazza è occupata dalle basse strutture, esattamente il basamento (60 per 40 metri) scavato negli anni Trenta del Novecento, di un tempio dedicato al Sole probabilmente in tarda età severiana da Elagabalo che regnò dal 218 al 222. L’imperatore si identificava col Sole, altro culto orientale, questa volta del sovrano vivente, e la costruzione del tempio era il tentativo di trasferire in Roma quel culto. Per rafforzare il tentativo – come ricorda Maria Antonietta Tomei, responsabile dell’area Foro Romano-Palatino, Elagabalo riunì nel santuario gli oggetti più sacri di Roma: il simulacro di Cibele, gli “ancilia”, gli scudi di Marte custoditi nella Regia, il fuoco di Vesta, il Palladio quest’ultimo il simulacro di Atena che Enea avrebbe portato con sé da Troia. Dal Palladio la zona era chiamata nel Medio Evo “Pallara” e la chiesa di San Sebastiano era diventata Santa Maria in Pallara.

La chiesa (origine del X secolo poi ricostruita nel 1624), sorge sul lastricato del tempio del Sole ed è legata al martirio di Sebastiano, stimato ufficiale della guardia pretoriana di Diocleziano e Massimiano, il 20 gennaio 288. Sulla scalinata del tempio, alla presenza di Diocleziano, Sebastiano fu invitato all’abiura della fede cristiana che lui invece confermò.

Anche la chiesa di San Bonaventura (alla quale si arriva con l’omonima, stretta via, fra Palatino e “Vigna”, percorsa da rari turisti e ignorata dai romani), costruita nel 1675 è stata innalzata sui resti del palazzo imperiale e su di una enorme cisterna alimentata dall’acquedotto Claudio, al servizio del palazzo e poi delle terme severiane costruite poco distinte da Settimio Severo.

Nell’angolo sinistro della “Vigna” è la recinzione di un cantiere di scavo, ma che fa parte del percorso di visita perché la soprintendenza vuol far vedere il lavoro degli archeologi e quello che hanno già trovato. E che potrebbe essere l’individuazione di una delle realizzazioni più affascinanti del mondo romano: la “sala da pranzo” girevole, la “paecipua coenatio rotunda”, la “peculiare” sala di cui parla Svetonio, che girava notte e giorno ad imitazione del movimento della Terra, e che Nerone aveva fatto costruire per sbalordire gli ospiti di questa parte della Domus Aurea sulle pendici del Palatino.

In una struttura “particolarmente complessa” di cui si ignorano le dimensioni, a pianta centrale, gli archeologi hanno svelato un ambiente di forma circolare con muri perimetrali (spessore 2,10) e del diametro di 16 metri. Al centro di questo spazio è un impressionante, “possente”, pilone circolare (diametro quattro metri) e “verosimilmente” di oltre dieci metri di altezza, formato da mattoni sagomati. Dal pilone partono, come rami da un albero meglio come le braccia di un gigante che devono sostenere un peso immane, e si collegano ai muri perimetrali, “due serie sovrapposte di archi a raggiera” che coprono un primo piano ed un secondo livello. Sono attualmente visibili sette archi: quattro del livello superiore (uno solo integro), e tre di quello inferiore. La mancanza di decorazione, di materiali di pregio, fa pensare che questi siano ambienti di servizio.

Sul piano degli archi, che sono a un metro e mezzo-due dalla superficie, sono state trovate finora tre cavità semicircolari, “scodelle” di poco più di venti cm di diametro. L’ipotesi è che siano alloggiamenti di meccanismi che facevano scorrere un pavimento di legno, quello della “sala da pranzo” girevole. In quelle cavità è stato trovato anche materiale di “strana consistenza” che ora è in esame, di origine minerale, ma non solo (grassi, pece?) che poteva servire a lubrificare quei meccanismi e facilitare lo scivolamento.

Un altro aspetto rafforza l’ipotesi della “sala da pranzo” neroniana. Da qui si godeva un panorama incredibile che non era il Colosseo (costruito dopo dai Flavi), ma il laghetto che occupava il fondo della valle e che faceva parte della “Domus Aurea”, e le pendici sovrastanti del colle Oppio sulle quali era l’altro nucleo della “Domus” (la quale “occupava” il centro di Roma e nuove zone per oltre 100 ettari).

Gli archeologi sono arrivati a questa scoperta (in ogni caso eccezionale) per puro caso – osserva Maria Antonietta Tomei che dirige lo scavo – e cioè per mettere in sicurezza quella parte della terrazza “in pericolo a causa del dissesto idrogeologico” che coinvolge le potenti sostruzioni in laterizio realizzate per ottenere la grandiosa spianata.

C’era anche una parte manuale nel movimento della “sala da pranzo”? Nulla può essere azzardato a questo punto dei ritrovamenti, premette Françoise Villedieu del Cnrs (il Consiglio nazionale delle ricerche francese), coordinatrice dell’équipe che conduce lo scavo. Certamente si tratta di una struttura unica nell’architettura antica, romana o greca. “Super unica” rincara il professor Fausto Zevi.

L’epoca della struttura è certamente neroniana, dopo l’incendio del luglio 64, perché non sono state trovate tracce di questo disastro. Ebbe una vita, una frequentazione, brevissima, dal 65 al giugno del 68, l’anno del suicidio dell’imperatore aiutato da un servo.

Quali sono state le reazioni degli altri archeologi? “Come al solito – osserva Françoise Villedieu – si sono divisi fra favorevoli al ritrovamento e contrari. Ma i contrari con ci aiutano con qualche alternativa”. Vale la pena ricordare che finora molti (tutti?) gli archeologi ricercavano la “sala da pranzo” girevole sul colle Oppio, nell’altra porzione della “Domus Aurea”, nella sala ottagonale.

Per saperne di più bisogna allargare lo scavo e di fronte all’eccezionalità degli “indizi” Roberto Cecchi, commissario delegato per gli interventi urgenti nelle aree archeologiche di Roma e Ostia Antica, ha stanziato altri fondi. Si vuole rimettere in luce l’intera architettura per verificare se si tratti veramente della “sala” girevole. Come “effetto collaterale” ci sarà l’alleggerimento della spinta della terra in quell’angolo della terrazza della “Vigna”.

Lo scavo è stato già esteso di nove metri verso la valle del Foro. Dice Françoise Villedieu: finora è stata messa alla luce la struttura del giardino severiano sconvolto in epoca rinascimentale per la ricerca dei materiali. Al centro della piccola area è un blocco irregolare di marmo, superstite vigna_barberini6del complesso monumentale severiano, quello che rimane del lavoro di marmorari e scalpellini che dovevano completare i palazzi delle grandi famiglie romane e preparare il materiale per le famigerate “caldare” usate per sciogliere i marmi di Roma antica e farne calce. Sul terreno sono le tracce delle lastre di marmo che sostenevano la decorazione del giardino. “Stampato” sul terreno è uno scheletro umano, completo, forse medievale. Sono state trovate anche due tombe a cappuccina di VI-VII secolo.

Lo scavo è stato iniziato lo scorso giugno con fondi ordinari della soprintendenza di Roma ed ora si allarga con fondi del commissariamento per gli interventi urgenti. La “Vigna Barberini” viene finalmente aperta al pubblico. C’è un nuovo strumento di informazione per i visitatori. La mappa (italiano-inglese) preparata dalla Electa, distribuita gratuitamente col biglietto, che riporta 31 monumenti di Palatino-Foro Romano e dei due piani del Colosseo, le fontanelle d’acqua (otto), i wc (sei). Questi visibili risultati hanno fatto osservare al sottosegretario Francesco Giro che il “commissariamento sembra che funzioni. Senza commissionare nessuno” come si paventava, “secondo un programma concordato tra il soprintendente Bottini e il commissario Cecchi”. E ci sono, in vari stadi di esecuzione, 41 progetti per mettere in sicurezza, ripulire, aprire nuovi percorsi di visita, attrezzare con nuova segnaletica e informazioni, rendere piacevoli, far convivere l’archeologia e importanti lavori pubblici, procedere in sintonia con il Comune di Roma. Nell’area centrale di competenza statale, nel centro storico, in 13 municipi suburbani, nel Museo Nazionale Romano, ad Ostia Antica. Il commissariamento non sarà per l’eternità – ha detto Giro – ma si può prevedere una durata di ancora un anno. Nell’azione di tutela il sottosegretario ha reso testimonianza delle iniziative del precedente governo, dell’allora ministro Rutelli.

Notizie utili
– Foro Romano, Palatino, Colosseo. Apertura tutti i giorni dalle 8,30 ad un’ora prima del tramonto. Il biglietto permette l’ingresso ai tre siti. Biglietto intero 9 euro, ridotto 4,50; supplemento 3 euro per mostre.

Informazioni e prenotazioni: 06-39967700. www.pierreci.it.

da LA REPUBBLICA


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