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Rapporto Ispra 2011 in Italia più cemento e rifiuti e meno spiagge

Più cemento e rifiuti, meno spiagge
nel rapporto Ispra un’Italia poco verde
Pubblicato l’annuario dei dati ambientali dell’istituto ministeriale. Il consumo del suolo cresce al ritmo di 100 ettari al giorno. Indicazioni parzialmente positive solo da energia, emissioni e smog

ROMA – Più cemento, più rifiuti, meno spiagge, ma meno emissioni di CO2 e passi avanti nella riconversione energetica. Ci sono molte  ombre e qualche luce nell’annuario dei dati ambientali 2011 presentato oggi dall’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca del ministero dell’Ambiente.

Consumo di suolo. La crescita del consumo di suolo in Italia procede a ritmi sostenuti, malgrado la sostanziale stabilità demografica. “A livello nazionale il ritmo ha ormai superato i 100 ettari al giorno e la superficie impermeabilizzata copre più del 6% dell’intero territorio nazionale”, si legge nell’annuario. Il cosiddetto soil sealing, cioè il sigillamento del suolo che impedisce l’assorbimento dell’acqua, ricorda l’Ispra, ha pensati ripercussioni sull’equilibrio idrografico ed è più accebtuato “in Lombardia, Veneto e Campania con concentrazioni maggiori in corrispondenza delle aree urbane, sulle coste e lungo i principali assi stradali”.

Spiagge in ritirata. “In 7 anni (2000 – 2007), il 37% dei litorali ha subito variazioni dell’assetto delle linee di riva superiori a 10 metri e i tratti di costa in erosione (897 chilometri) sono ancora superiori a quelli in progradazione (851 km)”, avverte il dossier. L’arretramento della linea di riva e la perdita di superficie costiera “sono particolarmente evidenti e profonde in corrispondenza delle foci dei fiumi”. Nel periodo di riferimento, “sono andati persi 600.000 metri quadri di spiagge”. Risulta poi “in crescita il numero dei litorali stabilizzati artificialmente: circa 250 gli interventi realizzati nell’arco dello stesso periodo, insieme a 16 km di nuove scogliere e più di 1 km di opere radenti”.

Biodiversità a rischio. In Italia secondo l’istituto è “ancora alto il livello di minaccia per la biodiversità che rischia di essere irrimediabilmente perduta”. Nel dettaglio, “oltre il 50% dei vertebrati – pesci d’acqua dolce, anfibi e rettili – come il 15% delle piante superiori e il 40% di quelle inferiori”. “La trasformazione e modificazione degli habitat naturali (per il 50,5% delle specie minacciate), l’uso di pesticidi e l’inquinamento delle acque (per il 32%) insieme a taglio dei boschi ed incendi (17,5%) sono, tra tutte le influenze antropiche indirette, le minacce più frequenti”, avverte l’Ispra. Tra quelle dirette rientrano invece “il bracconaggio e la pesca illegale (che minacciano il 21% delle specie a rischio)”.

Rifiuti. “Cresce la produzione di rifiuti urbani che nel 2010 si attesta a 32,5 milioni di tonnellate (+1,15% rispetto al 2009)”. Aumenta, rispetto al 2009, “anche il procapite dei rifiuti urbani (536 kg per abitante), circa 4 kg all’anno in più per abitante”. A livello di macroarea geografica, “il centro fa ancora registrare i maggiori valori di produzione pro capite, con circa 613 kg per abitante per anno, mostrando tuttavia una progressiva riduzione già a partire dal 2006”. Il nord e il sud, con 533 e 495 kg per abitante per anno mostrano valori analoghi a quelli del 2005.

Differenziata. E’ enorme il divario quello che si registra tra diverse aree del Paese. Le maggiori percentuali di raccolta si rilevano per il Veneto e il Trentino Alto Adige entrambi con tassi superiori al 57% (58,7% e 57,9%) e per il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia con tassi vicini al 50% (50,7% e 49,3%). Valori lontanissimi da quelli ottenuti in molte zone del Mezzogiorno. La Sicilia, maglia nera, si ferma al 9,4%, la Calabria al 12,4%), il Molise al 12,8%) e la Basilicata al 13,3%.

Smog. Sul fronte della qualità dell’aria, “biossido di zolfo, ossido di carbonio, benzene e piombo – sottolinea ancora l’annuario Ispra – non costituiscono attualmente un problema, se non a livello locale e in specifiche circostanze” mentre continua, invece, “l’emergenza per PM10, PM2,5 ed ozono(O3), anche se il 2010 – esclusivamente per il PM10 – segna un valore positivo”. Infatti, “oltre la metà delle stazioni di monitoraggio presenti sul territorio (58%) registra valori al di sotto dei limiti”. La fonte principale di inquinamento atmosferico per il pm10 “si conferma il settore civile (45%), seguito dai trasporti con il 24% (di cui poco più dei 2/3 provenienti da quello stradale), dall’industria (15%) e dall’agricoltura (9%)”. Situazione diversa per l’ozono estivo (O3): “Nel 2011 (da aprile a settembre compresi) l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute umana (120 micorgrammi/m3) non è stato superato solo nell’8% delle stazioni”.

Riscaldamento globale. “Per quanto riguarda i cambiamenti climatici, il 2010 è stato per l’Italia il diciannovesimo anno consecutivo con anomalia termica positiva e il suo valore è il diciottesimo della serie a partire dal 1961”, certifica lo studio. Inoltre, “negli ultimi 14 anni i giorni estivi (con temperatura massima dell’aria maggiore di 25 gradi) e le notti tropicali (con temperatura minima maggiore di 20 gradi) sono stati sempre maggiori delle rispettive medie climatologiche”.

Emissioni in calo. Sono però in calo “del 3,5% le emissioni totali di gas ad effetto serra passando, tra il 1990 e il 2010, da  519,25 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (mtco2eq) a 501,32 mtco2eq”, anche se, in base al protocollo di Kyoto, “l’Italia dovrebbe portare le proprie emissioni a livelli del 6,5%, ossia a 483,26 mtco2eq (2008-2012)”.

Energia. Oltre che all’andamento generale dell’economia, il calo delle emissioni (per quanto ancora insufficiente) è frutto anche delle trasformazioni del settore energetico dove si “evidenziano una serie di cambiamenti in atto negli approvvigionamenti”. Una modifica “del mix delle fonti primarie” che non ha “comunque ridotto l’elevata dipendenza energetica del nostro paese, che passa dall’82,8% del 1990 all’82,1% del 2010”. Siamo quindi “ancora lontani dall’obiettivo di consumo di energia (energia, non elettricità, ndr) rinnovabile assegnato all’italia (17% del consumo finale lordo): la percentuale del 2009, infatti, appare decisamente inferiore (8,9%)”.

da repubblica.it

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