Pinerolo lo sci di fondo

Pinerolo, la cavalleria ha un cuore dolce

Panettoni «golosi» e cioccolata prima di salire nelle Valli Valdesi.

Chissà se Albert Camus ha mai assaggiato il panettone di Pinerolo. Probabilmente ne avrebbe avuto l’occasione, perché a Lourmarin, il delizioso paese provenzale in cui riposa il grande scrittore, vive da secoli una folta comunità piemontese, proveniente proprio dalle zone che oggi chiamiamo «montagne olimpiche». Si tratta per lo più di famiglie valdesi emigrate nel corso delle persecuzioni, ma che hanno mantenuto un forte legame, anche nelle tradizioni gastronomiche, con il loro paese d’origine. E così, è certo che i piemontesi della Provenza siano stati tra i primi ad assaggiare il panettone inventato da Pietro Ferrua nel 1922, diverso da tutti gli altri perché basso e ricoperto di glassa di nocciole «tonde gentili», e battezzato Galup – goloso, in piemontese – grazie a una felice intuizione della moglie del pasticciere. La creazione ebbe luogo proprio nel centro di Pinerolo, giusto alle spalle della cattedrale di San Donato, sotto quel campanile senza guglia che gli abitanti chiamano affettuosamente cioché mocc , campanile mozzo.

Intorno al duomo, di origini antichissime ma rimaneggiato in forme neogotiche, si estende «il piano», la zona più elegante e commerciale della cittadina, un incrocio di vie medievali accompagnate da portici bassi, sotto i quali si alternano insegne di epoche diverse: suggestive ottocentesche, famigliari anni Cinquanta, sfavillanti del secondo millennio. Via Savoia e via del Pino sono il cuore del borgo, mentre il concreto significato del «piano» si capisce imboccando via degli Acaja e via Castello, le strade che si inerpicano fino alla parte alta e più antica di Pinerolo. Dopo alcune abitazioni medievali, tra cui spiccano quella del Vicario e quella del Senato, in cui sono conservate tre sepolture romane, le case assumono un aspetto più montanaro: i piani si abbassano, le finestre si restringono, appaiono stretti balconi in legno. Sulla cima della collina svetta la chiesa gotica di San Maurizio, alla cui abside si appoggia la basilica barocca della Madonna delle Grazie. Dal piazzale panoramico si abbracciano la pianura pinerolese, le bianche montagne di Sestrière e l’inizio delle verdi valli Pellice, Chisone e Germanasca.

Chi non ama l’affollamento natalizio delle piste, in queste zone può praticare un tranquillo ma spettacolare sci di fondo: intorno a Prali, villaggio alpino nella conca del torrente Envie, due anelli di 7 e 8 km permettono di esplorare la val Germanasca (www.praly.it). Poco distante, Torre Pellice, capitale della «piccola patria» dei valdesi, ospita il Museo Storico del Valdismo e un grande tempio. Nella vicina Val d’Angrogna sono molti i luoghi che ricordano la resistenza, religiosa e culturale: per citarne alcuni, il Museo della Donna nella borgata Serre e quello della Scuola a Odin. È in queste zone che nacque la supa barbetta, considerata il piatto nazionale valdese, il cui nome viene da barbet, predicatore. È un piatto povero, composto di strati di foglie di cavolo, pane raffermo, toma, burro e spezie, coperti da brodo di gallina e maiale. Alcune famiglie valdesi, tornate in Italia dalla Francia con la patente di cicolaté al termine delle persecuzioni, hanno dato origine a una fiorente industria dolciaria: Caffarel, ad esempio, ha ancora sede a Luserna San Giovanni, ma anche Talmone e Prochet sono nati in queste valli.

Lo stretto legame del pinerolese con Parigi si scova persino nella storia dei suoi vini più antichi: il Doux d’Henry, un rosso fresco e fruttato, coltivato nella zona pedemontana tra Bricherasio e Cantalupa, che deve il nome a Enrico IV, e il Ramìe, che pare fosse amatissimo da Richelieu e che nasce da uve avanà, avarengo, neretto pinerolese e lambrusca coltivate sui bari, stretti terrazzamenti ad alta quota tra la Val Germanasca e Chisone. Non si sa, invece, se alla corte francese sia mai arrivata la lampreda, specie di piccola anguilla succhiasangue un tempo diffusa nei canali di irrigazione, e tradizionalmente fritta insieme a rane, lumache e verdure.

Ma non si deve pensare che francesi e pinerolesi si incontrassero solo a tavola: occupata cinque volte dai cugini d’Oltralpe fra il 1536 e il 1814, la cittadina di fondo valle fu per secoli avamposto strategico e piazzaforte militare. In particolare, l’arma di cavalleria è da sempre un vanto locale, che ha dato origine a un concorso ippico internazionale e a un ricco museo storico nei pressi di piazza Vittorio. Un esposizione di tutt’altro genere, ma altrettanto interessante, è aperta fino al 30 gennaio al castello di Miradolo, a San Secondo: la mostra Caravaggio in Piemonte. Luci e ombre dal Seicento espone per prima volta in regione l’Ecce Homo, accanto a diverse copie delle opere del Merisi e accompagnato da un’installazione sonora di Roberto Galimberti ispirata alle sette cantate di Membra Jesu Nostri di Dietrich Buxtehude (www.fondazionecosso.it).

“A Prali anelli d’incanto per lo sci da fondo Al Castello di Miradolo in vetrina Caravaggio”

Giulia Stok da lastampa.it