Philippe Daverio Il sogno del museo immaginato

Philippe DaverioIl sogno del museo immaginato
La profezia di Malraux si avvera (senza Internet): oggi possiamo godere allo stesso tempo di opere del Rinascimento e dell’Ottocento. Due secoli fa, era impossibile

André Malraux era innegabilmente un fegataccio, formato nei viaggi d’estremo Oriente da dove trasse La Condition Humaine, partecipe alla guerra di Spagna poi, resistente francese infine nella Seconda Guerra Mondiale che concluse a capo della brigata Alsace-Lorraine. E fu ovviamente simpatico al generale De Gaulle che loreno e resistente era pure lui e lo volle con se come Ministro della Propaganda e dell’Informazione nel breve governo del 1945 e poi come Ministre des Affaires Culturelles nel «suo» governo Debré del 1959 quando diventò Presidente della République rifondata. Fra un ministero e l’altro Malraux continua a scrivere e pubblica nel 1947 un libriccino, Le Musée Imaginaire. Sostiene in quel testo che l’epoca moderna nella quale sta vivendo offre opportunità inattese per la formazione artistica. Negli anni lontani di Théophile Gautier e di Baudelaire, chi da parigino si voleva formare al culto delle arti non aveva altre possibilità di conoscenza che non fossero quelle offerte dal Museo del Louvre. Il viaggio era d’obbligo.

Mentre con l’evoluzione dell’editoria postbellica era ormai possibile paragonare un Cristo catalano del XII secolo e una statua khmer; bastava una buona riproduzione in bianco e nero con la tecnica dell’offset in piano, appena scoperta. La mente si apriva a orizzonti nuovi. Ovviamente Malraux che immaginava il museo immaginario non poteva immaginare che oggi abbiamo a disposizione un vastissimo museo immaginato costituito dai milioni di fotografie che Internet contiene come un vaso di Pandora rovesciato sul desktop. Tutta una questione di immagini! Il compito dello storico ne viene infinitamente stimolato e forse come negli anni di quel governo dal quale si dimise De Gaulle per colpa del maggio ’68, «L’imagination au pouvoir» diventa un dato di fatto. Rimane però aperta una questione fondamentale, quella che consiste nel mettere ordine nella quantità disordinata di dati disponibili e nei quali l’Italia d’oggi è fanalino di coda. Provate a cercare gli impressionisti e troverete tutto; provate a cercare il Novecento Italiano e rimarrete frustrati. La biblioteca classica rimane per noi italiani un centro necessario d’informazione, e per fortuna. Internet è confuso. Tornano quindi utili i vigili suscettibili di districare il traffico. E appare una nuova necessità per il pubblico curioso di viaggiare nel passato che costituisce la nostra identità culturale.

Ecco il tentativo della serie di volumetti, ovviamente cartacei (in edicola da oggi con il «Corriere» una monografia dedicata alla Nascita di Venere di Botticelli, prima di una lunga serie, ogni giovedì in edicola, ndr). Il computer è infinito e fragile: quando cade si rompe e quindi non è ancora da considerarsi tecnologicamente perfetto come invece è la penna a sfera. La carta è meno fragile ancora perché ha duemila anni di storia e quindi ha raggiunto la perfezione: il libro può essere portato in spiaggia e cadere dalla sdraio senza danno. Quindi l’ebook e il paperback continueranno per lungo ancora a convivere. Ma se Internet non ha per ora imparato molto dal libro, il libro invece approfitta molto della rete, apparato straordinario che mette tutto a confronto. Sicché il Moulin de la Galette, nota osteria parigina fin de siècle, dipinto da Renoir, da Toulouse-Lautrec e da Van Gogh, lo ritroverete in una tela di Zandomeneghi e in altra del 1900 di Picasso da poco approdato a Parigi, per non citare Utrillo e altri autori, ai più sconosciuti ma degni di attenzione, come Isaac Israel e Ramon Casas. Tutta roba sostanzialmente degli stessi anni, reperibile con una sequenza di «clic» ben orchestrati e che consente alla fantasia interpretativa libertà di pettegolezzo. Così il museo immaginario diventa immaginato e il supporto cartaceo uno stimolo alle successive curiosità, quelle per permettono di chiedersi come mai Michelangelo abbia dipinto pochissimo, ad esclusione dell’esperimento così ben riuscito del Tondo Doni. Oppure, per rimanere da quelle parti d’Italia, trovare una possibile risposta al perché vanno a correre fra i meandri e i lussi delle arti i desideri di Lorenzo dei Medici (detto Lorenzino per distinguerlo dal cugino Lorenzo detto il Magnifico) che ebbe da giovanissimo la magnifica idea di farsi realizzare per casa alcuni dei più noti quadri di Botticelli, dalla Primavera alla Nascita di Venere oltre a Pallade e il Centauro.

Compito degli storici è fornire non solo una lettura tecnica o iconografica dell’opera realizzata ma stimolare le dicerie a proposito della motivazione del cliente e più ancora del nucleo di belle signore fiorentine presenti nelle raffigurazioni. E capire così quanto abbia influenzato il tutto la raffinata mania letteraria che fece dei toscani d’allora i maniaci dell’umanesimo e della grecità riscoperta. È vero che l’ Olympia di Manet ha scandalizzato il pubblico emancipato parigino del 1864 ben più di quanto la Maya Desnuda dipinta sessant’anni prima non avesse colpito il pubblico bacchettone di Madrid, ma va ricordato che in territorio iberico era allora stata da poco cancellata (dalle truppe napoleoniche) l’Inquisizione, che proibiva il nudo e che avrebbe, una volta ripristinata dopo il 1815, chiamato a rapporto l’artista per esigere una spiegazione dell’orrenda malefatta. La storia dell’arte è in realtà la storia della vita e delle società che ci hanno preceduto. E la storia non è solo aulica.

È quindi degno d’ogni pettegolezzo immaginare che l’Impressionismo, quello di Monet, Sisley e Caillebotte sia nato per mancanza di coraggio civico quando questi artisti scapparono dalla Parigi in rivolta nell’anno della Comune e della guerra franco-prussiana per aspettare tempi migliori sul fiume dove il Caillebotte teneva le barche a vela da lui prodotte; poi se n’andarono a Londra per essere ancor più tranquilli, il Monet con il Sisley e il Pissarro. E lì in esilio temporaneo hanno la fortuna d’incontrare il mercante fuggiasco parigino Durand Ruel che compera i loro quadri e andrà quasi in fallimento pochi anni dopo quando la crisi economica del 1873 farà saltare la banca Péreire che sta finanziando il canale di Suez e gli investimenti in arte. Gli impressionisti allora non si vendevano affatto. Durand Ruel aprì una terza galleria a New York e la fortuna da allora bacia ogni dipinto impressionista. E ancora, quant’è importante il rapporto fra Van Gogh e Gauguin e il taglio dell’orecchio che non si sa tuttora chi abbia effettivamente procurato: si sa che immediatamente dopo Gauguin riceve un incarico governativo per andare in Polinesia e regalare al nostro immaginario un esotismo a tinte piene, come lo sono le sue potenti tinte gialle dovute all’introduzione sul mercato delle nuove scoperte della chimica nella realizzazione dei nuovi tubetti, quelli che si possono portare in giro per il mondo. Il cosmo magico dell’arte è fatto di genialità e dei tantissimi dettagli della vita quotidiana.

Philippe Daverio  da corriere.it

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