Non c’è più la Parigi di una volta scompaiono le librerie le edicole e i caffè storici arrivano negozi di moda e centri estetici

Meno artigiani, più lusso
Non c’è più la Parigi di un tempo
Un’inchiesta del Comune mostra com’è cambiato il volto della città: scompaiano edicole e macellerie, librerie ferramenta e caffé storici. Dilagano negozi di alta moda, centri estetici e locali con cibo biologico

PARIGI – Il Drugstore di Saint-Germain-des-Près era un crocicchio per i nottambuli: all’una e mezza di notte potevi comprarci un pacchetto di sigarette, un farmaco, un regalo improvvisato oppure sederti per mangiare una bistecca. Era un’istituzione parigina, malgrado il nome americano. Oggi, al suo posto c’è l’Emporio Armani. Di fronte, dove Raoul Vidal coccolava gli amanti di dischi, c’è un negozio di Cartier. E dall’altra parte della piazza Lvmh ha comprato tutto quel che c’era da comprare. I café storici sono ancora lì, anche se il quartiere non è più lo stesso.

“Parigi, la vecchia Parigi è sparita (più veloce d’un cuore, ahimè, cambia la forma d’una città)”, diceva già Baudelaire, smarrito di fronte agli sventramenti del barone Haussmann. Oggi i cambiamenti sono meno traumatici, ma non per questo meno visibili: le strade non sono più quelle di vent’anni fa, i negozi si sono adattati alla nuova sociologia della città. Parigi non ha perso quella sua caratteristica di grande città fatta di villaggi sovrapposti e contigui, così ben descritta da Sciascia nel suo Candido, ma non è più la stessa. Il che non significa che sia peggiorata, anzi.

Un’inchiesta realizzata per conto del Comune mostra con quale velocità il commercio, e quindi la vita della metropoli, si è modificato in appena quattro-cinque anni: si diradano artigiani ed elettricisti, librerie e macellerie, ferramenta e garage, mentre si moltiplicano i fast food, i saloni di bellezza, gli ottici, i negozi alimentari di qualità, i vinai. È la nuova Parigi dei “bobo”, i bourgeois bohème definiti da un sociologo americano. Sono i nipoti dei sessantottini: benestanti, progressisti, sensibili all’ecologia e agli impegni umanitari, ma anche chiusi nel loro mondo etnicamente ben poco diversificato, pronti a tutti i sacrifici per mandare i figli nelle scuole migliori, pubbliche o private.

Camminare in città può riservare molte sorprese: trovare un giornalaio è un’impresa, mentre comprare tre paia di occhiali, se ne avessimo bisogno, sarebbe un gioco da ragazzi; davanti ai pasticcieri di lusso c’è la coda anche nelle giornate glaciali; i centri per le abbronzature e i massaggi sono presi d’assalto all’ora di pranzo. Le grandi arterie commerciali (la rue de Rivoli, gli ChampsElysées, la rue de Rennes) sono state occupate manu militari della grandi catene francesi e internazionali, pronte a pagare cifre inimmaginabili. E le strade adiacenti, quelle in genere frequentate dagli abitanti del quartiere, si sono trasformate: gli artigiani del faubourg SaintAntoine, per esempio, hanno lasciato il posto a locali notturni e negozi di moda; la zona attorno alla Borsa, un tempo paradiso gay, vede fiorire i ristoranti giapponesi; il faubourg SaintGermain si è dedicato al design. Tutto (o quasi) è chic o falsamente povero. La trasformazione delle strade che ospitano i mercati alimentari è la più vistosa.

La moglie di Paul Georgé, uno dei più famosi proprietari di bistrot del dopoguerra, non diceva mai che era di Parigi. A chi le chiedeva dove fosse nata, rispondeva immancabilmente: “In rue des Martyrs”. Quella strada che sale verso le alture di Montmartre era per lei un microcosmo unico, con i pescivendoli che urlavano e i fruttivendoli che ti venivano incontro per mostrarti le loro renette. Il mercato è ancora lì, ma i cibi sono biologici, i vini naturali e ci vuole il lanternino per trovare un appartamento a meno di un milione di euro. Solo a Belleville, in mezzo ai locali moderni e “bobo”, capita ancora di incrociare per strada un operaio che si pulisce le mani sui pantaloni o di entrare in un café in cui la sporcizia ricorda la Parigi di quarant’anni fa. Negli anni Settanta c’era chi ricordava con nostalgia le vecchie “berges” (i lungosenna a filo d’acqua), trasformate in strade riservate alle auto. Oggi, la ruota gira in senso inverso: l’anno prossimo, quelle “berges” saranno di nuovo restituite ai pedoni. Ma non assomiglieranno a quelle di un tempo: padiglioni, serre, animazioni e perfino una pista di atletica le adatteranno ai parigini contemporanei.

GIAMPIERO MARTINOTTI da repubblica.it

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