New York il super parco del ponte di Brooklyn che sfida Central Park

New York il parco del Ponte di Brooklyn 16Il super-parco con vista d’autore così Brooklyn dà lezioni di verde
New York. Colline di sabbia, impianti sportivi giardini tropicali e anche una spiaggia. Così una vasta area della città è stata riconvertita con un’operazione urbanistica senza precedenti. Che ora insidia il primato di Central Park.
NEW YORK – Italiani amanti di New York, aggiornate le guide turistiche. C’è una nuova attrazione imprescindibile. Sta dirimpetto a Manhattan, vi consente di ammirarla più bella che mai. È la sfida di Brooklyn a Central Park, con annessa la spiaggia. Dopo la High Line e il Chelsea Market, ecco The New New Thing , la cosa che tutti i newyorchesi devono fare in un weekend di sole (ne arrivano tanti, e saranno di più se si rispetta la tradizione dell’ Indian Summer, l’estate che invade l’autunno).

Il nuovo Brooklyn Bridge Park, per gli autoctoni è già balzato in vetta alle mete preferite: ieri era invaso da una folla in festa, per ora più americani che turisti stranieri, ma presto la voce si spargerà nel mondo intero. Perché operazioni così geniali, quando sbocciano nella Grande Mela, non passano inosservate. Una vasta area di Brooklyn, tutta quella che fronteggia la riva Sud di Manhattan, è stata convertita a parco pubblico con un’operazione di urbanistica verde che riecheggia le conversione della High Line da ferrovia sopraelevata a passeggiata-giradino pensile. Ci arrivi facilmente con il metrò (linea A e C, fermata High Street) o con i traghetti che partono da Wall Street. Delle colline di sabbia (create apposta) isolano questo ampio parco dai rumori del traffico: su quel tratto di Brooklyn tra ponti e autostrade il rombo dei motori potrebbe essere fastidioso. E invece oplà, le colline di sabbia e terra sono state innalzate abbastanza da creare privacy, un quasi-silenzio (siamo pur sempre a New York…), e una barriera verde che dà l’idea di accesso a un’oasi naturale. Ci sono spazi espositivi per festival d’arte, due dei quali hanno avuto luogo nello scorso weekend: The Brooklyn Art Festival, e soprattutto la fantastica Photoville, mega-rassegna internazionale di fotografia, dove si alternano fotografi d’arte e fotoreporter di guerra, ricerche visive di avanguardia, e documenti giornalistici sui conflitti in Iraq o in Congo. In coerenza con lo spirito sperimentale del Brooklyn Bridge Park, la mostra di fotografia si è svolta in un vasto terreno, per metà all’aperto e per metà dentro container come quelli che navi e chiatte trasportano lungo l’East River e il fiume Hudson.
Poi c’è un vero giardino tropicale, che neppure Central Park aveva mai “osato”. Forse per dimostrare che nel dopo-uragano Sandy il cambiamento climatico sposta tutte le regole, anche per la sopravvivenza di faune esotiche… Nel centro di questo nuovo parco puoi addentrarti in una sorta di giungla, con piante dai fiori mai visti, così rigogliose da sembrare carnivore. Sparisci lì dentro e ne esci con le vertigini, lo spaesamento è assicurato. Altrove campi sportivi, all’aperto ma protetti da tettotie perché possano essere utilizzati anche in caso di pioggia: lì domina il basket, sport popolare per eccellenza. Nel ridisegnare questo spazio urbano gli architetti del paesaggio hanno voluto riprodurre perfino delle spiaggie. Non credo che il bagno sia consigliabile, l’acqua è pur sempre quella di uno dei più grandi porti d’America. Ma si possono affittare canoe, kayak, moto d’acqua. Il traffico navale in quest’area è intenso ma ben regolato, vedi davvero le moto d’acqua che incrociano i traghetti del servizio New York Ferry ( pendolari) o le maxinavi da crociera.
L’arma segreta sfoderata da Brooklyn, è una vista che neppure Central Park può offrire: passeggiando nel nuovo parco lungofiume hai una visuale a 180 gradi che spazia dalla Statua della Libertà a Wall Street, dalle torri del nuovo World Trade Center al ponte di Brooklyn. Come vestigia di un passato che sembra già lontanissimo, restano alcuni landmark , punti di riferimento storici. C’è il mitico River Cafè, il ristorantino sotto il ponte dove generazioni di innamorati sono andate a guardare Manhattan illuminata la sera, dirimpetto. C’è una skyline fatta ancora di tanti edifici industriali, in mattoni rossi, con le ciminiere intatte, che ricordano quello che Brooklyn fu: un pezzo di storia operaia. C’è l’arco imponente che sorregge il ponte, sotto il quale si svolgono alcune delle scene più violente di C’era una volta in America, il film-culto di Sergio Leone. Ma una parte di questi reperti d’archeologia industriale sono già stati reinventati da dentro. Il guscio esterno rimane quello di un paesaggio di fine Ottocento, primo Novecento, ma dietro i muri rossastri e le putrelle di ghisa ci sono atelier di artisti in quello che già da anni viene chiamato Dumbo (non l’elefantino di Walt Disney, ma l’acronimo di Down Under the Manhattan Brooklyn Bridge ). Un quartiere la cui vitalità artistica ormai rivaleggia apertamente con Greenwich Village, Soho e Tribeca. Perfino la vita teatrale ha ormai due poli. Ci sono i teatri storici di Broadway sempre attivissimi. Ma devono vedersela con il Bam (Brooklyn Academy of Music) e con il Saint Ann’s Theater capace di attirare le migliori produzioni londinesi. Un altro centro di Brooklyn che dà del filo da torcere a Manhattan, è il quartiere di Williamsburg dove si sono spostati tanti scrittori.
La storia si ripete. Perché tra Manhattan e Brooklyn la rivalità è antica. Ci fu un’epoca in cui per popolazione, Pil industriale, e rappresentanza politica, il vero centro di New York era Brooklyn. Oggi New York City ha un sindaco di Brooklyn, Bill de Blasio. Ma non è merito solo suo: dietro l’operazione del Brooklyn Bridge Park c’è una fusione di energie pubbliche e private, fantasia degli urbanisti, imprenditorialità dei costruttori, vitalità della società civile.
Perché New York ha scoperto che investire nel verde pubblico e nella cultura è un business che rende. Migliora la qualità della vita, crea lavoro, attira i turisti. In tutti i sensi, questa rimane “la città che non dorme mai”.

Federico Rampini repubblica.it

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