New York e l’anniversario del Lincoln Center

New York, dalle ruspe all’arte
Il Lincoln Center fa 50 anni
Si celebra l’anniversario del cuore concertistico ed espositivo di Manhattan. Ma è ancora viva la polemica per lo stravolgimento urbanistico all’origine del progetto: l’abbattimento delle case popolari del West Side, il cui popolo di nottambuli e bande di immigrati ispirò il grande musical di Bernstein

di ANNA LOMBARDI

lincoln_centerNEW YORK – Una zummata che dall’isola di Manhattan si restringe fino a definire una precisa zona del West Side. Cinquant’anni fa Google Earth non era stato ancora inventato e la scena iniziale del musical West Side Story rappresentava una novità assoluta. All’epoca in cui il film fu girato – era il 1959 – Lincoln Square era un ritrovo di nottambuli, zeppa di locali, cabaret e jazz club, circondata da caseggiati popolari dove vivevano italiani, irlandesi e portoricani. In lotta fra loro proprio come nel film. Quei caseggiati sarebbero scomparsi pochi giorni dopo le riprese della famosa scena. Abbattuti, per far posto a quello che un’incredibile campagna pubblicitaria (condotta attraverso giornali, radio, tv, ma anche lettere alle famiglie e concorsi nelle scuole) promuoveva come “nuovo cuore pulsante di New York”: il Lincoln Center.

Cinquant’anni dopo New York si divide ancora: fu arte o speculazione? Arte, risponde senz’altro Thomas Mellins, storico della città e curatore di una mostra, Lincoln Center Celebrating 50 years, alla New York Public Library for the Performing Arts fino al 16 gennaio 2010. Dalla prima pietra posta dal presidente Usa Dwight D. Eisenhower il 14 maggio del 1959 alle innovazioni più recenti: assolutamente arte. Eppure quel centro avveniristico, che per Eisenhower doveva rappresentare “un simbolo di pace, uno strumento di comprensione tra i popoli”, fu subito al centro di polemiche durissime: contestato da chi vedeva nell’abbattimento dei caseggiati popolari uno sfregio alla città e accusava John D. Rockefeller III, che racimolò metà dei 184 milioni di dollari necessari al progetto, di essere un finanziatore troppo interessato a sviluppare un’area dove aveva importanti interessi immobiliari.lincoln_center2

A volere fortemente la creazione di quel centro per le arti, poi, fu soprattutto Robert Moses: il contestato urbanista che distruggendo quartieri e snellendo infrastrutture trasformò New York nella città che conosciamo.

“Il progetto” racconta Anthony Flint, autore di Wrestling with Moses, un saggio appena uscito che analizza lo scontro fra l’urbanista e Jane Jacobs, l’antropologa che criticò il modello “disumano” scelto per sviluppare New York, “fu lanciato attraverso radio, tv, concorsi nelle scuole, lettere alle famiglie. Finì per ottenere il plauso dell’intero Paese e perfino i più critici non se la sentirono di dare battaglia”. Jacobs e alcuni residenti tentarono di fermare le ruspe, raccolsero firme, intentarono una causa. Non ci fu nulla da fare. “Il West Side” dice Flint “fu bonificato, i residenti cacciati con appena 90 giorni di preavviso e nessuna soluzione alternativa”. Moses guardava lontano e volle che il centro fosse realizzato dalle archistar dell’epoca: da Philip Johnson, re dei grattacieli, a Max Abramovitz, che aveva appena ultimato il palazzo delle Nazioni Unite, fino all’italo americano Pietro Belluschi, che ebbe l’idea di usare il travertino romano importando a New York il razionalismo italiano di Marcello Piacentini.

lincoln_center1La disperazione dei residenti fu cancellata dai successi di quello che in breve divenne il riferimento culturale dei newyorchesi. Il centro fu inaugurato ufficialmente solo il 23 settembre del 1962 con un grande concerto diretto da Leonard Bernstein (che il giorno della posa della prima pietra aveva diretto la sua New York Philharmonic sotto una tenda) con Jacqueline Kennedy madrina della serata. Da allora da qui sono passati Placido Domingo e Luciano Pavarotti, Duke Ellington e Wynton Marsalis, Alfred Hitchcock e François Truffaut, Marsha Graham e Trisha Brown. Ma la figura che di più ha incarnato lo spirito del Lincoln fu anche la più tormentata. Leonard Bernstein, il grande direttore che guidò la New York Philharmonic, era anche il compositore di West Side Story, il musical “sociale” che raccontava proprio la vita di quel quartiere la cui scomparsa fu rimandata per ultimare le riprese del film. “La distruzione dell’area, la dispersione degli abitanti”, ha raccontato Arthur Laurents, autore del soggetto di West Side Story “lo tormentarono tutta la vita. Anche per questo organizzò i suoi Young People’s Concert: voleva che tutti i ragazzi imparassero a capire la musica”. Anche quelli cacciati dalle ruspe.

da LA REPUBBLICA