La mostra su Edward Hopper al Grand Palais di Parigi

La notte è più dolce se c’è un Hopper
Il Grand Palais di Parigi è un grande padiglione espositivo di vetro costruito per l’Esposizione Universale del 1900

Alberto Mattioli

Edward_Hopper_Grand_Palais_ParigiQuiz: chi va a vedere una mostra alle tre del mattino? Beh, a parte il soprascritto per dovere, diverse migliaia di persone per piacere. Tutti a fare la coda nella notte, buia ma per fortuna non tempestosa.

La mostra che non si può perdere è quella su Edward Hopper, evento dell’autunno-inverno parigino, circa 730 mila biglietti già staccati. Tanto gettonata da essere prolungata per una settimana, di più non si può perché gli americani vogliono indietro i quadri. E con un finale spettacolare: dalle 9 di venerdì alle 23 di oggi, apertura notte e giorno, 62 ore di Hopper «no stop». Del resto, non è la prima volta, perché al Grand Palais è già successo con Picasso nel 2009 e con Monet nell’2011. E, se il trend modello «tutti pazzi per l’arte» continuerà, non sarà nemmeno l’ultima.

Resta da capire se effettivamente c’è qualcuno che va a vedere dei quadri nel cuore della notte e magari chi è. Bene: alle 2 e 25 di sabato, la ressa ricorda certe file sovietiche davanti ai negozi vuoti quando si spargeva la voce che per miracolo era arrivato un carico di saponette o di carta igienica. Le differenze sono due: fa molto meno freddo e la Starbucks, fiutato il colpo pubblicitario (in fin dei conti anche Hopper è un «made in Usa» che va forte), ha spedito i suoi ragazzi a offrire il caffè. E così per la coda si aggirano dei commessi provvisti di «Mercury man», zainetti-thermos che li fanno assomigliare ai ghostbusters del film. Idem i cosmetici Kiehl’s, che hanno distribuito 6 mila campioni di crema per le mani e l’Elior, che ha regalato 3 mila bottiglie d’acqua e 5 mila snack. C’è perfino una tenda della Protezione civile, non si sa mai che qualcuno, rimasto senza caffè, finisca per svenire. Ma in realtà è una fila di buonumore.

Ringraziati gli sponsor e bypassata la fila (i privilegi di casta della stampa sono sempre piacevoli, ma certe volte di più), dentro sembra la stazione del metro di Châtelet all’ora di punta. E si capisce subito che la mostra piace, ma piace ancora di più l’idea di poter dire di averla vista. Insomma, è uno di quei tipici «eventi» culturali che non si possono perdere se non si vuole subire il pubblico ludibrio («Ma come? Non hai visto Hopper?»): non si è se non ci si è.

Infatti a pestarsi i piedi davanti ai quadri è soprattutto una fauna giovane, sottospecie fighetti parigini acculturati. Per intenderci: barba fintamente incolta, «cheche» (la sciarpina, cioè l’unico accessorio davvero indispensabile per chi abbia ambizioni «intellos»), sneakers. Il genere di pubblico che studia a Sciences-Po, legge «Libération» e frequenta la Cinemathèque. Molte le coppie etero e omo, e fra gli scoppiati o i non ancora accoppiati si intuisce che, fra l’acquarello e la fotografia (a proposito: fantastiche quelle di Eugène Atget su una Parigi bellépochiana un po’ sfasciata ma poeticissima) potrebbe anche scattare l’acchiappo.

Un sondaggio fai-da-te conferma la potenza del marketing culturale. Su un campione di dieci fra barbuti e morose, cinque sono venuti a vedere Hopper «perché ne parlano tutti», due perché glielo ha consigliato un amico, uno perché gliel’ha ordinato il professore, uno «perché voleva fare qualcosa di diverso dal solito» e uno, anzi una, «perché è un modo diverso di passare la serata, n’est-ce-pas?». In effetti, sì.

Comunque inutile dire che la mostra è bellissima e ha anche la civetteria, squisitamente francese, di insistere moltissimo sulla francofilia compulsiva di Hopper. Si sa che nulla piace ai francesi come piacere agli stranieri. Poi, questo è certo, il pessimismo metafisico di Hopper, con tutta quella gente che sembra sempre scocciata, o almeno annoiatissima di essere lì, tocca sicuramente una corda sensibile in questi tempi di incertezza generalizzata. «Quante volte mi sono sentita così», sospira infatti una fanciulla ben fatta davanti a «Hotel Room», con una sua coetanea del 1931 che legge da sola su un letto in una stanza d’albergo vuota.

Di fronte a «Nighthawks», il quadro più celebre, promosso a nuova icona del tout Paris, è tutto un «charmant!», «impressionant!», «formidable!». Come dicevano le nonne quando si spendeva tutta la paghetta per andare a teatro, «beh, meglio lì che all’osteria». Vero, però: questa folla giovane che passa la notte a vedere dei quadri tristi lascia sperare in un futuro, se non radioso, almeno decente.

Alle tre e mezzo, partenza per il cognacchino ristoratore in un baretto in una laterale degli Champs-Elysées. E, sorpresa: è meno squallido che in Hopper, perché siamo pur sempre a Parigi, ma anche qui al banco c’è una coppia annoiata uscita da chissà dove, un altro tizio un po’ sbronzo e un barista, purtroppo senza cappellino in testa. Per il resto, tal quale «Nighthawks».

da lastampa.it

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