Mauro Covacich Cronache (non tristi) di un’estate piovosa

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Cronache (non tristi)
di un’estate piovosa
Il bello del brutto tempo, dal Tour de France visto con il fresco ai pisolini cullati dal ticchettio della pioggia

Ma è stata davvero un’estate così brutta? Davvero non possiamo fare a meno di tre mesi filati di solleone? Davvero preferiamo le strade deserte, i turisti che si bagnano alle fontane, i muri delle case caldi anche di notte, gli assillanti servizi dei telegiornali, bere molta acqua, mangiare molta frutta, non esporsi nelle ore meridiane? D’accordo, è piovuto, è piovuto tanto, dappertutto, ma la pioggia va considerata per forza brutto tempo? Ogni anno già verso la metà di giugno l’appartamento romano in cui abito diventa invivibile. Anche l’unica stanza non esposta a Sud, dove in luglio mi rifugio con la tv per guardare il Tour de France, si trasforma in una sauna. Questo luglio mi sono goduto il Tour al fresco, dolci pomeriggi colmi di pioggia che accompagnavano le immagini dei paesaggi francesi (il ciclismo in tv: il miglior modo per visitare un Paese se non si ha la fortuna di andarci). A Trieste invece, dove ho ancora casa e trascorro le ferie d’agosto, qualche anno fa mi sono rassegnato anch’io, come molti condomini, a installare il climatizzatore. Ebbene, in un mese l’ho acceso due volte.

Si è parlato del calo delle vendite di bibite, gelati e filtri solari, ma quanta energia avremo risparmiato? E quanto è aumentata la qualità della vita, perlomeno di coloro che non concepiscono la vacanza come un cottimo da scontare sulla sdraio? Pensiamo al sonno, i deliziosi pisolini pomeridiani cullati dal ticchettio della pioggia, le fresche dormite notturne interrotte a mattino inoltrato dal rumore degli alberi mossi dal vento o da un bel temporale (d’accordo, d’accordo, l’ennesimo). Tanta acqua mette tristezza nelle brevi giornate d’inverno (e anche sì, bisogna ammetterlo, sempre, nelle località di montagna), ma d’estate spalanca prospettive inedite su come godersi tutta questa improvvisa quantità di tempo libero.
Quando la luce non scema che dopo le nove e, miracolosamente, non si è tenuti al solito turno di otto ore di spiaggia, mille alternative cominciano a strizzarci l’occhiolino. Il ritmo stesso dei discorsi familiari diventa meno concitato – non si cerca parcheggio, non si sta in coda, non si suda – finalmente si parla. Certo, gli stabilimenti balneari ci hanno rimesso, ma chissà quanti libri e quanti ingressi ai musei… o forse è proprio questo il punto. Un’estate piovosa diventa brutta quando non sappiamo come impiegare tutte le ore che normalmente trascorreremmo schiantati al sole, quando l’alternativa all’arrostimento quotidiano è solo un mare sterminato di noia da bersi a piccoli sorsi in una stanza d’albergo, magari senza wi-fi.

Gli stranieri, ad esempio, non si annoiano: organizzano escursioni con i loro bastoncini da trekking anche in pieno centro cittadino, camminano felici in mezzo al nubifragio con quegli impermeabili di nylon sottili come crisalidi, vasti come paracaduti, divorano guide dettagliatissime seduti sugli zaini sotto le pensiline degli autobus, visitano anche i musei della civiltà rurale, i musei del treno, i musei della bora (sic). Avrebbero più ragioni di noi di scoraggiarsi – per loro il sole è davvero un sogno esotico, un evento estivo -, eppure non si scoraggiano. Ignorano bellamente il must, ma sarebbe più giusto dire la fissa, dell’abbronzatura, si aggirano per le botteghe dei prodotti tipici in attesa che si apra il cielo. Perché prima o poi il cielo si apre e ognuno di noi sa, per averlo provato, che una cosa è bella quanto più raro è il suo accadere.

Il bagno rubato alle sette di sera insieme a un paio di amici venuti in gita a Trieste con l’ombrello, il mare tornato liscio dopo la tempesta, le nubi viola trafitte dai raggi di sole come nella pittura barocca, noi in biancheria sulla spiaggia deserta. Il riposino sotto i pini di Villa Revoltella, senza mosche né zanzare. La nebbia fitta di un’alba romana di giugno. L’apnea in scooter dentro un acquazzone più biblico che tropicale (vedi il guasto dell’orologio subacqueo).
Vabbe’, è andata così, ora si ricomincia. Per gli inconsolabili c’è almeno il sollievo di non dover più compulsare i siti meteo, vera fonte di frustrazione di chi non si è ancora rassegnato a formulare le proprie previsioni affacciandosi alla finestra.

di MAURO COVACICH da corriere.it

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