Mar Mediterraneo invasione Meduse

L’invasione delle meduse allarma il Mediterraneo

Le meduse possono provocare leggeri brucio ma anche reazioni gravi
Più di duemila segnalazioni dall’inizio dell’estate.
Oltre ai danni ambientali,  sono pesanti le ripercussioni sul turismo

Gli anziani dicono che una volta non si vedevano sulle nostre coste così tante meduse. Adesso – come testimonia il «Meteo Meduse» creato dal mensile «Focus» insieme al Cnr-Ismar e all’Università del Salento – dall’inizio dell’estate sono state censite oltre duemila segnalazioni. E così, se sulle rive del Tirreno (ma nel 2010 fu peggio) si trova la Pelagia Noctiluca, rosacea e urticante medusa bioluminescente, l’Adriatico è invaso dalla piccola (ma dolorosissima) Carybdea Marsupialis.

Di norma le meduse procurano solo un leggero bruciore o un’eruzione cutanea; ma in alcuni casi si arriva a dolori lancinanti e gravi reazioni allergiche. Nell’agosto del 2010 in Sardegna sulla spiaggia di Porto Tramatzu si è però registrato il primissimo caso nel Mar Mediterraneo di morte dovuta a una ustione da contatto provocata da una medusa. Vittima, nonostante i rapidi soccorsi, una donna di 69 anni colpita da una Physalia Physalis. Da noi si chiama «Caravella portoghese»: è un idrozoo, solo parente delle meduse, un tempo raro ma oggi sempre più presente sulle coste italiane.

In Italia sono quattro le meduse più comuni, dicono gli esperti. La prima e più diffusa (specialmente sul Tirreno, ora osservata soprattutto in Sicilia) è la Pelagia Noctiluca o medusa luminosa, ombrello marrone-rosato o rosa-violetta di circa 10 centimetri di diametro, con otto lunghi tentacoli retrattili molto urticanti. Assai diffusa è la Rhizostoma Pulmo o polmone di mare, molto grande (fino a 50-60 centimetri di diametro), di norma dannosa solo per chi ha la pelle ipersensibile.

C’è poi la Cotylorhiza, o Cassiopea mediterranea, bella e inoffensiva, presente sul Mar Ligure. Infine, la specie più frequente sulle coste dell’Adriatico: la Carybdea Marsupialis. Una cubomedusa piccola, massimo tre centimetri, dotata di quattro tentacoli che ha trovato un habitat ideale nelle barriere frangiflutti presenti lungo le coste.

Molto diffusa nei Caraibi (in una versione assai pericolosa che ha provocato anche decessi), la Carybdea era un tempo rara nel Mediterraneo. Ma ora c’è, e infligge punture molto dolorose i cui effetti di norma però passano presto.

Parlare di «invasione» di meduse nel Mar Mediterraneo non è un’esagerazione. Lo scorso 6 luglio una centrale elettrica presso Tel Aviv, in Israele, si è trovata ostruita da tonnellate e tonnellate di meduse «aspirate» dal mare i condotti di raffreddamento delle turbine. Ma a che cosa è dovuto l’incredibile proliferare di questi animali? I biologi mettono sotto accusa il riscaldamento globale, che ne ha ampliato il periodo riproduttivo, ma anche l’arrivo nel Mediterraneo di specie provenienti dai Caraibi e dal Mar Rosso. Ma la principale causa, tutti concordano, è l’eccessiva pesca industriale nelle nostre acque.

Come spiega il rapporto diffuso in questi giorni da Ocean2012 – una campagna contro l’«overfishing» e la distruzione delle risorse ittiche animata dalla Ong Usa Pew – la sovrappesca e le tecniche industriali oggi prevalenti distruggono i predatori delle meduse, come i tonni, gli squali, i pesci spada, i cetacei e le tartarughe marine. Ma anche i pesci e i crostacei che competono nella catena alimentare con le meduse. In un’ecosistema marino la distruzione dei banchi di sardine e aringhe – che si alimentano anch’essi di plancton – ha come diretta conseguenza il proliferare incontrollato di meduse. Stesso effetto producono le tecniche di pesca che distruggono il fondo marino. In più, si legge nel rapporto di Ocean2012, le meduse si nutrono di uova e larve di pesci, peggiorando ulteriormente la situazione.

Il rischio è pesante: ambientale, ma anche economico, pensando al costo drammatico che l’invasione di meduse causa al turismo. Come salvarsi? Ocean2012 boccia le barriere di reti galleggianti o le barche dotate di pompe aspiranti anti-medusa, adottate ad esempio in Costa Azzurra. «Non si deve curare il sintomo, peraltro danneggiando ulteriormente l’ecosistema marino – si legge nel rapporto – ma bisogna curare la malattia». Ovvero, ridurre la sovrappesca e rendere «sostenibili» e amiche della biodiversità le politiche di pesca europee e nazionali.

ROBERTO GIOVANNINI da lastampa.it

Leave a Reply