Love Boat la Pacific Princess verrà demolita in Turchia

Love Boat, viale del tramonto
sarà demolito il mito delle crociere
Venduta a un cantiere turco per 2,5 milioni di euro e destinata a essere fatta a pezzi la nave diventata celebre nel mondo grazie ai telefilm

L’amarezza del comandante dopo il verdetto
“I simboli non devono mai essere abbattuti”

Viaggio nel cuore del mito infranto, dove tutto quanto è iniziato e dove tutto, per certi aspetti, si prepara a finire. Al termine di una lunga, tristissima trattativa, ciò che resta della “Love Boat” è stato venduto a una società turca, la Cemsan, specializzata in demolizioni, per poco più di due milioni e mezzo di euro. E proprio questa, la demolizione, sarà con ogni probabilità la fine imminente della nave che, smessi i panni della star televisiva (nome d’arte, Love Boat, nome reale “Pacific Princess”) si era dedicata alle crociere in Sudamerica, prima di essere venduta a una società spagnola, con l’obiettivo di concludere in bellezza la sua carriera nel Mediterraneo. Proprio qui, invece, erano iniziati i guai.

La nave, costruita negli anni Sessanta in Germania, aveva bisogno di essere rimessa a nuovo e, soprattutto, liberata dall’amianto nascosto dietro ai pannelli. Gli spagnoli si erano così affidati ai cantieri San Giorgio del Porto di Genova ma quei lavori, ordinati nel 2008 e in gran parte già svolti, non sono mai stati pagati. Il cantiere, che nell’operazione di restyling ha investito sei milioni di euro, non ha potuto far altro che rivolgersi al tribunale di Genova che ha sequestrato la nave, mettendola all’asta. La “Pacific” è così rimasta ancorata alla banchina del porto, nell’area delle riparazioni navali, con tanto di comandante e di equipaggio, nell’attesa che qualcuno decidesse di comprarla per farla nuovamente navigare. Niente di tutto questo. Anche le aste (ne sono state fatte tre) sono andate deserte. Troppi, i quattro milioni di euro di base iniziale. Alla fine, l’agenzia marittima “Ferrando & Massone”, shipbroker specializzato in questo settore, ha scelto la strada della trattativa privata.

“Abbiamo ricevuto l’incarico per la vendita della Pacific dal tribunale di Genova nel dicembre 2010 – racconta a Repubblica Andrea Fertonani, uno dei titolari della “Ferrando & Massone” – Non è stato facile arrivare alla vendita, cercando di salvaguardare nel miglior modo possibile gli interessi dei creditori, a cominciare dall’equipaggio, dal cantiere e da chi ha lavorato sulla nave. Siamo partiti con una base d’asta di quattro milioni, poi abbiamo ridotto. I potenziali acquirenti c’erano, ma nessuno si è mai fatto avanti nelle aste. Così alla fine abbiamo proceduto con una trattativa privata”.

E ad aggiudicarsi la nave è stata appunto la Cemsan, società turca specializzata in demolizione che verrà presto a Genova e, dopo aver saldato per intero il conto, si rimorchierà la nave fino al suo cantiere. Un altro imprenditore turco, quindi, come già era avvenuto per il superbacino (che continua a lavorare senza sosta), pronto a rimorchiarsi un pezzo di storia della marineria.

Le ultime immagini di quello che è stato un mito per milioni di persone che dal ’77 all’87 hanno seguito le avventure del capitano Merril Stubing e dei suoi ospiti sono state raccolte da un’artista milanese, Federica Grappasonni, che con la sua “Mistura Pura” (foto di Marco Renieri) ha avuto accesso alla nave, documentandone ogni angolo, anche i più remoti. Un viaggio nella memoria, che la Grappasonni ha poi raccolto nel suo sito con innumerevoli rimandi alle avventure della Love Boat.

Anche Repubblica è entrata nel cuore della nave, camminando insieme al comandante Benedetto Lupi per quei saloni e quelle scalinate che molto hanno rappresentato per il mercato delle crociere. Di fatto, la crociera come “vacanza popolare” nell’immaginario collettivo è nata proprio con quei telefilm. La vacanza d’elite, per pochi ricchi (e anziani), così com’era sempre stata concepita, con la “Love Boat” diventava “pop”, accessibile e raccontabile. E proprio questo, almeno nelle intenzioni, era lo spirito con cui si era affrontata l’operazione di restyling della “Pacific”. Intenzioni che resistono oggi nella scalinata centrale rimessa a nuovo, così come nel bar e nel teatro. Tutto finito, così come i soldi. E per la “Pacific” si aprono adesso le porte della demolizione.

L’amarezza del comandante dopo il verdetto
“I simboli non devono mai essere abbattuti”
Benedetto Lupi da due anni è al comando della nave: “Speravo in un imprenditore romantico, ma non è più tempo per queste cose”
di MASSIMO MINELLA

“No, guardi, non è giusto. I simboli non andrebbero mai abbattuti”. Più che arrabbiato, è mortificato il comandante della “Pacific” Benedetto Lupi. Lui che dopo una vita passata per i mari del mondo a comandare navi aveva accettato la chiamata degli spagnoli della “Quail Cruises” non pensava proprio che la “sua” Pacific sarebbe finita in demolizione. Trent’anni alla società Italia (comandante in seconda della Raffaello), poi dodici nel Mare del Nord a comandare la flotta dei velocissimi “Superseacat”, Lupi aveva accettato la chiamata della “Quail” anche per riavvicinarsi alla Liguria. Lui, varazzino doc, chiamato a seguire i lavori di restyling della nave destinata a una nuova vita.

E invece, comandante, che cosa è successo?
“Che i lavori si sono fermati perché il cantiere chiedeva di essere pagato. Ma anche quando il tribunale ha messo la nave all’asta, non ho mai pensato che potesse finire in demolizione”.

Lei è comandante da due anni, come ha vissuto questo periodo?
“Ho cercato di svolgere il mio compito nel migliore dei modi, presidiando una nave che avrebbe ancora molto da dare a questo mercato”.

Ma ci sono grandi problemi, a cominciare dall’amianto. E poi c’è la stazza, ormai troppo piccola rispetto alle navi oggi in servizio. Chi poteva essere interessato?
“In tanti. E infatti fino all’ultimo sono stati parecchi i soggetti che si sono avvicinati. C’era un lavoro importante da fare. E poi bisognava completare l’allestimento. Ma parliamo di qualche milione di euro. Ci sarebbe voluto un imprenditore con la voglia di rischiare, ma anche un po’ romantico. Poi il business sarebbe rinato. Ma se lo immagina lei far navigare di nuovo la Love Boat? Itinerari anche ridotti, ma con la capacità di arrivare con una nave così piccola in posti dove nessuno arriva”.

Si era anche parlato di una sorta di hotel galleggiante.
“Ma sì, anche quello sarebbe andato bene. Questa nave poteva essere una ottima location per cerimonie ed eventi, anche se la sua vocazione resta quella del mare. Guardi questo corridoio che sale e si piega. Noi lo chiamiamo il cavallino, perché ricorda la schiena dell’animale. Guardi invece i corridoi delle navi di oggi, sembrano quelli degli hotel. Perché questo, oggi, sono le navi, grandi hotel galleggianti, dove non si riesce quasi nemmeno a distinguere la poppa dalla prua”.

 

di MASSIMO MINELLA da repubblica.it

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