L’insostenibile incuria del Belpaese La vocazione turistica da rinnovare

turismo_italiano_crisiL’insostenibile incuria del Belpaese La vocazione turistica da rinnovare

Pochi giorni fa il Corriere ha raccontato a Roma come un luogo di straordinaria bellezza per il panorama che offre, il Belvedere del Gianicolo, sia ormai «sommerso da una discarica di rifiuti e sporcizia lasciati marcire al sole». Poco tempo prima la stampa nazionale aveva dato conto della figuraccia planetaria collezionata dal nostro Paese per l’allagamento del Mausoleo di Augusto proprio nel giorno in cui ricorreva il bimillenario della morte dell’imperatore.
Episodi del genere concorrono a spiegare un fatto rilevante ma che poco è oggetto di riflessione: la nostra perdita di posizioni nel turismo mondiale. Eravamo primi nel 1950, siamo ormai al quinto posto (al primo c’è la Francia, al terzo la Spagna). È vero che in tutto questo tempo il numero dei turisti che arrivano in Italia è comunque aumentato, ma senza poter tenere in alcun modo il passo con lo straordinario aumento verificatosi a livello globale.
Le cause della crisi del turismo nazionale sono note e basta del resto girare l’Italia per averne diretta esperienza: incuria dei luoghi e dei monumenti, appunto, strutture di accoglienza troppo spesso inadeguate e allo stesso tempo costose, cementificazione selvaggia soprattutto delle coste, tendenza di molti operatori a guardare al turista come al proverbiale pollo da spennare e via elencando. Ma dietro tutto questo c’è anche una questione che riguarda l’identità profonda del Paese e risale alla nascita stessa dello Stato nazionale.
Tra Sette e Ottocento le élite colte europee avevano eletto la Penisola a loro meta privilegiata; per la verità, amandone più le bellezze artistiche e paesaggistiche che gli abitanti (Napoli, in particolare, restava per loro un «paradiso abitato da diavoli», secondo un proverbio largamente circolante in Europa). Dopo il 1861 la nuova classe dirigente guardò a tutto questo come a qualcosa da archiviare rapidamente, per battere invece una via verso la modernità industriale che prendeva a modello Inghilterra, Francia, Germania.
Il fascismo ereditò, pur deformandola in senso militarista e «imperiale», quell’aspirazione a liberarsi dell’immagine dell’Italia elaborata dai viaggiatori stranieri all’epoca del Grand Tour. Poi, nei primi decenni repubblicani, il Paese finalmente sembrò adottare con successo il modello di una modernità di tipo nordeuropeo: fu l’epoca della grande industria chimica, delle Partecipazioni statali, della Cassa del Mezzogiorno, della definitiva scomparsa dell’antica Italia rurale. Senza l’accelerata modernizzazione del dopoguerra il «benessere» (misurato dalla disponibilità generalizzata di una lavatrice o del televisore, dalla possibilità di usufruire dell’istruzione o delle vacanze) forse staremmo ancora ad aspettarlo. Ma, appunto, oggi che quel tipo di modernità industriale appare, almeno in Europa, definitivamente in crisi dovremmo tornare a riflettere su ciò che il Paese vuole (e può) essere. Se non sia cioè il caso, vista la piega irreversibile presa dalla storia del globo, di riscoprire proprio la nostra peculiare natura di Paese dell’arte e della memoria d’Occidente, puntando davvero — dunque oltre le affermazioni di rito — sull’accoglienza turistica. Certe recenti dichiarazioni del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini parrebbero andare in questa direzione. Ma un esecutivo che fosse consapevole della questione e del suo carattere strategico non dovrebbe allora inserire tra i propri obiettivi — accanto a un determinato rapporto deficit-Pil o a un certo ammontare di tagli della spending review — anche quello di far risalire l’Italia al terzo o quarto posto nelle mete del turismo mondiale?

di Giovanni Belardelli da corriere.it

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