libera Università Alcatraz di Jacopo Fo compie tre anni e diventa ecovillaggio il borgo oliveto

Alcatraz compie 30 anni  e diventa un ecovillaggio
L’associazione fondata da Jacopo Fo nel cuore dell’Umbria diventa grande e si evolve: 60 appartamenti ecologicamente sostenibili che sono la nuova frontiera della vita comunitaria

GUBBIO – “Libera Repubblica di Alcatraz”, una roba strana per la gente umbra che vide la prima insegna, trent’anni fa. All’inizio, quando chiedevi indicazioni, c’era chi esclamava: “Ah, cerchi i Darifò!”. Dariofò veniva letto tutto attaccato e al plurale faceva Darifò: Jacopo, evidentemente, era troppo giovane per avere diritto alla consacrazione anagrafica.

Trent’anni dopo la strada è la stessa. Ci si arriva attraverso un paesino che, come molti sanno, si chiama Casa del Diavolo, per l’occasione tempestato di altarini e fiori fino alla chiesa nuova, in fiero calcestruzzo davanti alla sulfurea tabella stradale. Chissà come mai, trent’anni fa, il giovane milanese Jacopo scelse quest’angolo di Umbria selvatico, esposto al sole ma altrettanto protetto dai colli intorno. Adesso nelle sue sopracciglia c’è un pizzico di bianco. Il fisico, però, è lo stesso del padre.

Dev’essere la vita sana del posto, verdure e ortaggi che qui hanno conseguito la patente biologica “moooolto” prima di quanto usi oggi. Infatti il Dario e la Franca vengono sempre più spesso ad abitare qui. Lo dimostrano le tracce evidenti che il “nobeluomo” dissemina per il villaggio, statue, dipinti, sculture, orologi a vento fatti da ingranaggi di legno penzolanti.

Ma il vero regalo che Jacopo si è concesso per i trent’anni di Alcatraz si chiama “ecovillaggio” ed è un tributo al suo testardo bisogno di concretezza. Vanno bene i corsi di teatro di Luca Ronconi, quelli magici di nonsisachecosa inventati da Stefano Benni, va bene l’asino-terapia, lo yoga demenziale, la doma etologica dei cavalli, ma una casa è sempre una casa.

Il progetto è in partnership con Banca Etica, 60 appartamenti costruiti secondo criteri di massima sostenibilità ambientale, fisicamente distaccati da Alcatraz ma visibili a occhio nudo. Le prime sedici unità sono già state assegnate. Jacopo ha l’entusiasmo di un ragazzino nel mostrare come sono fatte. “L’esterno è in legno…”. “No, è in pietra”. “E’ in legno”. La mano tocca e si sorprende. È proprio legno, anche se sembra pietra. “Ovviamente – precisa Fo – se preferisci puoi fartela con l’esterno in legno naturale”. “E in pietra che sembra legno?”.
Jacopo neanche ascolta e sfoggia il carnet di esperti che hanno collaborato al progetto: Pietro Laureano per il sistema idrico (consigliere Unesco), Maurizio Fauri per la parte energetica (docente all’Università di Trento) e Sergio Loss, il papà della bioarchitettura italiana.

Si parla di tetti ventilati, di pareti con intercapedini leggere e antisismiche, vetri con l’anima in gas per evitare dispersione di calore, caldaie a tre bocchette che pescano l’acqua in basso per riscaldare il pavimento, a mezz’altezza per lavarsi le mani e in cima per la doccia. Spazi comuni che non ha senso avere in casa, come la lavanderia o la piscina e il salone delle feste. La metamorfosi della vita comunitaria, dal ’68 a oggi, è racchiusa in una regola semplice: nessuno ti obbliga a stare insieme al prossimo ma se hai voglia di vedere qualcuno, sai dove andare.

Dal balcone si vede lo scrimo verde del fiume Resina. Jacopo ha un sussulto di riso. “Dovessi dire il ricordo più vivo di questi trent’anni, metterei in testa la risalita del fiume con Dacia Maraini e Andrea Pazienza, tutti vestiti con costumi ottocenteschi, portando a spalla Massimo Capotorto, fumettaro pazzo, perfettamente a suo agio nel ruolo di capopolo. Grande performance demenziale”.

Ci sono anche compiacimenti più individuali, legati al teatro, alla recitazione e alla scrittura. Ascoltare le proprie parole in bocca a Paolo Rossi, addirittura scandite da Dario Fo e Franca Rame, ché sul palco non sono mamma e papà e non dispensano “licenze teatrali” per linea dinastica. Con fatica Jacopo si è conquistato un posto nel desco dei giullari, dove non sono ammessi intrusi perché a nessuno è concesso sapere cosa c’è sotto la maschera, mogli, mariti e figli compresi: “Il mio debutto è stato al Teatro dei Satiri, a Roma. Avevo quarant’anni”. E non aggiunge altro, uscendo di scena e lasciando al morbido scricchiolio delle tavole di legno l’effetto finale. Qui il legno la fa da padrone e a ben vedere l’ecovillaggio è un sorta di palcoscenico che aspetta l’applauso da madre terra.

Dietro queste case, ficcate in terra come candeline sulla torta, c’è il percorso trentennale di Jacopo e del suo “ideale repubblicano”, una maturazione sempre più attenta agli aspetti concreti della vita comune, al recupero del “senso delle cose”. Chi cercasse contraddizioni nell’effimero yoga demenziale forse non si è mai misurato con le provocazioni burocratiche che in Italia colpiscono a tradimento tutte le “rivoluzione dolci”. Curare la demenza attraverso il demenziale è una sorta di principio omeopatico, previene l’ulcera.

Di sicuro manca, nella biblioteca di Jacopo scrittore, un resoconto sui mille sgambetti ricevuti durante i trent’anni di Alcatraz. Sarebbe la testimonianza di un figlio generato dal Grande Sberleffo che prova a incarnare i sogni di una socialità diversa e racconterebbe meglio di altri l’affanno italiano dietro il resto d’Europa. Il Batman, alto due metri e sistemato sul tetto di Alcatraz, ascolta e annuisce gravemente.

Cala il sole. Si riparte dalla folle e libera Repubblica con in tasca il passaporto locale, i francobolli commemorativi per la giornata della pigrizia, una banconota da dieci talenti vera come un bel sogno e un doblone luccicante. Ci si rituffa giù per il quagliodromo, per Casa del Diavolo tempestata di altarini, nel cuore dell’Umbria verde e rossa che ha la più alta percentuale di cemento prodotto in Italia e sta per riaprire una vecchia centrale a carbone truccata da qualche manciata di biomasse. Un po’ di rassicurante schizofrenia, ecco cosa mancava.

di LEONARDO MALÀ da repubblica.it

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