Lewarde la vera miniera in Francia diventata un parco di divertimenti

La Disneyland del minatore

Discesa nella miniera di Lewarde, il più grande Museo a tema della Francia

“La miniera? Voi siete abituati a leggere Ken Follett: grisù che invade le gallerie. Padroni ingordi e senza cuore. Vedove e figli cacciati di casa perché nessuno scava più e il tetto va solo a chi lavora. Bene, qui è stato esattamente il contrario: una vedova diventava improvvisamente una donna  ricca, concupita. Trasformata dalla Compagnie des Houilléres in un ottimo partito perché, essendo in genere ancora giovane, era anche proprietaria di muri e dotata di una gran pensione di reversibilità. La nostra gente con la mine à charbon, ha fatto il salto di classe, è diventata agiata borghesia di seconda generazione. Vada a vedere il Museo di Lewarde, una sorta di Disneyland del minatore: attrezzi, scavi, pozzi, dormitori, cunicoli, vagoncini, una ragnatela di rotaie e camminamenti. I nonni ci accompagnano i nipoti per dire: tuo padre è diventato quello che è grazie a questo”. A parlare è Arlette Debove,  professeur d’école honoraire a Henin Beaumont, in quel fitto presepe di villaggi percorsi fino agli Anni ’70 dal rigoglioso serpente fossile che si snoda da Lens al confine belga, nella Francia del Pas de Calais. Il paesaggio è quello basso, rigato da frequenti raffiche di pioggia, di una canzone di Brel. Punteggiato dai terrils, le piccole colline coniche fatte di materiale estratto che si ergono improvvise per ben 280 volte nel raggio di un centinaio di chilometri. I paesi si susseguono appiccicati uno all’altro e possiedono tutti, indistintamente, un cuore fremente di coron, le case di mattoni affumicati dei minatori che testimoniano un grande epoca industriale che ha modellato un’intera società. Ben restaurate, sono ridiventate un posto ambito.
La discesa nella miniera di Lewarde (www.chm-lewarde.com) ne è l’esempio più evidente: un flusso ininterrotto soprattutto d’enfant du pays. Li vedi sorridere davanti alle vecchie fotografie, riconoscere antichi volti di famiglia. Li vedi percorrere oltre due chilometri e mezzo di archivi pronti a narrare la storia economica e sociale, l’organizzazione dell’impresa, i piani di sfruttamento, le tecniche, il patrimonio di esperienze, le conquiste. E, più prosaicamente, li vedi annusare i reparti di vestizione, le docce, i magazzini per lampade,  picconi, esplosivi, corde. Solo dopo questo primo bagno di attento ripasso, ci si concede al tuffo nelle viscere. Ed è qui che incomincia la vera Disneyland. Ci si stipa nella gabbia di discesa come veri minatori e si tira il fiato perché tutto prende a traballare vertiginosamente, il pavimento pare precipitare sotto i piedi, l’equilibrio si fa complesso e il respiro ansima come sull’ottovolante. Di colpo, la brusca frenata. E, finalmente, le gallerie: si percorre ogni angolo del dedalo dove ogni funzione viene illustrata, ricostruita e talvolta rappresentata con una gran serie di aggeggi animati, dai manichini agli utensili “lavoranti”. Si può restar sotto per ore, affascinati e silenti. Ma alla fine, la sensazione è una sola: c’è sì un’immagine di immane sudore e pericolo. Ma si ricava anche il senso di una solidarietà profonda, che partiva direttamente dal padrone dalle braghe bianche anche se ammorbidito da qualche sciopero.
Conferma Alain Boulent,  adjont del sindaco di Henin Beaumont: “La verità è che la Compagnie des Houilléres è sempre stata “buona”. Prendiamo i pilastri del loro modo di fare miniera: casa e carbone gratuiti. Bistecche, pesce e vestiti offerti a prezzo stracciato allo spaccio. La scuola per i figli gratuita, una quantità di borse di studi per l’università. Vacanze al castello di La Napoule sulla Costa Azzurra e all’hôtel Régina à Berck-Plage sulla Côte d’Opale. Insomma: la vita non costava e i salari erano alti, tutti finivano per comperarsi la coron. Con in più un paracadute perché, si sa, le disgrazie arrivavano. La silicosi era la spada di Damocle: se alla visita annuale (gratuita) si accusavano sintomi, si passava a un lavoro d’ufficio e si aveva diritto a un’indennità rapportata al grado d’invalidità che poteva persino raddoppiare la paga. Le vedove mantenevamo il diritto alla casa con pensione e indennizzi acquisiti. Per questo molte si riaccasavano senza più sposarsi. Quando il filone si è inaridito nessuno è restato a piedi come invece è successo con la Thatcher. Si è chiuso solo quando tutti sono andati in pensione”.

da lastampa.it

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