Le cascate Vittoria

“Fumo che tuona”: lo show dello Zambesi

“Il Fumo che Tuona”, o in lingua originale, Mosy-oa-Tunya. Non sfugge l’affinità linguistica del secondo termine, onomatopea inattesa ma non troppo a delineare uno dei fenomeni più affascinanti e allo stesso temuti – la tempesta, il temporale – sin dagli albori dell’interazione uomo-natura. Il nome aborigeno è il solo a rendere giustizia alle maestose, splendide cascate del fiume Zambesi, che da tempo immemorabile tuonano e fumano nel loro balzo Nord-Sud, oggi confine di stato tra Zimbabwe e Zambia. Al suo cospetto, il Victoria Falls di livingstoniana memoria rimpicciolisce, antesingnano ottocentesco dei moderni format, nome sempre uguale applicato per quasi 80 anni in ogni angolo del globo a città, laghi, montagne, lembi di ghiaccio, dai sudditi di una Maestà particolarmente longeva.

Infinito muro d’acqua, le cascate Vittoria (massì…), sontuosa linea di demarcazione tra due facce di un continente magnifico quanto aspro: la meridionale, dominata dal desolato Kalahari, e la centrale-equatoriale, più verde, rigogliosa, ricca d’acqua, l’Africa che quei visitatori che finiscono per ammalarsene d’amore dicono essere l’unica con la A maiuscola. Striscia d’acqua che si snoda per 1,7 chilometri (la più lunga del mondo), di altezza variabile tra 90 e 110 metri circa, con una potenza di getto spaventosa, sia nei mesi di secca, che al picco massimo, quando lo spruzzo misto di acqua e fumo che rimbalza dal basso supera i 300 metri di altezza e diventa visibile a 50 chilometri di distanza. Meraviglia tra le fatidiche Sette del Mondo, sezione natura, secondo l’ultima classificazione: titolo meno usurpato che mai.

Scenario che può incutere timore, terrore, a chiunque abbia o abbia avuto la sventura di imbattervisi via acqua – accadde allo stesso dottor Livingstone quando vi approdò, nel 1860 – suscita, visto da terra, soltanto un misto di ammirazione e appagamento. Una bellezza che va ben oltre i numeri da record appena snocciolati. L’orografia, la lunghissima curva convessa che si osserva, da pari a pari, e che, partendo dalla cataratta orientale, evolve da rapida sottile fino a un immenso muro d’acqua, i colori delle rocce, i giochi di luce che si creano a tutte le ore, tutto contribuisce a creare un’atmosfera magica, irreale. La massa d’acqua può essere ammirata di lato, di fronte, da sopra e dal basso, senza pericolo e in uno scenario che muta continuamente. L’atmosfera, intorno alla cascata, è quieta, la vegetazione rigogliosa in un palcoscenico blando e maestoso, tutto contribuisce a trasmettere un’idea di serenità, fino a quando, avvicinandosi, ci si sente come compenetrare dal fragore, dagli spruzzi, dai riflessi del sole sul getto d’acqua, dagli arcobaleni che rimbalzano a 360 gradi dal punto d’impatto. Potenza e armonia, che si vivono ancora tra pochi intimi, o quasi, lontano dai clamori della vacanza di massa cui siamo abituati nel Vecchio continente. Semmai, la piacevole sensazione di imbattersi in famiglie o piccoli gruppi di turisti locali, il che ti fa sentire più ospite e meno colono.   (24 novembre 2010)
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Quando andare. La stagione di massima portata idrica va da febbraio ad aprile, quella di secca da settembre a gennaio, con il minimo intorno a novembre. La potenza del getto al minimo è un decimo di quella più elevata, la differenza, anche di impatto visivo, è ovvia. Scegliere i periodi in cui la gittata è al top, però può riservare imprevisti: la caduta può essere così violenta che dall’alto non si vede … il fondo, lo spruzzo può addirittura creare un effetto nebbia, oscurare completamente la visuale. D’altra parte nei momenti di … magra, la possanza della cascata rimane di tutto rispetto, e d’altra parte lo scenario, tra isolotti che riaffiorano e getti d’acqua che lasciano spazio a spettacolari verticali di roccia, si fa più frastagliato, denso, vario. In generale, nella stagione di piena, sono da consigliare aprile e maggio, il periodo immediatamente successivo alla cessazione della stagione delle piogge “in loco”, mentre tra ottobre e dicembre, nella stagione secca, si possono apprezzare al meglio le notevoli formazioni rocciose della cataratta est.

Zambia o Zimbabwe? Fino al 2000 non c’era gara. Per ammirare le Cascate Vittoria veniva considerata solo l’opzione Zimbabwe. Poi, complice l’effetto Mugabe, le parti si sono invertite. Gli ultimi dati certi indicano che la città di Livingstone, il campo base delle cascate nello Zambia, ha i suoi alberghi sistematicamente pieni a tappo, mentre a Victoria Falls, Zimbabwe, l’occupazione camere media non supera il 30 per cento della potenzialità ricettiva. Ma se nel recente passato lo Zimbabwe è diventato una meta a rischio, ad oggi, almeno l’area delle cascate è nuovamente un luogo sicuro e accogliente, e i rischi cui un viaggiatore può andare incontro (borseggi, piccole truffe ecc.) non sono diversi da quelli che si affrontano in molte grandi città occidentali e italiane. Chi evita Vic Falls, ora, lo fa più per ragioni etiche (non foraggiare il dittatore Mugabe) o di costi. Nessuno dei due versanti può definirsi economico, ma Victoria Falls è più costosa di Livingstone.

Dal punto di vista meramente estetico, la visione dallo Zimbabwe, frontale, diretta sulla parte centrale, la più potente, del getto, è più di impatto: in particolare nel periodo secco, consente di percepire al meglio la possanza dell’insieme. Da Livingstone, la visuale di è sbieco, e il fronte di caduta non si vede per intero: il che può limitare, nei periodi di magra, la percezione di “forza della natura” che questo luogo sa trasmettere come pochi altri. Il versante zambese, d’altra parte, offre uno scenario più articolato, colorato, una prospettiva che si presta meglio ad esempio ad essere immortalata – per gli appassionati – con un obiettivo grandangolare. Ribaltando la prospettiva in positivo, con gli occhi di chi vede sempre il bicchiere (e che bicchiere) mezzo… pieno, si può dire che una parte c’è lo show più spettacolare di uno dei grandi colossi naturali del pianeta, dall’altra uno strepitoso paesaggio di cui la performance è una parte molto importante ma non il tutto: prima la Eastern Cataract, poi le due cascate “minori” (di portata, più che di altezza) Rainbow e Horseshoe Falls, e poi la coltre di fumo e il lembo finale della linea di caduta maestra. (24 novembre 2010)
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C’è però un sistema per tagliare la testa al toro: scegliere la prospettiva aerea, con un elicottero, che, da qualunque delle due città parta, offre la visuale a 360 gradi. Le tariffe, tuttavia, sono tutt’altro che popolari: 130 dollari per un giro da un quarto d’ora, 260 per mezz’ora da Livingstone, 120 e 240 da Victoria Falls. D’altra parte, come accennato, l’area delle cascate non è esattamente a buon mercato. Ad esempio, attraversare il confine a piedi, per vedere entrambi i versanti – impresa tutt’altro che ardua dal punto di vista fisico, una camminata facile di un’ora in tutto – costa, per chi proviene o pernotta nello Zambia, 110 dollari: si attraversa un ponte nella terra di nessuno, si entra nello Zimbabwe (40 dollari di visto), poi si pagano altri 30 dollari per entrare nel punto panoramico. Infine, al ritorno, nella stragrande maggioranza dei casi (e cioè di ospiti stranieri con visti “single entry”, entrata unica), occorre rifare il visto, e sono altri 50 dollari. Un altro modo di vedere la cascata, dal lato Zambia, è l’approdo alla Livingstone Island. Ci si arriva con tour guidati, in barca. Da lì si può beneficiare della stessa prospettiva che si manifestò al medico-esploratore inglese quando arrivò in zona 150 anni fa, con possibilità, in certi periodi dell’anno, di un bagno da brivido nella Devil’s Pool, la incredibile piscina naturale con “vista baratro”, che è collegata alla cascata ma indipendente quanto basta a consentire la balneazione a due passi dai milioni di metri cubi d’acqua che piombano verso il basso.

da repubblica.it

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