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L’archeologia italiana è florida e produce turismo ma gli archeologi non trovano lavoro

turismo_culturale_storici_archeologiL’archeologia italiana è florida (ma l’archeologo stenta a trovare lavoro)
Mentre crescono flussi e introiti del turismo legato alle «rovine», le figure professionali impiegate fanno i conti con precarietà e stipendi bassi. Però non mancano gli spiragli…

A prima vista, sembra un doppio (e purtroppo ineguale) binario: da una parte l’archeologia, un settore florido, uno dei capisaldi della nostra economia legata al turismo; dall’altra, gli archeologi, figure chiave nella salvaguardia del patrimonio italiano, che fanno i conti con precariato, scarsi compensi, incertezze (va detto: purtroppo come molte altre figure specializzate, nel nostro Paese). È la fotografia che affiora se si comparano i dati della XVII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico — in programma dal 30 ottobre al 2 novembre a Paestum, in provincia di Salerno, qui le informazioni pratiche — con l’identikit dell’archeologo medio, diffuso dal primo rapporto sulla professione realizzato dalla Confederazione Italiana Archeologi. Però c’è anche chi invita a guardare le cose da una prospettiva diversa — e più rosea.

Donna, quasi quarantenne e precaria
Il «ritratto», tracciato nell’ambito del Progetto Discovering Archaeologists in Europe, parla chiaro: l’archeologo-tipo è donna (il 70,79%), sui 37 anni, precaria. Percepisce uno stipendio annuo di circa 10 mila euro, a fronte di una robusta formazione (in genere una laurea e un dottorato di ricerca o una specializzazione). È prevalentemente impegnata per enti pubblici, ma come libera professionista a partita Iva o con contratto a progetto. E, con il trascorrere del tempo, scoraggiata dalla mancanza di prospettive, spesso abbandona il lavoro. Si calcola che il numero degli archeologi italiani (nel biennio 2012-2013) si avvicini a 4.500 e che oltre il 65 per cento di questi lavori «in proprio».
Stipendi annui di circa 10 mila euro, con una laurea alle spalle
Una radiografia non confortante, specie se si analizzano gli altri dati più generali: il 6,35% degli archeologi si è fermato alla laurea triennale, ma più della metà ha una formazione post laurea (52%). Per lo più il luogo di lavoro è nei cantieri di scavo (38%), poi vengono uffici, biblioteche (35%) e musei (23%). Mediamente si guadagnano 10.687 euro l’anno (nel 2010 erano 10.389), ma si può scendere anche fino a 5 mila. Ai freelance non va meglio: 14.235 euro. Nel 2013 meno di un terzo degli archeologi aveva un contratto da dipendente (30%) e solo il 16% era a tempo indeterminato. In genere ci si organizza in proprio (43%), spesso con partita Iva (26,6%). Nel corso del sondaggio, però, il 28% degli intervistati si è detto disoccupato, almeno momentaneamente.

Un settore cresciuto del 23% negli ultimi dieci anni
E l’archeologia? Risulta importantissima per la nostra economia. Lo dicono i dati che verranno diffusi nel corso della Borsa del Turismo Archeologico. Secondo gli ultimi numeri ufficiali, del 2012, legati ai Beni Culturali statali, in Italia si contano 36,4 milioni di visitatori per oltre 113 milioni di euro di introiti. Negli ultimi dieci anni l’incremento è stato del 23% per i flussi e di ben il 40% per gli introiti. In questo contesto, le aree archeologiche pesano per il 50,3% dei visitatori e per il 28,8% degli introiti. Non solo: se guardiamo ai «circuiti», vediamo che, dal 2001
Negli ultimi dieci anni l’incremento dei flussi è stato del 23 per cento
al 2012, questi poli hanno registrato la crescita più significativa pari a un +118,5% per le visite pari a oltre 8 milioni di visitatori e addirittura un + 158,7% per gli introiti pari a 50 milioni di euro. Tra i circuiti il più importante resta quello di Roma, che comprende Colosseo, Palatino e Foro Romano. Questo, da solo, è pari al 51% del valore complessivo dei circuiti, seguito subito dall’area archeologica di Pompei — pari al 27,6% delle visite. Queste due attrazioni sono anche i primi siti archeologici visitati in Europa, seguiti dall’Acropoli di Atene e Stonehenge, gli unici siti (di cui si dispone di dati aggiornati) che raggiungono e superano il milione di visitatori. E anche nella classifica dei primi 30 istituti museali più visitati, 12 rientrano nel turismo archeologico.
Qui proponiamo una galleria di immagini.

Una diversa prospettiva
Al di là dell’ovvia conclusione (forte precariato dei professionisti a fronte di un Paese che vive anche di tesori come Pompei, tanto per citare uno dei siti più visitati al mondo), resta il nodo degli scarsi investimenti nelle campagne pubbliche di scavi in Italia. Però, c’è anche chi la vede in modo diverso, come Tsao Cevoli, presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Nazionale Archeologi (che tuttavia qui parla a titolo personale): «Certo, il precariato nel nostro settore resta e si fa sentire, però io avverto un cambio di prospettiva. Per esempio, solo di recente in via parlamentare è stata approvata una legge che regolamenta la figura e i ruoli dell’archeologo. Non si deve pensare all’archeologia soltanto come sinonimo di scavi, o anche di archeologia preventiva. Le nostre competenze includono anche, per esempio, la conoscenza del territorio e dunque la consulenza per evitare che, una volta effettuati gli scavi, un’opera pubblica si debba interrompere perché affiorano resti antichi». Per Cevoli, insomma, bisogna allargare i punti di vista, fermo restando che una difesa della professione va fatta. «Anche la divulgazione culturale, che all’estero, in molti Paesi, rientra nei compiti dell’archeologo — conclude — può e deve, secondo me, diventare uno sbocco lavorativo». Uscire dalle università, dunque. Ma basterà?

di Roberta Scorranese da corriere.it

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