La Triennale e la mostra di Giò Ponti a New York la figuraccia di Milano

di | Marzo 11, 2011

MESTIZIA A NEW YORK – MEGA FIGURACCIA PER LA TRIENNALE, LA MORATTI E TUTTO IL CUCUZZARO DELL’EXPO – LA MOSTRA SU GIO PONTI CURATA DA GERMANO CELANT RESTA SENZA FINANZIATORI, NON PAGA L’AFFITTO DI FRONTE AL MOMA (1.8 MLN L’ANNO) E DOPO INFINITI RINVII VIENE ANNULLATA – AI NEWYORKESI FREGA POCO, MA LA SINDACHESSA È IMBARAZZATA E IN TROPPI (DA FORMIGONI, AI SOCI DELLA TRIENNALE) SONO FURIOSI…

Enrico Arosio per “l’Espresso” in edicola domani

Che magra figura, Milano a New York. Nella 53. Strada, cuore caldo di Manhattan, esattamente di fronte al Museum of Modern Art, accanto alla “T” rossa della Triennale per mesi c’è stata la scritta “opening fall 2010”, apriamo in autunno, e invece niente. Ora c’è una scritta diversa, “notice of eviction”, la notifica di sfratto del Tribunale civile, perché da mesi non è più stato pagato l’affitto (e non è uno scherzo: 1,8 milioni di dollari l’anno). Il cantiere si è fermato quattro mesi fa, a due terzi dei lavori.

E la mostra “The Expression of Gio Ponti” a cura di Germano Celant, che doveva inaugurare, con una sorridente Letizia Moratti in cerca di glamour transatlantico in vista dell’Expo, questo gioiello italiano nella Big Apple, annunciata prima per maggio 2010, poi settembre, poi novembre, poi primavera 2011, è stata annullata. E trasferita a Milano, dove aprirà il 5 maggio; il che ai newyorkesi, diciamolo, interessa poco.

La Triennale, dopo tanti successi (lodi del “New York Times”al Design Museum milanese), fa una gaffe a cinque stelle. Letizia Moratti, sindaco di Milano e come tale socio della Triennale, lo sa, ed è assai contrariata per i contraccolpi sull’immagine della città. A presentare l’imminente apertura, nel gennaio 2010, erano stati i vertici di Rai Corporation, del Consolato d’Italia, dell’Istituto italiano di cultura. Invano. Il consiglio di amministrazione ha congelato Triennale New York, che nei piani ambiziosi del presidente, Davide Rampello, dovrebbe essere seguita da Seul, Mosca e San Paolo, perché i partner locali hanno pasticciato.

L’operazione Manhattan doveva essere, per Milano, a costo zero. I 5 milioni di euro di investimento iniziale e gli altri 2,5 l’anno per la gestione erano garantiti dai soci locali e dal ministero dello Sviluppo economico. Invece ci sono stati due incidenti. A Roma il ministro Claudio Scajola, che aveva garantito 2 milioni di euro alla Triennale per l’avvio delle attività internazionali, si è dimesso dopo lo scandalo della sua casa pagata dall’imprenditore Diego Anemone, e del doman non v’è certezza.

E a New York di partner ne è rimasto uno solo, Roberto Manzoni della Art Living; si sono sfilati i fratelli Falconi di Ibs Securities e il finanziere Rocco Zullino della Hottinger et Associés di Lugano. Partner non all’altezza, pare; lo stesso Manzoni, imprenditore del food (la Triennale prevede, oltre a un design shop, un museum café di qualità), sta sudando sette camicie in cerca di finanziatori, incassando diversi no.

RAMPELLO

Il presidente Rampello promette che presto, terminata la ricognizione, un nuovo piano finanziario verrà presentato in cda. E il sindaco Moratti? Sarebbe stata indotta a far bloccare tutto anche dai sussurri dell’amica Federica Olivares, editore che a Manhattan è di casa e ha lavorato con grandi istituzioni come il Moma, il Guggenheim, il Lincoln Center. La Olivares, ex consigliera Rai, ex vispa figura della lobby socialista, aspira a diventare il nuovo assessore alla Cultura di Milano con Letizia rieletta.

Morale, tutti scontenti (e qualcuno furente): i soci della Triennale, tra cui la Regione Lombardia; il curatore Celant, che a New York ha un buon nome da difendere; idem gli architetti Pierluigi Cerri, Alessandro Colombo e Michele De Lucchi, che non hanno visto un euro; i prestatori delle opere, mercanti, collezionisti, eredi Ponti, che hanno consegnato i loro pezzi un anno fa, arrivederci e grazie; le imprese sponsor come Coop Ceramica Imola, Cassina, Mapei, Molteni.

E pensare che Triennale New York, dopo Gio Ponti, voleva proporre un maestro americano, Frank O. Gehry, con una personale che a New York non s’è mai vista; e più avanti, forse, Lucio Fontana. Tante belle idee, ma una vicenda gestita, spiace dirlo, all’italiana. «Low, low, low», direbbe Michael Stipe dei R.E.M. Un colpo basso, basso, basso.

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