La rinascita di Dresda e Lipsia

Risorge Dresda la superba
Cultura, Trabant d’epoca e dolce vita: “La vera Germania è a Est”

PIERO SORIA

DRESDA

dresda_rinascitaDall’Elba al Danubio: fa davvero impressione ripercorrere oggi la via dei carri armati sovietici che stroncarono la primavera di Praga. Solo 150 chilometri da Dresda, cento in più da Lipsia. Ma ora questo è una sorta di viaggio bucolico fatto di fiumi, laghi, foreste, grasse campagne imbiancate di neve. Non c’è la più pallida lingua di fumo nei cieli bassi e corrucciati a ricordare gli sbuffi lancinanti dell’industria pesante della vecchia Ddr: una sorta di forgia infernale di ferro, acciaio e carbone che ingrigiva nuvole già perennemente grigie, intossicate da un presepe di ciminiere là dove, d’inverno, la notte scende già a metà pomeriggio.

Sassonia, Turingia, Pomerania oggi sembrano un giardino. Stabilimenti moderni, ordine, pulizia quasi maniacale, profondo sdegno per l’inquinamento di un tempo. Est in fiore. E le città? Un pullulare di restauri: chiese, palazzi, castelli. Ma come è potuto succedere in soli vent’anni, esattamente dal 3 ottobre 1990, giorno della riunificazione tedesca? «Con un ininterrotto fiume di denaro pompato direttamente dalle nostre tasche», dice la professoressa Anne Neuschaefer, molto tormentata in questa sua cruda ammissione. Ma il suo è un sentire molto diffuso all’Ovest. E non conta essere socialista, liberale o democristiano. È un malessere che coinvolge tutti: finita la sbornia iniziale in cui il sacrificio attraverso le tasse era apparso come una necessità felice e contagiosa che permetteva alle famiglie di ritrovarsi dopo infiniti anni di separazione, adesso è vissuto come un peso sempre meno sopportabile per via dei canini della crisi che addentano ancora.

Ma, soprattutto, a causa di un fastidio sempre più pungente: la superiorità intellettuale che Dresda – esattamente come la sua gemella Lipsia patria di Bach, Wagner, Mendelssohn e Leibniz – sbandiera al resto del mondo teutone quasi con protervia. Una sorta di sussurro sprezzante che recita: «Noi siamo la Firenze del Nord, qui sono nate la lingua e le arti. È stato il dialetto sassone a dare origine al tedesco, esattamente come il fiorentino all’italiano. Solo che la nostra Divina Commedia ha le sembianze della Bibbia. Quella tradotta nel nostro bellissimo sassone da Martin Lutero che, se lo si pronuncia qui, ha ancora quel suo suono consonantico molto più dolce che da voi, sempre così aspri e gutturali. Persino la umlaut (la u con la dieresi) la zuccheriamo fino a scioglierla in una leggiadra i».

Continua la Neuschaefer, sempre più imbarazzata: «Lo confesso: io, direttrice dell’istituto di Filologia romanza al Politecnico di Aquisgrana, provo una grande invidia quando vado alla Technische Universität di Dresda: sembra la perfezione in terra. È tutto nuovo, lindo, efficiente, innovativo, ad altissimo livello tecnologico. Siamo entrambi al vertice scientifico della Germania. Entrambi, a causa della nostra posizione geografica di frontiera (noi tra Belgio, Olanda e Lussemburgo; loro tra Repubblica Ceca e Polonia) formiamo classi dirigenti di grande spessore non solo domestico, ma internazionale. Purtroppo, però, quest’invidia è segnata da un’altra componente, meno nobile: un forte senso di frustrazione che prescinde dall’appartenenza politica: noi ci impoveriamo e invecchiamo. Loro, al contrario, vivono sulle nostre spalle un nuovo Rinascimento e una nuova gioventù».

Ma a Dresda il Politecnico è solo una delle mille nuove perle da esibire. L’esempio più vistoso (e costoso) è la Frauenkirke, la Chiesta di Nostra Signora, alle spalle dello splendido complesso del Castello e delle Terrazze che si affacciano sull’Elba e la dominano poeticamente dall’alto «fin dove il guardo arriva», anch’essi riportati all’antico splendore. La Frauenkirke è uno di quei simboli assoluti che affondano nelle notti cupe della guerra nazista, quando fu rasa al suolo non solo una città ma un’intera popolazione. «Nella notte dei bombardamenti del febbraio 1945, una folla ininterrotta si rifugiò infatti nella cripta del vecchio duomo luterano a pregare e a supplicare il suo Dio convinta che, se almeno l’edificio più amato della stadt si fosse salvato da quella immensa pioggia di fuoco, non tutto sarebbe finito e ci sarebbe stato un indizio divino di salvezza. Ma la speranza fu vana: la cupola cedette e le rovine, per oltre quarant’anni, divennero il lugubre monumento commemorativo delle vittime di una città cancellata. Poi, quattro anni dopo la riunificazione, i diecimila frammenti originali sopravvissuti nella voragine di macerie (un terzo dell’intera fabbrica) incominciarono a essere riassemblati e a riprendere lentamente forma, fino a risorgere pienamente questo Natale, proprio com’era già risorto lo straordinario Corteo dei Principi, vertiginosa sfilata a cavallo di tutti i re sassoni che la guerra aveva solo sfiorato, ammiccanti per un centinaio di metri dalle lucenti piastrelle in ceramica di Meissen lungo la parete di un vicolo adiacente».

Oggi, dunque, la Firenze del Nord è tornata a essere bellissima. Ma più superba che mai. Incassa, come dovuta, la pecunia che arriva da Ovest. Ma non si sogna nemmeno (anche se ha un sindaco Cdu, stesso partito del governatore della Sassonia) di mediare con istanze che vengono da fuori. Un esempio? Il nuovo ponte sull’Elba. L’Unesco si oppone: «Non fatelo, rovina il panorama». Dresda se ne infischia e per questo viene dresda_rinascita1eliminata dall’elenco delle bellezze mondiali.

Per Lipsia vale lo stesso discorso. Forse ancor più accentuato, perché è sempre stata un crogiuolo di idee, di cultura, di intellettualità: qui si sono accesi i primi fuochi della rivolta contro la dittatura comunista. Ha un sindaco Spd e un trenta per cento della popolazione fa la fronda al capitalismo sfrecciando altezzosa su Trabant perfettamente restaurate ma simbolo esibito di un’altera disistima nei confronti del consumismo e forse per questo ha meglio resistito di altri alla crisi. Mantiene ritmi antichi: Volkswagen (Dresda), Opel (Eisenach) e Mercedes (Lipsia) dopo essersi impiantate a Est per usufruire degli aiuti statali se ne sono quasi del tutto andate. Odia le compagnie di assicurazione che sono planate a succhiar soldi per pensioni e sanità. Non capisce perché a Ovest siano le benvenute. Non tollera i distributori Total, concessione di Kohl a Mitterrand per un sì alla riunificazione. Mal sopporta gabbie salariali e quartieri ancora semidistrutti. Ma, per Dio, Lipsia è colta, discute ovunque: nei bar, nei circoli. Si diverte a teatro e negli auditorium. Ha una vita interiore che quegli altri crucchi si possono appena sognare. Fanno le code alle fermate di tram fatiscenti, ma stanno rubando la Biblioteca nazionale e la Fiera del Libro a Francoforte. Posseggono il più grande archivio di giornali della terra. E il futuro è dalla loro parte. Giusto che l’Ovest grasso e ignorante spenda: il sapere non ha prezzo.

da LA STAMPA

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