la Poesia del telemark lo sci di una volta

Telemark, sci per duri e puri

Una dietro l’altra, le curve a fondo pista ti mordono i muscoli delle gambe. Se cerchi una disciplina comoda, il telemark non fa per te. Se è sufficiente farti trasportare sulla neve da un paio di attrezzi che fan tutto da soli, meglio continuare con quelli. Qui c’è da faticare, i quadricipiti urlano a ogni cambio di direzione, quando il ginocchio si piega per infilarsi nella virata. Però ci si diverte come una volta, ai tempi in cui non s’imparava in mezza giornata a scendere da ogni pista. Serve applicazione, allenamento, studio perfino, è tutto il corpo a essere coinvolto. Nella curva, un ginocchio quasi a terra, son coinvolte pure le dita dei piedi che, alternativamente alluce e mignolo, orientano lo sci. La sensibilità è essenziale, la confidenza con la superficie bianca pure.

La tecnica per condurre uno qualsiasi dei moderni attrezzi da neve battuta ad attacco fisso è pressoché ovvia. Nel telemark no ed è uno di quei casi rari, nello sport d’oggi, in cui vien comodo addirittura leggersi un manuale, oltre a inanellare curva su curva. Senza timori di cadere, succede anche ai più bravi e talvolta sono voli spettacolari.Il telemark è uno sport “bagnato” come lo snowboard.

Nato – rinato, anzi – negli anni Ottanta, lo sci a tallone mobile non ha invaso le stazioni invernali. Ma da allora, importato sulle Alpi dalle Montagne rocciose, è cresciuto senza sosta, fino ad animare in Italia una sorta di circuito che da inizio dicembre fino all’estate piena richiama una folla di appassionati. Era stata la prima curva in Scandinavia (l’inventore, quasi leggendario, sarebbe stato il saltatore Sondre Norheim nella seconda metà dell’Ottocento), nell’Europa continentale aveva conosciuto un effimero successo fino agli anni Trenta, anche se Carlo Mollino, maestro e teorico dello sci, oltre che architetto e designer, nel 1950 aveva bollato gli ultimi praticanti, nel suo testo tecnico “Introduzione al discesismo” (lo ha ripubblicato di recente Electa Mondadori con una bellissima introduzione di Mario Cotelli, 366 pagine, 60 euro) come “l’estrema destra dello sci”.

Vent’anni dopo, a rilanciarlo sui pendii del Colorado è la stessa generazione che in quel periodo sta rivoluzionando l’arrampicata sugli specchi di granito dello Yosemite. Da lì rimbalza di nuovo in Norvegia, in Giappone e nello stesso tempo in Italia, aiutato dalla presenza in Veneto e in Piemonte delle aziende che producono attrezzatura esportata in tutto il mondo, in primis Scarpa per le calzature e Tua per gli sci (gli attacchi Rottefella all’epoca sono semplicemente l’evoluzione di quelli nordici, tradizionalissimi, per il fondo, con i tre “pins”, i pioli che penetrano nella punta dello scarpone per bloccarlo).

È un divertimento per pochi, all’inizio, un’attività di culto per una comunità internazionale che si ritrova qui e là sulla neve del mondo. Diventa lo sci ideale per viaggiare e salire le montagne, anche da portare con sé in aereo, più leggero e versatile, con gli scarponi in cuoio che permettono anche di calzare i ramponi e camminare. Trova una sua via agonistica, nascono le scuole, altre aziende scoprono che può essere un affare, pur restando un prodotto di nicchia. Oggi l’attrezzatura ha subito una profonda evoluzione, gli sci sono gli stessi del freeriding, larghi e a geometria variabile, gli attacchi non son più le esili ganasce che bloccano lo scarpone solo in punta, ma prodotti decisamente più pesanti, con molle che permettono una sicurezza prima inesistente. Le calzature in cuoio sono finite in cantina, sostituite dai gusci in plastica che si piegano grazie a un ingegnoso soffietto brevettato da Scarpa, ora adottato dalla gran parte dei concorrenti. (27 gennaio 2011)

Una trasformazione – il peso e la forma degli sci e la filosofia, ché gli scarponi invece sono stati una svolta positiva sotto ogni punto di vista – che non soddisfa Giorgio Daidola, professore universitario, giornalista, grande viaggiatore e maestro di sci fra il Piemonte e il Trentino, che dagli anni Ottanta è stato uno dei profeti del ritorno del telemark, con l’annuario Dimensione Sci, il primo probabilmente a importarlo in Italia. Sul mensile SkiAlper che sta uscendo in edicola racconta la rinascita e la storia della disciplina, sottolineando come “le aziende hanno fatto il grave errore di sviluppare le attrezzature unicamente nella direzione del freeride e dello sci da stazione, dimenticando del tutto che il telemark era anche e soprattutto sinonimo di scialpinismo di alta qualità e di viaggi con gli sci”.

Così è andata, comunque. Lo sci di viaggio continua ad avere una sua (piccola ma avventurosa) schiera di appassionati, il telemark in pista – e più timidamente fuori – è uno sport con un seguito relativamente ampio che coinvolge nelle sue manifestazioni produttori, stazioni sciistiche e associazioni. Un lungo calendario che fino a marzo propone ogni fine settimana feste e gare, test, lezioni, proiezioni e kermesse, talvolta ad elevato tasso alcolico. I prossimi appuntamenti: dal 28 al 30 gennaio al Sibillini Telemark Festival, sull’Appennino di Frontignano, nelle Marche; il 29 e 30 gennaio sul Monte Bondone, sopra Trento, con prove di materiali e “ istruzioni per l’uso” . Ancora, a sud, “La piega dell’orso” dal 18 al 20 febbraio a Pescasseroli, nel Parco d’Abruzzo. Si torna sulle Alpi il 7 febbraio a Cortina per la Coppa Italia di telemark e il 20-21 per La scalcagnada del Monte Avena, sempre nel Bellunese.

Tra gli appuntamenti più importanti, oltre alla passata “Piega granda” che ha aperto gennaio sulla trentina Panarotta, la “Polartec Scufoneda” di Moena, in val di Fiemme dal 13 al 20 marzo, il Free Heel Fest (nato come Skieda) di Livigno dal 9 al 16 aprile e infine dal 25 giugno al 3 luglio il “Telemark Summer Camp”, sorta di master estivo sui ghiacciai sudtirolesi della val Senales. A coordinare tutto il movimento sono dal gruppo del Lagorai, in Trentino, Mariano Valcanover e Giuliano Pederiva, che sul sito http://www.telemarksnowevents.it aggiornano e seguono ogni manifestazione, le prove dei materiali, il mercatino, la rassegna stampa.

Altri siti in cui trovare informazioni e curiosità sono http://www.telemarktribe.com e http://www.whiteplanet.it, su http://www.skiforum.it si seguono i forum sulla tecnica e su scarponi, sci e attacchi, su http://www.sciampli.it si vedono documentari e trailer di film sull’anima del telemark del fotografo e sciatore Alberto Sciamplicotti. Ancora, http://www.telemarktips.com è il sito da non perdere per le ultime novità internazionali, i trucchi del mestiere, i video didattici, le fotogallerie. La navigazione su internet è fondamentale, l’attrezzatura non è facile da trovare nella gran parte delle botteghe specializzate e lo scambio di indirizzi, ma anche di materiali, è uno dei vantaggi della community di fan della curva in ginocchio. Ma il piacere di dialogare, quasi perduto nello sci di pista, si ritrova fra simili anche sulle piste, dove un telemarker è immediatamente riconoscibile. (27 gennaio 2011)

Le località da frequentare per trovarsi? Molte piccole stazioni, che permettono di uscire dalle piste più dei grandi comprensori alpini, sono spot sicuri. Tra i centri italiani dove il telemark ha trovato terreno fertile ci sono Livigno, in Lombardia, e Panarotta, in Trentino. Un buon numero di praticanti si trova, da una parte all’altra delle Alpi, Courmayeur e Cortina. Senales, in Sudtirolo, fuori stagione è assai frequentata. E per chi vuole risalire alle origini, dal 4 al 6 marzo si tiene a Morgedal, paese natale di Sondre Norheim, nella regione norvegese di Telemark, l’Home Coming Festival: competizioni, feste e perfino i falegnami che costruiscono gli sci di legno come a fine Ottocento. Se trovate difficile una curva con un paio di attrezzi sciancrati, provate quelli.

di Leonardo Bizzaro da repubblica.it