La Notte Rosa di Arezzo

Play Art e notte rosa fanno il pieno. Oltre trentamila nelle strade
Muro di folla tra gli eventi in centro. La notte della Guzzanti. Piazza Grande ritorna l’angolo di mercato che era fino a quarant’anni fa. Sabina arriva quasi alle 9, prova il palco, mangia col suo gruppo e chiede di vedere gli affreschi, poi lo show.

«Ci facciamo l’Avvelenata o il Vaticano?». Sabina Guzzanti, impertinente perfino nelle prove, chiede consiglio ai suoi uomini al mixer. Gli unici uomini della Notte Rosa. Sono quasi le nove di sera, quando l’attrice, gonna a fiori e scarpette rigorosamente rosse, sale sul palcoscenico. Il vento le soffia tra le gonne e soprattutto le fa volare i fogli. «Stasera magari notte_rosa2andrebbero bloccati meglio». Eppure il vento soffia ancora. Soffia giù verso piazza del Comune, già imbandita come per un matrimonio: e dove due chef si sfidano sotto gli occhi di Alex Revelli. Ma è la notte rosa e non hai tempo di aspettare il verdetto: anche perché in fondo ti mangeresti volentieri tutti e due i piatti. Ma è una soddisfazione che può togliersi solo Sabina.

«Arriva, sono in sette»: la comunicazione dal telefono rosso, perfino lui, del Play arriva alla chef della «Curia». Che già era in allerta con la tavernetta al piano di sotto. Almeno lì il vento non dovrebbe soffiare. Ma fuori sì. Fuori, nella Piazza Grande restituita per una sera a piazza delle erbe. Su un banco c’è la foto in bianco e nero della piazza di allora. Stavolta gli stand sono tutti in fila, ordinati, quasi sull’attenti, perfino troppo. Il caos di allora non c’è più e il caos, si sa, o si crea o non si inventa.

Però ci sono le corone di cipolle, i pomodori in fila, i cesti di insalata. Mangeresti anche quelli, ma niente, il digiuno continua. O si spezza: quello dei commercianti, ad esempio, quasi tutti aperti perfino ad un refolo, ovviamente di vento, da agosto. Di minuto in minuto la folla cresce. Una muraglia rosa, che invade il Corso. Fin da piazza Risorgimento, dove fior di ragazze si stanno facendo belle nella location del look: sono già belle ma tant’è, la notte è rosa e devono essere le donne a decidere.

Così come Tiziana Ghiglioni, il jazz che non conosce confini, che da San Jacopo sembra spingere la musica verso l’alto. Tra il pubblico c’è Lorenza Manneschi, la prima laureata dell’università, un mazzo di fiori è il suo. Fiori e palloncini che il vento spinge su, nel corridoio infinito del Corso.

E se si fermano dipende solo dalla folla, che ormai è un muro: di qua di gente, nella parallela di macchine a caccia di un posto. Tanti, tantissimi: forse trentamila, probabilmente quarantamila. Un po’ meno nelle nicchie della festa: come nellanotte_rosa terrazza di Casa Bruschi, lassù, sul tetto del mondo, almeno aretino. Circondata dai banchini etnici e non solo. Mentre le lancette puntano la mezzanotte. L’ora di Sabina. Per le 10 si fa aprire gli Affreschi di Piero. Poi forse nottetempo ci ripensa, come già aveva disdetto l’agriturismo «Il Palazzaccio». Ma poco importa, è l’ora.

Si fa buio intorno al palcoscenico: e lo spezza il rap di Sabina. «Invece di prendermi tante rogne potebvo andare a Porta a Porta a parlare di Cogne»: l’Avvelenata parte davvero, non è la vesione di Guccini ma la sostanza è quella, anche se forse con un pizzico di rabbia in più. Il prato intorno è pieno. Veronica, Silvio, Walter: i volti si ricompongono, le voci li raggiungono. E nel vento che soffia Sabina sembra senza faccia se non quella di chi imita. La ritrova alla fine, davanti a una torta gigante studiata dall’Apt: è già sabato, è già il suo compleanno. «Oggi gli uomini sono allevati nei forno a microonde». Il rap continua, la notte rosa finisce, il vento no: e si porta via le ultime tracce dalla terra degli uomini.

Alberto Pierini

da LA NAZIONE

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