La magia selvaggia delle Isole Dahlak

L’arcipelago del Mar Rosso al largo dell’Eritrea
Dalhak, l’ultima avventura
Meta per esploratori sono prive di strutture turistiche

MARCO MORETTI

Isole_DahlakLe isole Dahlak sono l’ultima destinazione balneare. Un arcipelago in quel Mar Rosso che l’oceanografo Jacques-Yves Cousteau descrisse come il più bello del mondo per la ricchezza dei fondali, un ecosistema con una straordinaria biodiversità.

Se volete scoprirle dimenticate però alberghi, ristoranti, discoteche e comfort dei resort egiziani e preparatevi all’avventura.

Perché le Dahlak – le ultime isole africane aperte al turismo – sono ancora prive di strutture: sono una meta per esploratori. Situate al largo della città di Massaua, in Eritrea, sono raggiungibili con un fuoribordo e, sebbene sorgano tra le onde blu, le si visita con lo stesso spirito di una spedizione nel deserto. Ci si inoltra a piedi nel loro interno arido – punteggiato da solitarie acacie – portandosi una borraccia. Si dorme in tende piantate sulle spiagge o, viste le temperature torride, su di un materassino sotto le stelle. E ci si lava in mare.

L’arcipelago è formato da piattaforme rocciose e da lingue di sabbia immacolata: in tutto 209 isole, disseminate in un tratto di mare di 15 mila chilometri quadrati, e circondate da barriere coralline poco profonde che scivolano su una bassa piattaforma continentale. La ricchezza di plancton, se da un lato ostacola la foto subacquea, dall’altro alimenta la presenza di un numero eccezionale di forme di vita, anche endemiche. Proliferate anche grazie alla ridotta presenza dell’uomo.

Le Dahlak sono un paradiso per le immersioni con più di tremila specie viventi: 350 varietà di coralli e mille di pesci tropicali (tra cui trombetta, palla, pagliaccio, farfalla, pappagallo, cernie, murene, barracuda, mante), oltre a tartarughe, delfini, dugonghi, ricci giganti ed enormi stelle di mare con braccia tentacolari. La maggiore sorpresa, anche per chi si tuffa dalla spiaggia, è però il fenomeno della bioluminescenza del plancton: la notte sembra di nuotare tra le lucciole.                                                                                        isole_dalhak

Sono per lo più isole minuscole, inferiori a un chilometro quadrato: solo quindici superano i dieci kmq. La maggior parte non ha neppure un nome e spesso sono così piatte da essere invisibili all’orizzonte. Come Madote, un meraviglioso gioco di lingue di sabbia, imprigionate dalle madrepore e popolate solo da uccelli marini: annunciata dal bagliore del suo bianco arenile, appare all’improvviso, come un miraggio. Sull’arcipelago nidificano 109 specie di pennuti, tra cui gabbiani, aironi, falchi pescatori, pellicani e sule.

L’isola maggiore è Dahlak Kebir, la più vicina a Massaua, frastagliata, con due braccia di mare interne, basse scogliere e otto villaggi costituiti da capanne costruite con rami intrecciati e blocchi di corallo. Ci vivono i pescatori Afar, una allampanata etnia di fede musulmana con caratteri somatici simili ai Somali. Solcano il Mar Rosso con i sambuchi, barche – lunghe da sei a venti metri – dallo scafo panciuto e la prua slanciata, mosse a motore o da una vela triangolare. L’isola migliore per incontrare gli Afar è Dessei, dove le donne vendono monili in conchiglie e un operatore italo eritreo sta costruendo dei bungalow. È meglio andarci prima che siano pronti e il comfort rompa l’incantesimo.

da LA STAMPA

2 thoughts on “La magia selvaggia delle Isole Dahlak

  1. Dieci e lode! Bellissimo articolo. Raramente si trova da leggere qualcosa che non sia scopiazzato! Il consiglio in chiusura è semplicemente perfetto!
    Walter*

    *Autore di “Eritrea. Un poco di…quasi tutto”. ISBN 978-88-6144-002-9

  2. Pingback: marco moretti

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