La magia de Il Cairo

Il Cairo, storie, leggende e contraddizioni
Moschee proibite ai turisti, suk pieni di paccottiglia e gioielli, strade lastricate di taxi e spazzatura, Garden City stile colonialismo inglese. E poi i bar dei vecchi quartieri, come quello copto con la Chiesa Sospesa e l´antica sinagoga senza più comunità ebraica

Donatella Chiappini

il_cairoCi sono giorni in cui la cappa d´afa e di smog diventa manto grigio, un sipario di ferro sotto lo squarcio azzurro da cielo africano. E ancora più sotto la ferita del grande Nilo che attraversando il Kubry Al Tahir, meglio conosciuto come il Ponte degli Innamorati, diventa scenario fantastico con un via vai di feluche e battelli. Migliaia di auto in coda, a ogni ora del giorno e della notte e il passo lento delle donne in abaya (la veste nera araba) e niqab, grattacieli, palazzi ottocenteschi e baracche, mille moschee e una Ring Road infinita, strade invase da cumuli di spazzatura e alberghi da Mille e Una Notte.

Sulle sponde del Nilo
. Il Cairo e le sue contraddizioni possono atterrire. Diciotto milioni di abitanti (ma nessuno sa quanti siano davvero) e un bagaglio immenso di influenze arabe, africane, occidentali, ottomane. C´è da perdere la testa a voler capire al Qahira, “la soggiogatrice”, come la chiamarono i fatimidi (la dinastia sciita ismailita più importante nella storia dell’Islam) qualche decennio prima del mille dopo Cristo. Una megalopoli adagiata sulla sponda ovest del Nilo, che il fiume attraversa formando i due isolotti di Roda e Gezira. Un puzzle di casermoni, edifici art decò – sparpagliati tra piazza Talaat Harb e il grande Museo Egizio – e quartieri villaggio con i carretti trainati da asini dove oggi il dieci per cento di cristiani copti convive, non sempre in perfetto accordo, con il novanta per cento di musulmani, più o meno integralisti, che hanno dato una nuova impronta al più grande agglomerato urbano d´Africa.

Il suk e la moschea.
C´è da perdere la testa a voler capire cosa è oggi e cosa era un tempo Khan al Khalili, il più grande suk del Cairo, dove tra i vicoli si rincorrono botteghe di paccottiglia e piccoli antri che disvelano gioielli berberi da mozzare il fiato, artigiani del kilim a metro, librerie con pregiate edizioni coraniche e negozi di biancheria intima sexy che mal si addicono alla maestosità dei minareti della moschea di Sayydna alcairo_giza Hussein a poche centinaia di metri. È la moschea più sacra della città, la più grande d´Egitto, e il venerdì è la casa di tutti. Si prega, si mangia, si chiacchiera. Si spalanca fino a notte, ma non ai turisti che popolano la zona islamica così colma di minareti da confondere. A loro la moschea grande è proibita, ma non quella di Ibn Tulun costruita in mattoni d´argilla nell´876 dopo Cristo, la più antica del Paese con un cortile talmente vasto da sembrare una piazza e il canto del muezzin che risuona più fragoroso che altrove.

I taxi. Fragore, maestosità e povertà ti accompagnano come un vestito in questa città che più la osservi più ti sembra un enigma: c´è l´imponenza della moschea di Al Azhar, circondata da due madrase e infiniti giochi di archi. Un´università che è la più grande del mondo arabo e un parco (Al Azhar Park) che sembra uscito da una cartolina illustrata. Esattamente come i taxi che, ricomposti dalle mani di mille carrozzieri, sembrano sopravvissuti a una raffica di incidenti capaci di minarne per sempre la stabilità. Non c´è tassametro, non sai se ti porteranno mai a destinazione, eppure si muovono a migliaia nel caos che stringe il quartiere copto con la sua chiesa Chiesa Sospesa, costruita su torri romane, il museo zeppo di sorprese e l´antica sinagoga (ristrutturata con il denaro della comunità ebraica americana) aperta ai turisti ma non, ovviamente, al culto visto che al Cairo non c´è una comunità ebraica.

Garden City. Fermarsi al Cairo sembra impossibile, eppure qui dove il passato si è mescolato in un cocktail incomprensibile riuscendo a dare origine perfino Garden City – il quartiere inglese delle ambasciate in cui palme e magnolie si alternano lungo le strade – si aprono angoli dove la vita scorre così lenta da mostrarsi ferma. Sono gli angoli delle centinaia di shisha bar della Cairo quasi diroccata, dove i vecchi in galabaya fumano davanti a un bicchiere di tè per ore. O i profumatissimi store dei grandi alberghi internazionali su Corniche Al Nil dove le madame sorseggiano caffè e pasticcini. O magari qualche tavolo sotto i pergolati del Gezira Sporting Club di Zamalek, il polmone verde di una città che il verde non sa cosa sia, una striscia dell´isolotto monopolizzata dalla comunità internazionale.

Le piramidi
. E intanto c´è ancora così tanto da fare che, se un giorno è già passato, sarà il caso di fare un altro viaggio verso Umm al Dunya (la madre del mondo) come avevano battezzato gli arabi Il Cairo. Perché a meno di venti chilometri dal centro c´è la piana di Giza con le sue tre il_cairo_nottepiramidi (Cheope, Chefren e Micerino) che i giapponesi non smettono di fotografare pezzetto dopo pezzetto. E poi c´è la Sfinge, e poi c´è una natura prepotente proprio sugli argini del fiume – che strappa al deserto una distesa di manghi – e poi c´è la grande voglia di questa città di sfidarsi, di diventare più moderna anche grazie ai tanti negozi di designer mediorientali, agli artisti libanesi che popolano le gallerie d´arte, alla musica di sconosciuti strumenti che ipnotizza anche il più esausto dei turisti.

I quartieri, i ristoranti.
L’atavica benedizione del Nilo la si scorge negli occhi di cristiani e musulmani al monastero di Abouna Samaan, oppure nel pane preparato nello stesso modo da migliaia di anni. Lo si mangia insieme al fuul – zuppa di germogli di fagioli, piatto tipico della cucina egiziana – nel ristorante Al-Jahch in Al-Sayeda Zaynab, con i kebab nel ristorante Al-Rifa´i. Se invece si ha voglia di piccione ripieno, ecco il ristorante Farhat, nel quartiere di Al-Hussain. Poi, verso la porta Al-Futuh, c’è aria di minareti dei mammalucchi, i mercenari turchi che nel 1187, prima aiutarono la dinastia degli Ayyubiti a cacciare i crociati, ma poi presero il potere per due secoli e mezzo, imponendo così la supremazia turca.

da LA REPUBBLICA