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La Costa Concordia e la consueta figuraccia italiana

Naufragio Costa Concordia Giglio foto inedite 03La Concordia e la nostra
consueta figuraccia

Per una nuova metafora italiana. Ci sono voluti quasi due anni, per raddrizzare una nave spiaggiata e la nostra immagine. Ma i giorni dell’orgoglio ritrovato sembrano piuttosto lontani e sfocati, ridotti ormai a una parentesi felice all’interno di una figuraccia in continuo divenire.
Era apparso chiaro fin dalle prime luci del mattino dopo il naufragio che la Costa Concordia sarebbe subito diventata una facile similitudine indicante una parte per il tutto, un Paese arenato e impotente, vittima dei propri vizi endemici, impersonati da parole e opere del capitano Francesco Schettino. Nel gennaio 2012, nei giorni più neri della crisi, con lo spread che volava alto e il nostro morale sempre più basso, quella cartolina dall’Italia venne utilizzata con un certo gusto dai media di tutto il mondo, felici di trovare facile conferma agli stereotipi, purtroppo talvolta veri, sull’Italia che non cambia mai.
Quando la Costa Concordia fu raddrizzata con una operazione mai concepita nella storia secolare dei recuperi navali apparve altrettanto chiaro che si trattava di una toppa su un colossale buco causato dalla stupidità umana. Ma i festeggiamenti e l’euforia diffusa di quel settembre del 2013 avevano comunque un senso. Finalmente un lavoro, anche italiano, fatto bene. L’ottimismo e la speranza generati da quei giorni dovevano essere un esempio, lo stimolo a non impantanarsi nella nostra eterna palude. Come non detto.
La sospensione dei lavori di montaggio dei cassoni necessari a far tornare la Concordia in linea di galleggiamento, avvenuta ieri, dimostra come quella bella impresa, perché tale fu, non sia servita a impedire un veloce ritorno alle brutte abitudini. Sul carro dei vincitori salirono in tanti che non c’era posto neppure per uno spillo. In realtà l’operazione di raddrizzamento fu una anomalia, una felice commistione tra privato e pubblico, con il secondo rappresentato da Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, che si prese il ruolo più ingrato e difficile, fare da ombrello al progetto, funzionario statale che coordinava una sfida dove lo Stato non metteva becco.
Gli altri, dal ministero dell’Ambiente a scendere, avrebbero dovuto almeno garantire un degno seguito a quella vicenda. C’era solo da mettersi d’accordo sulla destinazione finale della nave. La montagna di promesse su tempi veloci, avanti tutta come un sol uomo per completare al meglio il lavoro a bordo della nave, ha prodotto il topolino di uno stallo indecoroso.
Non appena la palla è passata alla politica, la Concordia riemersa si è subito impantanata. Forse il peccato originale risiede nell’iniziativa di Enrico Rossi, il governatore della Toscana che dal governo Monti ormai giunto in zona Cesarini riuscì a ottenere un decreto che gli conferiva la patria potestà sul destino della nave, classificata come rifiuto speciale, e un decreto che destinava cento milioni a Piombino, da lui battezzato come ultimo scalo della nave. Rossi lo fece a fin di bene. Lo smantellamento del relitto sarebbe stato una medicina per una città disperata. Ma si trattò di un «pacco» da fare invidia a Totò e Peppino, perché tutti sapevano e sanno che quel porto non sarebbe mai stato pronto, a causa dei fondali troppo bassi e dell’assenza di qualunque infrastruttura.
Il mantra della politica è fare finta di niente, se il re è nudo meglio tacere. E cogliere l’occasione. Così, subito dopo il giubilo per la Concordia raddrizzata, cominciò il balletto delle candidature alternative, Civitavecchia, Genova, Palermo, da contrapporre nel nome di un interessato patriottismo alla Turchia, destinazione più economica, dettaglio non ininfluente agli occhi di assicurazioni e compagnia armatrice, che dopo l’inevitabile resa di Rossi avranno diritto all’ultima parola. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a grandi acrobazie diplomatiche e incomprensibili uscite, come la richiesta fatta dal sindaco del Giglio di rimandare il trasporto della nave al prossimo autunno, che dopo tanto soffrire degli abitanti per la presenza di quella carcassa sembrava una contraddizione in termini, oppure un gentile omaggio alla diluizione dei tempi, necessaria a salvare qualche faccia.
I lavori sulla nave procedono molto più spediti dei tempi imposti dalla politica, che invece di cambiare in meglio chiede di adeguarsi al suo andamento lento. Poco importa se Gabrielli a ogni occasione implora una decisione, una qualunque, per non rendere vano quanto di buono fatto finora. Che aspetti pure lui. A forza di tentennare, adesso l’incertezza è riuscita a fare danni, scontrandosi con l’opera di preparazione all’ultimo viaggio che necessita di tempi e luoghi certi. Un conto è il trasporto a Piombino, a poche miglia di distanza, un altro è Smirne, Turchia: cambiano le modalità del traino e dello svuotamento del relitto. Eravamo convinti di avere già dato, con le metafore sulla Con-cordia. All’orizzonte invece se ne profila un’altra. Ce la stanno mettendo tutta. L’ennesimo trionfo del sistema Italia.

di MARCO IMARISIO da corriere.it

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