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La corsa militare a spartirsi l’Artico

La spartizione militare dell’Artico

Otto Paesi si dividono le zone d’influenza e rilanciano la corsa alle immense risorse energetiche

All’inizio di aprile, i capi militari di otto Paesi si sono incontrati in una base canadese. La notizia è passata quasi inosservata, a parte un dispaccio dell’Associated Press dal Giappone, e non è filtrata con grande spazio sui media internazionali. I Paesi seduti al tavolo, però, erano importanti, e la ragione che li ha spinti a parlare è destinata a diventare una delle questioni strategiche più delicate del secolo. Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Svezia, Danimarca, Islanda e Finlandia hanno iniziato a discutere la spartizione militare dell’Artico. Una suddivisione delle aree di influenza, diventata urgente a causa delle enormi prospettive di sviluppo della regione, che si stanno aprendo grazie al riscaldamento globale e allo scioglimento dei ghiacci.

Al momento si tratta di regolare le rotte, riconoscere i rispettivi insediamenti, prepararsi all’eventualità di lanciare operazioni di soccorso congiunte, ora che le navi commerciali si spingono sempre di più verso quei mari spopolati e difficili. Nel prossimo futuro,però,laforzamilitare potrebbe diventare indispensabile per proteggere grandi interessi nazionali. Secondo le stime dello U.S. Geological Survey, il 13% delle riserve mondiali di petrolio non ancora scoperte e il 30% del gas si trovano nell’Artico. E questa è solo una delle tante ragioni forti che rendono questa regione importante e contesa. Durante la Guerra Fredda, approfittando del fatto che circa un terzo del suo territorio si trova dentro il Circolo polare, l’Urss aveva trasformato l’area in un punto di forza militare, da cui non era difficile raggiungere gli Stati Uniti. Washington aveva risposto rafforzando le sue posizioni in Alaska, ma soprattutto moltiplicando le missioni verso il Polo Nord dei sottomarini nucleari. Finita la Guerra Fredda, l’interesse sembrava destinato a scemare. La flotta russa arrugginiva nei porti, mentre gli americani rimanevano con una sola nave rompighiaccio in dotazione alla Guardia Costiera, anche se i sottomarini continuano a navigare sotto il Polo. Ci ha pensato il riscaldamento globale a cambiare nuovamente lo scenario, restituendo importanza all’Artico. Il Passaggio a Nordest, cioè la rotta che collega l’oceano Atlantico al Pacifico passando dal mare di Barents allo stretto di Bering, è un mito che affascina l’umanità da almeno cinque secoli. I russi lo percorrevano anche nel Novecento, ma solo pochi mesi all’anno e tenendosi vicini alla costa. Dal 1991 l’hanno aperto alla navigazione internazionale e nel 2009 i primi due cargo tedeschi l’hanno attraversato. Nell’ultimo decennio, però, sono avvenuti i cambiamenti più impressionanti. Secondo il centro di studi norvegese Arctic Monitoring and Assessment Program, i ghiacci si sono ridotti di circa un terzo, e fra 30 o 40 anni l’Artico potrebbe essere completamente libero durante l’estate. Questo significa poter cercare petrolio e gas, cosa che almeno la Exxon Mobil ha già cominciato a fare, e poi pescare, effettuare ricerche minerarie, trasportare merci e persino turisti. Al momento la zona è ancora abbastanza spopolata da lasciare spazio a tutti i Paesi interessati. In futuro, però, è possibile che si creino attriti, mentre l’aumento del traffico già pone il problema di come portare i soccorsi in caso di incidenti. Le esercitazioni militari sono cominciatedatempo,esistannomoltiplicando.

I canadesi hanno trasformato la Operation Nanook in un appuntamento annuale, mentre a marzo i norvegesi hanno ospitato un’esercitazione a cui hanno partecipato 16.300 soldati di 14 Paesi diversi. Si chiamava Exercise Cold Response e aveva lo scopo di addestrarli a combattere in condizioni estreme. L’operazione era così seria che cinque militari norvegesi sono morti, quando il loro C-130 è precipitato vicino al monte svedese Kebnekaise. A febbraio eranostati americani e danesi a fare le loro manovre, mentre Mosca ha una presenza costante. Questo preoccupa Washington, che dopo la Guerra Fredda ha ridotto le spese, e quindi anche i mezzi e le operazioni. La situazione però sta cambiando. Lo U.S. Naval War College ha appena organizzato una simulazione, con cui è arrivato alla conclusione che gli Usa sono «inadeguatamente preparati a condurre operazioni marittime nell’Artico». L’allarme è scattato, la corsa alla militarizzazione sta partendo.

PAOLO MASTROLILLI da repubblica.it

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