Karmeliterviertel la rinascita del vecchio ghetto ebreo a Vienna

KARMELITERVIERTEL, A VIENNA, È IL QUARTIERE PIÙ DINAMICO E CREATIVO DEL CONTINENTE
La nuova Europa? Cercatela nel vecchio ghetto
Era abbandono da decenni. Poi gli ebrei sono ritornati,
il Comune ha investito in cultura, trasporti, affitti a prezzi bloccati

La domenica pomeriggio. Ecco quando capisci perché non c’è la fila ad andare a vivere nelle cosiddette città più vivibili del mondo. Sei a Monaco, Zurigo, Vancouver, Auckland la domenica pomeriggio, ti guardi intorno e sospetti che queste classifiche le facciano per i pensionati. Come mai poi i giovani vanno a New York, a Londra a Hong Kong? Provate a trovarvi una domenica di dicembre verso sera nel centro di Vienna; che sarà anche da ben tre anni prima nell’autorevole ranking Mercer e sarà anche la città dall’atmosfera natalizia doc, ma l’istinto vi porta alla stazione per prendere il primo treno, fosse anche diretto a Bratislava. A meno che non conosciate già il Karmeliterviertel, il quartiere piazzato nel cuore di Leopoldstadt, il secondo distretto. E allora è matematico che girerete le spalle al Graben e alla cattedrale di Santo Stefano, all’Opera e alla pasticceria Demel, scenderete verso il Donaukanal e, passato il ponte come fosse un ceck-point, vi troverete improvvisamente in un confortante, incasinato eterno venerdì sera, disadorno di renne e candele, ma carico di ormoni metropolitani mischiati alla perlacea nebbiolina danubiana, alle luci delle istallazioni a ogni angolo, alle risate delle ragazze che affollano l’entrata del Nestroy, il vecchio teatro ebraico, ai vapori suini delle cucine dei Beisl, alla voce di Tom Waits che esce spiritata da Madiani, il bistrot georgiano al centro del mercato dove si sbaracca svogliatamente, perché è sempre malinconico lasciare un luogo dove si sa che la vita continua a macinare umanità.

Conoscete il Karmeliterviertel, a Vienna?

Robert Menasse, uno degli scrittori austriaci più intriganti e da pochi mesi nuovo residente con attico vistapiazza del mercato, sorseggia un brodino d’agnello e si sbilancia in un sillogismo: «Se Vienna è la città più cool del mondo – non importa se su questo primato io nutra molte riserve – e se Karmeliteterviertel è sicuramente il quartiere più cool di Vienna, allora Karmeliterviertel è senz’altro il quartiere più cool del mondo». Interviene Martin Gantner, 30 anni, capocronista del Kurrier: «Quel che è accaduto qui negli ultimi sei, sette anni, si può paragonare a quel che è accaduto a New York dove Brooklyn e in particolare Williamsburg sono diventati il nuovo centro dell’identità metropolitana, emotivamente più attraenti di Manhattan. Ecco, siamo la Williamsburg d’Europa», dice Martin. Ma cosa è dunque accaduto qui?

Questo era il vecchio ghetto ebraico, Mazzes Issel nel gergo popolare, l’isola del pane azzimo, sin da quando l’imperatore Leopoldo nel 1670 bandì gli abrei dalla città fortificata. Prima dell’annessione nazista, intorno al Karmelitermarkt vivevano ancora 270 mila ebrei, dopo la Shoah ne restarono circa duemila. Le case più belle furono requisite dalla borghesia collaborazionista, mentre il resto del quartiere divenne rifugio di profughi e sbandati di guerra, e per decenni destinazione naturale per immigrati turchi, fuggiaschi d’oltre Cortina e infine scampati alle guerre civili balcaniche negli anni Novanta. «Gli ebrei stanno tornando» dice Andreas Mailath- Pokorny, responsabile socialdemocratico della cultura a Vienna, anche lui con balcone sul mercato e orgoglioso del suo “villaggio metropolitano”, così chiama Karmeliterviertel: «Abbiamo avviato un piano di incoraggiamento e la comunità ortodossa conta già circa ventimila persone».

Con gli ebrei e il loro look total-black sono arrivate le variopinte famiglie dei giovani professionisti, gli artisti tattuati, i pionieri della creatività urbana, i nuovi profughi dalla noiosa globalizzazione che comincia oltre il Donaukanal, attratti dagli investimenti pubblici nella cultura, prima voce di spesa del distretto, e soprattutto dagli affitti: «Il comune possiede 250 mila appartamenti che danno alloggio a 500 mila persone a prezzi bassi. Qui per novanta metri quadrati non si pagano più di 600 euro» dice l’assessore. E questo a dieci minuti a piedi dal centro, e a dieci dal meraviglioso parco del Prater. Metteteci poi la pianificazione urbana nel trasporto sostenibile che se ha permesso a Vienna di sbaragliare tutti in qualità della vita è perché ha prima funzionato qui nel “villaggio” laboratorio. Due fermate della metropolitana realizzate in tre anni, abbonamenti annuali per un euro al giorno contro i 2,50 euro a corsa, app che forniscono informazioni in tempo reale sui mezzi pubblici, oltre che notizie culturali e di servizio geolocalizzate. Quindi storia, politica, tecnologia.

E quella misteriosa psico-geografia che plasma il carattere dei luoghi. Perché il canale del Danubio segna davvero un confine: «È sempre stato così» dice Gregor Eichinger, l’architetto più in voga della città: «I turchi si arroccarono qui, i sovietici vi piazzarono le katiuscia. Qui, nell’immaginario viennese, cominciava la terra barbara, l’Est, la steppa, la puzza di cipolla. Se il Centro era l’Opera, qui c’era lo sconcio Strauss, con i giovani che si infrattavano dopo i valzer. Questo era il lato-B di Vienna» dice Gregor.

C’è una gara tra i pionieri a chi stava qui prima del 2008, cioè prima della costruzione del Sofitel di Jean Nouvel che ha “brandizzato” definitivamente il Karmeliterviertel. Myung-Il Song, coreana, scelse Vienna vent’anni fa perché era la città più esotica dell’Occidente, in poco tempo in centro dettava legge nell’arte e nella moda. Poi è “sconfinata” con il suo spazio metà galleria e metà boutique (definito dal New York Times “il luogo più sofisticato della città”) e almeno dieci galleristi l’anno seguita. Se Horst, titolare di Skopik & Lohn, il ristorante figo del posto, ha mollato Manhattan perché cercava «una nicchia anticonformista», (ma ora teme che i ricchi si portino al seguito anche la loro noia), Marja è rientrata da Napoli dove studiava economia per avviare una pizzeria che è diventata il centro di riferimento per gli artisti e il gossip del villaggio. L’ultima che circola in Pizzeria è che il turco del kebab in Kleine Sperlgasse, imbranato con la contabilità, rischiava il fallimento; ma il dirimpettaio del Kosherland, lo spaccio per la comunità ebraica, s’è presentato una mattina e gli ha chiesto: «Adnan, quanto ti serve? Non riesco a pensare di vivere senza vedere più la tua faccia». I due prima non s’erano neanche mai salutati.

Marzio G. Mian da corriere.it

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