Il Turismo Responsabile

turismo_responsabile1“Turismo responsabile”: viaggi in punta di piedi

Oramai “turismo responsabile” è un concetto entrato a far parte del linguaggio comune, ma prima di 10 anni fa non se ne sentiva parlare molto facilmente. Di cosa si tratta davvero?

Di “un modo di viaggiare la cui prima caratteristica è la consapevolezza di sé e delle proprie azioni – anche quando sono mediate dal comprare – della realtà dei paesi di destinazione, della possibilità di una scelta meditata e quindi diversa” (Associazione Italiana Turismo Responsabile).

Ma perché si è sentita l’esigenza di creare ad hoc una categoria diversa di turismo? La spiegazione sta nella diffusione del turismo di massa che è avvenuta a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Prima di quel periodo le vacanze erano un privilegio per pochi, ma con il diffondersi su larga scala di nuovi mezzi di trasporto sempre più persone hanno avuto la possibilità di spostarsi verso destinazioni prima irraggiungibili.

Complice la voglia di evadere da un sistema che diventa sempre più opprimente, località esclusive diventano più vicine, ma allo stesso tempo perdono molta della loro esclusività. Al posto di paradisi incontaminati nascono grandi alberghi, parchi di divertimento e villaggi vacanze. In tutto questo la pubblicità gioca un ruolo importante: viaggiare diventa una manifestazione di status, un modo di apparire, a cui risulta difficile sottrarsi.

Si inizia a discutere del costo ambientale dei viaggi aerei, problema dalla difficile soluzione, a meno di non prevedere mete molto più vicine. Poi dell’impatto che i grandi complessi alberghieri hanno sui villaggi limitrofi. Per mantenere le enormi strutture ricettive diversi villaggi sono stati privati di luce ed acqua, causando pesanti disagi alla popolazione. In alcune zone del Messico gli abitanti locali non possono neanche attraversare a piedi le zone di spiaggia annesse a grandi alberghi, mentre un normale turista lo può fare, e qui entra in gioco anche la questione razzismo.

Perché non dimentichiamoci che il turismo di massa ha avuto e continua ad avere anche un forte impatto culturale sulle popolazioni locali. Spesso crea dei conflitti, linguistici e relativi agli usi e costumi. Esistono infatti turisti che pur recandosi dall’altra parte del mondo pretendono di sentirsi a casa e non si vogliono adattare neanche minimamente alle usanze locali. Si tratta di una forma di violenza nei confronti degli abitanti del posto, che purtroppo tendono a perdere come conseguenza di ciò le loro tradizioni e le loro radici. Questo avviene soprattutto in paesi in cui l’economia locale è fortemente basata sul turismo, del cui ritorno economico i “locali” spesso beneficiano molto poco, perché i grandi tour operator riescono ad avere prezzi competitivi non solo giocando sull’economia di scala, ma anche sfruttando personale sottopagato.

É in risposta a queste distorsioni del settore turistico che nasce il turismo responsabile, in Italia circa una decina di anni fa, mentre all’estero già da diversi anni prima. L’ambiente in cui si sviluppa il nuovo approccio è quello del commercio equo e solidale e della cooperazione internazionale: diversi volontari e cooperanti chiedono di incontrare i produttori locali o viaggiare nelle nazioni dove risiedono i processi diturismo_responsabile cooperazione. Si arriva così a forme sempre più strutturate di offerta turistica, con le prime agenzie di viaggio e i primi cataloghi.

Viene contemporaneamente sviluppato anche un codice di viaggio per il turista responsabile, comprensivo di 6 punti, che accompagnano le valutazioni di impatto ambientale:

  1. la non casualità: il viaggio viene costruito attorno ad un contatto umano con un gruppo locale estraneo all’industria turistica di massa;
  2. la preparazione del viaggio, finalizzata a sviluppare dinamiche positive fra il gruppo o il singolo turista e gli ospitanti;
  3. il valore culturale del viaggio come momento di approfondimento multidisciplinare;
  4. l’equità economica: si cerca di fare in modo che la maggior parte dei soldi spesi restino nel paese visitato, e che contemporaneamente il turista non venga sfruttato;
  5. la cooperazione: l’obiettivo è sostenere piccoli progetti locali a vantaggio dei gruppi di base e della gente del posto;
  6. si preferiscono poche destinazioni approfondite piuttosto che tante mete “mordi e fuggi”.

É bene sottolineare, come fa Riccardo Soli della Cooperativa Oltremare in un bell’articolo apparso su vagabondo.net- preziosa fonte di ispirazione anche per le righe che state leggendo – che “fare turismo responsabile non vuol dire dormire nei posti più brutti o andare a visitare le favelas dove la gente muore di fame”. Non si mette mai in mostra il lato “pietistico” del luogo visitato. Piuttosto si cerca di “far conoscere nella sua interezza le cose belle e positive di un luogo, attraversandolo in punta di piedi”.

da TUTTOABRUZZO.IT