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Il Polo Nord è il nuovo Eldorado del Petrolio

I CAMBIAMENTI AMBIENTALI APRONO NUOVE POSSIBILITÀ DI SFRUTTAMENTO
Polo Nord, il nuovo Eldorado del petrolio
Profitti stimati in 100 miliardi di dollari tra gas e greggio nelle zone artiche

MILANO – Il trenta per cento delle riserve di gas del mondo, il 13% di quelle in petrolio. A tanto ammonta, secondo l’ente di studi geologici statunitense, il potenziale energetico dell’Artide. E sono dati che fanno gola in tempi di crisi. Al polo Nord infatti i profitti stimati dai Llyod’s di Londra in collaborazione con Chatham House, think tank britannico, «arriverebbero a superare i 100 miliardi di dollari,» come recita Arctic Opening: Opportunity and Risk in the High North, documento pubblicato dai ricercatori inglesi.
IL PROGETTO – Secondo lo studio, l’intera area sarà interessata da enormi cambiamenti ambientali in grado di aprire nuove possibilità per la creazione di infrastrutture e per l’estrazione delle materie prime. «Le nuove tecnologie e il cambiamento climatico apriranno l’accesso a nuove aree della zona artica, in particolare lungo quelle coste che interessano alle aziende petrolifere ed energetiche e alle compagnie navali», spiega Charles Emmerson, ricercatore presso Chatham House e autore della ricerca. Ma se l’obiettivo finale è quello di fare dell’Artide una novella Arabia Saudita o una sorta di canale panamense del nord, i tempi non sono ancora maturi. «Sicuramente il polo Nord è divenuto nel tempo meta per numerose compagnie che stanno cercando il modo migliore per estrarre petrolio dai ghiacci, ma i costi e i rischi ambientali sono ancora molto alti».

I RISCHI – E su questo punto gli inglesi sono cristallini: se qualcosa in Artide andasse storto, i danni sarebbero così gravi da far dimenticare la tragedia del Golfo del Messico. «Un incidente o una fuoriuscita di petrolio sarebbero devastanti sia per l’ambiente sia per la popolazione», afferma Emmerson. Rimane quindi necessario per le aziende investire in ricerca e sviluppare (sempre che sia possibile) tutti i mezzi necessari per contenere e diminuire il rischio. Fattibile? Dipenderà, dicono da Londra. «Non possiamo pensare di fare sviluppo sostenibile in una zona come l’Artide in dieci o vent’anni. Dobbiamo avere la pazienza di attendere. Sappiamo quali possibilità abbiamo, ma non possiamo rischiare. Anche a costo di aspettare un secolo» conclude il ricercatore. E ci sono zone dell’Artide dove i primi effetti della corsa al petrolio si sono fatti sentire, denunciati da Greenpeace. A marzo 2012 infatti, una spedizione di ricercatori dell’organizzazione ambientalista ha raccolto numerose testimonianze e immagini nella zona di Noyabrsk, località dell’Artide siberiana, dove Gazprom e Rosneft hanno stabilito alcuni siti per l’estrazione di petrolio.

LE DENUNCE – «Abbiamo raccolto dichiarazioni degli abitanti,» spiega Zhenya Belyakova di Greenpeace Russia «che raccontano l’enorme disparità tra le compensazioni economiche dovute dalle compagnie petrolifere per l’occupazione del suolo e i danni causati all’ambiente e alla comunità. Queste persone perdono terreni, perdono un’idea di futuro che non può essere monetizzata». Com’è accaduto a Vladimir Vello, allevatore locale che fino a cinque anni fa possedeva oltre 800 renne nella zona di Gubkinsky. «Ora invece ne abbiamo solamente 80-100, perché molte sono state abbattute proprio dai lavoratori delle aziende petrolifere. Ma nessuno di loro è mai stato punito per questo». Si aggiungono poi le problematiche legate ai terreni e ai corsi d’acqua, dove molti abitanti andavano a pescare e che «erano sempre ricchi di pesce. Oggi sono bloccati per via delle aziende petrolifere, che non hanno consultato la popolazione per capire dove costruire gli impianti di perforazione».

I MILITARI – E proprio dalla Russia è partita la seconda tendenza che negli ultimi mesi si sta delineando in Artide: l’aumento della presenza militare. Con un terzo della superficie nel circolo polare artico, la nazione di Putin si è fatta via via strada per la conquista delle zone ad alto tasso di petrolio e gas, come ha scritto in un recente studio Rob Huebert, direttore del centro di studi militari dell’università di Calgary. Secondo le ricerche pubblicate dal centro canadese, gli accordi stabiliti dal 1996 tra i Paesi del Consiglio artico (Svezia, Finlandia, Islanda, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti) sono ancora stabili, ma queste nazioni stanno provvedendo a spostare un numero crescente di forze militari in Artide, a difesa di risorse energetiche così importanti. Come se non bastasse, anche la Cina ha fatto capolino all’ultima assemblea del consiglio, su invito della Svezia, che la vorrebbe osservatore permanente. Nell’area artica continuano esercitazioni specifiche per il combattimento tra i ghiacci e la difesa da attacchi terroristici, ma, per fortuna, analisti accreditati come i ricercatori del Sipri (International Peace Research Institute) di Stoccolma, hanno lanciato messaggi più rassicuranti: «È vero che c’è una crescita delle forze militari in Artide, ma siamo ancora lontani da una vera e propria destabilizzazione dell’area», ha dichiarato Siemon Wezeman, ricercatore presso l’istituto.

Chiara Caprio da corriere.it

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