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Il Grattacielo di Pierre Cardin a Venezia i pro e i contro Gianantonio Stella

IL VENETO PIERRE CARDIN VUOLE AVVICINARSI AL CIELO? A 92 ANNI LO STILISTA PROPONE A VENEZIA IL SUO GRATTACIELO – IL “PALAIS DE LUMIÈRE”, TRE TORRI GIGANTESCHE ALTE 245 METRI, DOVREBBE SORGERE A MARGHERA MA SE LA SPUNTERANNO I “NO TOWERS” SI TRASLOCA A DUBAI O IN CINA – ALTO IL DOPPIO DEL CAMPANILE DI SAN MARCO, SFONDEREBBE DI 110 METRI IL LIMITE PER LA SICUREZZA DEGLI AEREI – E COSI’ LA DECISIONE FINALE SPETTA ALL’ENAC…

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”

Se fosse davvero un «Palais Lamière», cioè un «palazzo di lamiere» in francese maccheronico secondo lo strafalcione di un documento ufficiale, la risposta sarebbe facile: le brutture fatele da un’altra parte. Ma come dire di no (di questi tempi, poi…) a un progetto di Pierre Cardin da tre miliardi di euro da cui potrebbe rinascere Marghera? Il nodo è che il palazzo è 135 metri più alto del campanile di San Marco. Pochi giorni e Venezia deve decidere: sì o no.

Sennò tutto si sposta a Dubai o in Cina. E la scelta sta squassando la città.
I protagonisti sono tre. La prima è Venezia. Città bellissima, fragile, abbandonata da gran parte dei suoi abitanti e sempre più piccina, dopo essere stata una delle capitali del pianeta, rispetto al gigantismo di oggi: troppo piccola per le immense navi da crociera, troppo piccola per le folle oceaniche di turisti, troppo piccola per una regione che, per quanto ammaccata dalla crisi, titilla ambizioni grandi.

La seconda è Marghera, una potenza industriale messa in ginocchio dalla chiusura di tanti stabilimenti, con una classe operaia invecchiata e minata da decenni di indifferenza delittuosa verso la salute dei lavoratori e dei cittadini e grandi aree incolte e inquinate.

Il terzo protagonista, come dicevamo, è Pierre Cardin, partito giovane per Parigi da San Biagio di Callalta, marca trevigiana, col nome venetissimo di Piero. Straordinario stilista e imprenditore immensamente ricco, a 92 anni lo «zio di Francia», simbolo di tutti gli emigranti baciati dalla fortuna, ha deciso di fare, parole sue, «un regalo alla sua terra». Vale a dire di costruire vicino a Venezia, appunto, quel «Palais de Lumière».

Un «palazzo scultura» tutto luce. Come sia immaginato, lo spiega lui stesso on-line: è fatto di «tre torri simili nella forma, ma di altezze diverse, e raggiunge un’altezza complessiva di 245 metri, con un massimo di 60 piani abitabili e una base a terra di 30.000 m². Le tre torri sono collegate da sei strutture a forma di disco. Ciascuno dei tre elementi verticali, disposti secondo un impianto a raggiera con un’inclinazione reciproca di 120°, ha una larghezza massima di 20 metri». Cuore di tutto: l’università e il campus della Moda e del Design, che in abbinata con Venezia dovrebbero attirare studenti da un capo all’altro della Terra.

Andiamo avanti: 284 residenze private, alberghi per 34mila metri quadri, «attività direzionali, commerciali, servizi, poli di ricerca applicata, centro congressi, centri di istruzione superiore e ristoranti». Più centri commerciali, un auditorium da 7mila posti suddivisibile in sei sale, 72 ascensori, un ristorante da 650 posti a 225 metri d’altezza, un multicinema per 1.600 persone, oltre quattro ettari di giardini pensili.

Per non dire della forma architettonica e delle tecnologie che dovrebbero garantire l’autosufficienza con un sistema misto eolico, fotovoltaico e geotermico così avveniristico che anche gli spazi intorno, un quarto di milione di metri quadrati di parco, sarebbero «tutti illuminati ed autosufficienti grazie all’energia in esubero prodotta dal palazzo proveniente dal sole ma soprattutto dal vento».

Un progetto grandioso. Il nipote di Cardin, Rodrigo Basilicati, dice che la «maison» investirà «un miliardo e mezzo per la sola costruzione». Più il resto: sistemazione stradale e ferroviaria dei dintorni, una metrò di superficie collegata a Venezia, piscine e impianti sportivi messi a disposizione della città come oneri di urbanizzazione e un mucchio di altre cose. Giura, ed è difficile dubitarne, che hanno chiesto di averlo tutti, il «Palais»: Parigi, Mosca, Cina, Giappone…

Perché Marghera? Lo ha spiegato al Corriere del Veneto: «Abbiamo voluto scegliere quella apparentemente più “brutta”, più difficile, con la speranza che altri si rendano conto che Marghera può avere un nuovo impulso. Daremo lavoro a 4-5mila persone, forse 7mila, vorremmo prendere persone che attualmente hanno problemi di lavoro…»
Fin qui, vi aspettereste lo srotolamento, ai piedi dello stilista, di tappeti d’oro. Non è così.

Certo, perfino il peggior nemico deve ammettere che manco un metro di orti, prati o frutteti viene toccato. Anzi, in parallelo coi nuovi accordi sul risanamento delle aree degradate di Marghera, il progetto di Pierre Cardin andrebbe a occupare e rilanciare una zona oggi brutta e inospitale. E c’è da scommettere che pochi, soprattutto all’estero, sarebbero d’accordo col segretario veneziano dei chimici, Riccardo Coletti, che ha liquidato il palazzo della luce come «una torre di Babele: parlano tutti lingue diverse da quella che parliamo noi».

E si è chiesto: «È questo il futuro di Porto Marghera?» «Magari!», rispondono in tanti: energia pulita invece che petrolio, specchi lucenti invece che ciminiere, creatività e immaginazione invece che vasche di cloruro di vinile. Cosa puoi volere di più?
I dubbi, e che dubbi!, sono legati all’altezza. Con quei 245 metri, il Palais Lumière sarebbe non solo alto oltre il doppio del campanile di San Marco, non solo il triplo del maggiore «grattacielo» di Mestre, non solo quasi 100 metri più della più torreggiante delle ciminiere di Marghera (poco male…), ma sfonderebbe di 110 metri il limite per la sicurezza degli aerei fissato dall’Enac. Un problema serio.

Da giorni i sostenitori del progetto, dalla presidente della Provincia Francesca Zaccariotto al governatore Luca Zaia (che si è speso al punto di definire Pierre Cardin «il nostro Lorenzo il Magnifico»), lanciano accorati appelli perché le autorità preposte alla sicurezza dei voli diano una deroga: «Non possiamo permetterci di perdere questa occasione». Ma Vito Riggio, alla guida dell’Enac, ha risposto a tutti che la legge è legge: «I limiti nelle città che ospitano aeroporti sono chiari. Se non ci sono rischi per gli aerei, okay. Ma se ci sono, i limiti sono invalicabili. E se esistono o no i rischi, lo decidiamo noi».

Vada come vada, c’è un’altra trincea aperta. Quella di chi teme che il «Palais», per quanto possa venire bello, sia così spropositato da cambiare lo skyline di Venezia. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari, al pari di molti come l’ex «ministro ombra» dei Beni culturali Franco Miracco, non ha dubbi: «Cardin vuol lasciare un segno a Venezia, ovvio: lo facesse identico a Mosca o a Chicago certo il segno non lo lascerebbe. Al di là di ogni giudizio estetico, mi pare una cosa da emiri. Che per mostrare la ricchezza tirano su palazzi sempre più alti. Se Cardin è un uomo di gusto dovrebbe capirlo. Perché quel dito enorme verso il cielo? Perché non far tre “Palais” alti un terzo? Vuole che si veda? Non è così che ci si misura con Venezia…»

Vittorio Sgarbi, che pure su certe cose è assai bellicoso, la vede diversamente: «Lo skyline di Venezia è già rovinato dalle ciminiere del petrolchimico. Il Palais mi pare anzi una buona soluzione. È una specie di scultura, come la Nike di Samotracia o il Colosso di Rodi. Deve essere vista per forza.

Ha una forza di aggregazione che aiuterà Marghera». Corrado Clini, il ministro dell’Ambiente, concorda: «So che vado a cercarmi grane ma devo dirlo: mi piace questa contaminazione… A parte il fatto che se uno come Cardin viene a mettere i suoi soldi e il suo nome a Porto Marghera è da stupidi respingerlo, è difficile considerare il “Palais” in contrasto con la bellezza di Venezia. Certo, bellezze diverse. Ma è bellissimo. E molto innovativo».

Mentre il sindaco Giorgio Orsoni cerca di trovare la quadra, un ambientalista storico come Gianfranco Bettin spiega che certo, «è difficile dire che lo skyline sarebbe più brutto. Ed è molto positiva la scelta di Marghera. Ma il punto è un altro: c’è il rischio che il Palais Lumière sia così grande ma così grande da essere sproporzionato rispetto a tutto il resto, non solo a Venezia. E chi ha la testa sul collo deve pesare bene le cose».

Il guaio è che il vecchio stilista emigrato ha fretta. Ha 92 anni e vede in quella sua creatura il cesello della sua vita. L’ha già detto: o così o niente. O i veneziani gli danno l’ok entro poche settimane o se ne va da un’altra parte. Una brutta faccenda, per chi come a Venezia è convinto che certe scelte abbiano bisogno di tempo.

da dagospia.com

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