Il forte di Bard

La ricchezza di Bard lo sguardo dal forte
Bard, villaggio valdostano
Nel borgo valdostano paesaggi mozzafiato e specialità gastronomiche

Se lo vedi dall’alto, ti pare di vedere un ammasso di pietre, percorso, a mezzo, da una via stretta, con un vecchio acciottolato segnato ancora dalle ruote dei carri delle legioni romane»: così scriveva di Bard un redattore del Messager Valdôtain nel 1959. E così è ancor oggi, perché questo borgo alpino, con i suoi tetti in lose di ardesia che si stringono gli uni agli altri, le case medievali segnate dai proiettili dell’assedio napoleonico, il ponte romano sul torrente Abard, ha mantenuto intatto tutto il suo fascino di luogo insieme inaccessibile e accogliente.

Alla sua posizione strategica – una stretta gola, passaggio obbligato per entrare in Val d’Aosta – Bard deve fortune e guai: cresciuto come villaggio di attraversamento romano, ha visto scorrere merci e truppe, ricchezze e violenze. Per questo, da quando esiste il villaggio, esiste anche una fortezza, abbarbicata alla roccia: prima celtica, poi dei signorotti locali, poi sabauda. Le sue mura fermarono persino Napoleone, per ben quattordici giorni, quando, nel 1800, dopo aver varcato il Gran San Bernardo si dirigeva in pianura con quattrocentomila uomini per sorprendere l’esercito austro-piemontese. La lunga resistenza della guarnigione austriaca esasperò il futuro imperatore, che fece radere al suolo il vilain castel de Bard. Qualche decennio dopo, i Savoia decisero di ricostruirlo ancora più imponente, su tre livelli di fabbrica tra i 400 e i 467 metri di altezza. E affidarono il controllo dei lavori a un futuro statista, il conte Cavour, che peraltro biasimò, per tutto il periodo che trascorse a Bard, la monotonia della vita di montagna.

Ironia della sorte, tra quelle stesse mura oggi c’è un museo dedicato proprio a quella vita: il Museo delle Alpi, interattivo come un parco tematico, che spinge a godere della montagna con tutti e cinque i sensi. Il forte, che ha visto terminare i complessi lavori di ristrutturazione nel 2006, ospita anche Vallé culture, un centro d’informazioni sul patrimonio valdostano; Le Alpi dei ragazzi, con laboratori e la possibilità di effettuare un’ascensione virtuale al Monte Bianco; e spazi per mostre. Le prossime sono «Tesori in soffitta. L’incanto dell’infanzia nei giocattoli di montagna» e «Wildlife Photographer of the year 2010».

Costeggiando le rive tortuose della Dora Baltea, in breve si raggiungono altri due famosi castelli valdostani: Issogne e Verrès, entrambi, in tempi diversi, residenze dei signori feudali della Valle, gli Challant: a Issogne invitavano gli ospiti a lasciare firme, preghiere o saluti sugli spettacolari affreschi che ricoprivano le pareti, mentre a Verrès, una torre a picco sull’Evançon, amministravano la giustizia scaraventando i colpevoli attraverso una botola dritti nel torrente.

Per i visitatori di Bard, la discesa è meno pericolosa ma quasi altrettanto ripida: si può percorrere a piedi la lunga scalinata, o prendere l’ascensore panoramico dalle pareti in cristallo che arriva fino al borgo. Da domenica 5 dicembre fino al 6 gennaio dietro le finestre illuminate del paese saranno esposti più di trenta presepi d’autore, accompagnati dal mercatino Noël au Bourg. Se ci si ferma per uno spuntino, qui è inevitabile assaggiare il lardo di Arnad, l’unico lardo europeo a Denominazione di Origine Protetta. Il suo sapore, particolarmentearomatico, è dovuto al rispetto di alcune tecniche antiche e alla cura per l’alimentazione del maiale, da cui sono esclusi i mangimi integrati per privilegiare ortaggi e castagne. La stagionatura, di almeno tre mesi, avviene nei doils, antichi recipienti in legno di castagno o rovere, in strati alternati a una miscela di aglio, sale, rosmarino, alloro e salamoia. Perfetto nei piatti tradizionali oppure da solo come antipasto, il lardo di Arnad dà grandi soddisfazioni anche in semplici panini con miele e rosmarino. Magari accompagnati da un bicchiere di vino dei rocchi di Bard, un rosso di uve nebbiolo di origine antica, che nasce proprio qui, nei vitigni coltivati sui terrazzamenti presso la strada romana e lungo le rive della Dora. Un altro sapore tipico del paese è quello dei fiuor di cousse , fiori di zucca ripieni e cotti al forno, mentre, se pensate di fermarvi a Natale, aspettatevi dopo la messa di mezzanotte una tazza di brodo bollente, le beuf de Noël.

Per chi ha nostalgia del panettone, invece, bastano cinque minuti di auto: Hône è il regno della micòoula, il suo antenato valdostano, un pane di segala arricchito da noci, fichi secchi, uva passa e, talvolta, scaglie di cioccolato. Nato nel Medioevo e tradizionalmente preparato sotto Natale, in suo onore il borgo organizza una giornata di festa l’8 dicembre. Lo stesso giorno, poco lontano, a Saint Denis, si celebra un altro simbolo delle festività, il vischio, con musiche e danze celtiche in costume, che si chiudono con un banchetto medievale. Insomma, vita di montagna sì, ma certo non monotona. Con buona pace del conte di Cavour.

Giulia Stok da lastampa.it