Il clima è cambiato Ora siamo noi gli orsi polari, dichiara il panel scientifico dell’Onu ( o non arrivano più abbastanza soldi alla lotta al cambiamento climatico) ?

'Climatica...mente cambiando Trentino Clima 2011Il clima è cambiato

Ora siamo noi gli orsi polari”, dichiara il panel scientifico dell’Onu. Perché c’è un altro modo di comunicare gli effetti del riscaldamento globale Finita la contrapposizione tra business ed ecologia l’approccio realista (e pragmatico) diventa la scelta obbligata.

SIAMO noi, adesso, gli orsi polari”. Noi uomini, a rischio per i cambiamenti climatici quanto gli animali che pensiamo più fragili. E adesso, non tra cent’anni. È questa la sintesi con cui PatriciaRomero Lankao, del National center for atmospheric research di Boulder, Colorado, ha presentato l’ultimo rapporto dell’Ipcc, panel scientifico dell’Onu sui cambiamenti climatici. Se non c’è niente di sostanzialmente nuovo nel rapporto, c’è però molto di nuovo nelle parole scelte per parlarne. Non più le parole della scienza, precise anche nel presentare l’incertezza, ma il senso di un fenomeno cogenteche impone di svegliarsi e agire. Adesso e per noi. Non per gli orsi polari.

La virata lessicale è importante e si segnala su più fronti, segno probabile della sua necessità. Fino a oggi l’argomento clima è stato infatti presentato a colpi di grafici, scenari lontani e frasi ipotetiche su cosa potrebbe succedere se riducessimo le nostre emissioni di CO2, in un futuro troppo lontano per misurarlo con il metro delle nostre brevi esistenze. E poi ghiacciai che si scioglieranno, isole del Pacifico con spiagge sommerse, animali in fuga verso i mari del nord. Distanze temporali e geografiche che hanno smesso di emozionarci.
Il risultato è che siamo diventati insensibili e sempre meno disposti a farci coinvolgere nella discussione, tanto più se l’estate è fredda e piovosa e possiamo pensare che questo, col riscaldamento che ci avevano promesso addirittura “globale”, abbia davvero poco a che fare. Ma una rondine non fa primavera, tantomeno un’estate, e il meteo non è il clima. Cioè: un agosto piovoso nel Nord Italia non cambia la sostanza di un fenomeno planetario. Così gli effetti dei cambiamenti climatici sono già qui, tra noi e già provocano eventi metereologici estremi in tutto il pianeta che sono cause di povertà, insicurezza alimentare, conflitti. E se fino a poco tempo fa si parlava soltanto della loro “mitigazione”, oggi dobbiamo attrezzarci a conviverci e si parla sempre di più di “adattamento”.
Non è soltanto una strategia per attirare l’attenzione. Se i cambiamenti climatici in atto, di ovvia responsabilità umana, hanno ricadute sulle umane attività sociali e produttive, parlarne in modo più chiaro diventa anche un’esigenza politica ed economica. In America, per anni, il dibattito ha spaziato dalle scene da fine del mondo dei film hollywodiani al negazionismo colpevole delle lobby del petrolio, pronte a corrompere politici e giornalisti perché minimizzassero il problema e denigrassero gli scienziati. Perché li chiamassero “catastrofisti”, “cassandre” e “profeti di sventura”. Dall’altra parte gli argomenti fondati sui risultati della ricerca, anche se spettacolarizzati come nel film di Al Gore Una scomoda verità (che vinse due premi Oscar e portò l’ex vicepresidente degli Stati Uniti al Nobel per la Pace nel 2007, insieme all’Ipcc), non hanno smosso di una virgola un’opinione pubblica sostanzialmente indifferente.
Ma ora è tempo di farsi i conti in tasca. A chi conviene un dibattito polarizzato su due affermazioni icastiche e contrarie come “gli effetti del cambiamento globale sono gravi” contro “gli effetti del cambiamento climatici non sono gravi”? A nessuno. Mentre converrebbe a tutti concentrarsi su una sola domanda: “e se gli effetti si sentissero”? È questa la sintesi del rapporto Risky business, pubblicato in primavera e aggiornato a fine luglio, che per la prima volta propone una lettura profondamente utilitaristica della questione climatica. A scriverlo non sono scienziati ma politici e uomini di finanza, per iniziativa di un trio inedito: l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, imprenditore e oggi politico indipendente, Henry Paulson, banchiere e segretario al tesoro nell’amministrazione Bush, repubblicano, e Tom Steyer, manager e ambientalista legato al partito democratico. Si parla al portafoglio e si parla di rischi: basta col terzomondismo e basta con la scienza delle proiezioni a cento anni e di tutte le loro paralizzanti incertezze. Non interessano (quasi) nessuno. Qui rischiamo di perdere subito soldi, case, infrastrutture. E questo interessa tutti.
L’obiettivo di Risky business è chiaro fin dal titolo e «non è quello di confrontarsi con gli scettici, ma di guidare l’economia e il governo americano — scettici e non — a pensare ai rischi potenziali del climate change e di considerare se non sia il caso di non stipulare una polizza assicurativa». Laddove «polizza assicurativa» sta per “un provvedimento cautelativo”, come fu il protocollo di Montreal con cui abbiamo vietato l’uso di certe sostanze chimiche quando cominciò a porsi il problema del buco nell’ozono.
Risky business si riferisce solo agli Stati Uniti: alla ricaduta in termini di costi degli uragani sulle città costiere e sulle attività agricole, agli aumenti di domanda di elettricità per i condizionatori nelle prossime torride estati californiane. La sua linea è parallela a quella adottata in primavera dal più grande centro studi americano dedicato al clima, all’ambiente e all’energia: l’ Earth Institute della Columbia University di New York. Lì, come ha raccontato Federico Rampini in un articolo del 22 aprile scorso uscito su Repubblica, si sono chiesti come attrarre l’attenzione sulle energie pulite, e raddrizzare la politica di Obama che dopo tante promesse green sembra essere tornata al black dei combustibili fossili. E si sono risposti: bisogna cambiare parole, bisogna parlare ottimista. Così adesso il discorso “è verde, conviene e crea posti di lavoro”, e basta coll’elenco di sacrifici e apocalissi.
Ma se quella economicista è una tendenza americana, il cambiamento del lessico si sente anche qui. Perché c’è una differenza importante rispetto al passato, globale come è globale il clima. Cioè un tempo i dati erano pochi e si poteva citare il negazionismo dell’ Ambientalista scettico di Bjørn Lomborg ignorando che Lomborg stesso nel 2010 avrebbe cambiato idea. «Ma oggi le prove del riscaldamento globale sono tante e tali che nemmeno i negazionisti ci provano più — spiega Stefano Caserini docente del Politecnico di Milano e coordinatore del blog Climalteranti — questa, in un certo senso, è una pessima notizia. Non abbiamo una controparte vera, e in più i dati sono così impressionanti che se ce li avessero dati dieci anni fa saremmo stati noi a dire che era catastrofismo». Perciò focalizzarsi sull’attualità invece che sul futuro è un modo efficace ma soprattutto drammaticamente sincero per sollevare il problema. E potrebbe far superare le chiusure da parte del pubbli- co verso l’argomento. «Ho l’impressione che in Italia parlare del riscaldamento globale sia più difficile che altrove — aggiunge Mauro Buonocore, dell’ufficio stampa Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici — Ma è vero che anche da noi, come in tutto il mondo, sarà sempre più importante parlare del rischio e di come imparare a gestirlo. Lo ha sottolineato di recente una ricerca del Reuters institute per lo studio del giornalismo dell’Università di Oxford: è un approccio che funziona meglio». Del resto, come ha scritto il giornalista Charles C. Mann su The Atlantic, “il cambiamento climatico è un effetto collaterale della modernità” e attuali sono i suoi effetti. Sugli orsi polari, come su di noi.
Da La Repubblica del 22/08/2014. Silvia Bencivelli via triskel182.wordpress.com

Leave a Reply