Il carnevale di Panama 2012

Sensualità & business. Panama sfida Rio

Solo nella capitale sono attese 300 mila persone per il Martedì grasso, dopo 4 giorni di celebrazioni. Obiettivo: essere all’altezza dei rivali brasiliani. Un paese in festa, anche per il boom economico

Folclore e business si fondono per le strade di Panama City in festa per il Carnevale. I carri allegorici, con le regine di bellezza vestite secondo le più antiche tradizioni, sfilano tra le sagome dei grattacieli di cinquanta piani. Scuole e uffici pubblici restano chiusi per quattro giorni, mentre nei cantieri del boom edilizio si lavora anche di notte. Decine di migliaia di persone si abbandonano al rito locale delle mojaderas – potenti getti d’acqua lanciati sulla folla che balla – mentre negli uffici del centro si vedono scene da piccola Manhattan. Perché Panama è un raro mix di contraddizioni. E la sua festa più importante, il Carnevale, ne è uno specchio.

Regine e principesse. C’è la bellezza femminile al centro del Carnevale di Panama. E la festa, che dura da venerdì al Martedì grasso, parte proprio con la Coronacion de la Reina, l’incoronazione di una “regina”: una Miss, che sarà presente a tutte le celebrazioni, accompagnata da due principesse. Quest’anno lo scettro è andato a una diciottenne che possiamo definire una figlia d’arte, visto che nella sua famiglia in passato ci sono state altre regine, in varie città del Paese. Si chiama Estefania Mora e la sua proclamazione è avvenuta in un assedio di telecamere e teleobiettivi, come da copione. Lei, a partire da sabato, è alla testa di una sfilata di 25 carri per le vie della città. Con il tema della parata che cambia ogni sera. E l’Autorità del turismo che segue anche i dettagli delle manifestazioni.

Ma a Panama il Carnevale non è certo un’esclusiva della capitale. Le altre feste di grande richiamo sono a Penonomé, dove la sfilata dei carri avviene lungo il fiume; e a Las Tablas dove due strade della città – Calle Arriba e Calle Abajo – si sfidano con altrettante regine rivali: la battaglia è combattuta a colpi di esibizioni, abiti e troni costosi e la popolazione arriva a tassarsi per contribuire.

Mix a sorpresa. Al di là delle particolarità locali, c’è un rito però che accomuna il carnevale in tutte le città di Panama: i culecos o majaderas, vale a dire abbondandanti getti d’acqua sparati da camion cisterna sulla folla riunita a ballare o ad ascoltare l’esibizione di qualche artista. Acqua mediamente accolta con sollievo visto che il carnevale capita d’estate quando (come in questi giorni) il termometro difficilmente scende sotto i trenta gradi. Più che altro – e l’avvertenza vale soprattutto per i turisti – i culecos possono riservare qualche spiacevole sorpresa a macchine fotografiche e videocamere.

Per il resto, la festa vive ovunque di un insolito mix di ingredienti: religiosità e sensualità, innanzitutto. E così capita di sentire il deejay dal palco che prima incita la folla a gridare “Io credo in Dio” e dopo pochi minuti, con lo stesso tono e fervore, incalza: “Ora ditemi quanto vi piace fare l’amore”. Questo mentre i crocifissi spiccano sui generosi décolleté delle donne in maschera. E poi c’è il mix di suoni e di balli: salsa, merengue, reggae, bachata, tipico – che è la musica popolare panamense –  e perfino il rock riadattato in versione latino-americana. Tutto insieme, a prova che il mix di culture qui ha prodotto un patrimonio musicale particolarmente vario. E il gusto per le commistioni può arrivare perfino a un ossimoro calcistico quando la folla in festa, invitata dal musicista sul palco a inneggiare alle passioni della vita, scandisce “Viva Barcellona” e subito dopo “viva Real Madrid”.

La vetrina del Carnevale. Ai margini delle strade chiuse per il Carnevale – tra rigorosissime misure di sicurezza – spunta la protesta dei Ngabe Buglé, la principale delle sette tribù indigene del Paese. Manifestano contro il progetto idroelettrico del governo, destinato a passare per le loro terre. Contestazioni cui si associano gli ambientalisti. Segnali di inquietudine in un Paese che si è sviluppato in  modo impetuoso – Panama ha il tasso di crescita più alto di tutto il continente americano – lasciando però indietro una parte della popolazione: in particolare le comunità indigene.

L’Economist paragona Panama a Singapore, il New York Times a Dubai. L’exploit economico del Paese (con una crescita che ha sfiorato l’8 per cento nel 2011) è fondato in particolare sul business del canale che è in via di ampliamento, su un regime fiscale privilegiato, e poi sull’industria delle vacanze. La natura offre 3 mila chilometri di coste su due oceani e una quindicina di parchi: il Carnevale può essere, per tutto questo, un’ottima vetrina. L’obiettivo? Farne un simbolo all’altezza di Rio de Janeiro e New Orleans.

Il governo ha stanziato oltre due milioni di dollari per questi quattro giorni di festa, cui vanno aggiunti i finanziamenti degli sponsor privati. Una somma importante, in un Paese di 3.300.000 abitanti. “Il 10 per cento del nostro prodotto interno lordo dipende dal turismo – ci spiega il viceministro Ernesto Orillac – ed è una percentuale in continua crescita. Così come quella degli stranieri in arrivo per il Carnevale. Il 65 per cento di loro viene dall’America latina, il 25 da Stati Uniti e Canada, l’Europa rappresenta la sfida del futuro. Comunque già quest’anno, per la chiusura della festa, solo per le strade di Panama City ci aspettiamo in tutto 300 mila persone”. Insomma, questo vuole essere il Paese del business e della pianificazione. Anche per una festa popolare come il Carnevale.

di Tiziana Testa da repubblica.it

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