Hotel migliorano le prenotazioni

boscolo-hotels-de-la-villeHotel, fare il pieno a prezzi bassi

Il tasso di occupazione delle camere risale con decisione, arrivano i turisti dai paesi emergenti. A invertire la tendenza negativa del 2009 il taglio dei listini che però sta comprimendo ai minimi i margini delle imprese. Che chiedono più attenzione dal governo
«C’è una ripresa dell’occupazione delle stanze ma un calo del ricavo medio per camera, segno che persistono squilibri. Per questo bisogna intervenire subito per sgravare il settore dei tanti, troppi oneri che frenano lo sviluppo», Elena David, presidente Confindustria Aica, l’associazione italiana delle catene alberghiere, è in guerra con il governo. Da anni il settore denuncia tassazioni esagerate e ostacoli burocratici che rendono meno competitivo il nostro paese rispetto ad altri. Ma non sono riusciti a farsi sentire neanche quando le cose mettevano al peggio. Figuriamoci ora, che il sole è tornato a splendere sul turismo italiano.
I dati Enit sui flussi globali non sono ancora disponibili (al momento di andare in stampa). Ma il Global Blue Index, indice che misura gli andamenti turistici in base al tax refund, dice che siamo di fronte a un’impennata: a parte il Giappone, 7,46% tra gennaio e giugno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, le vendite si sono impennate. Soprattutto da parte dei turisti dei paesi emergenti: i cinesi hanno fatto registrare +73,82%; Taiwan +87,53%, e il trend è destinato a crescere.
«Nei mercati emergenti la crescita della classe media trainerà una significativa domanda sia di turismo che di ospitalità business», racconta Nadia Fontana, responsabile per Deloitte Italia del settore Tourism, Hospitality & Leisure, che ha appena dato alle stampe un report globale sul settore. Spiega Fontana: «Sono soprattutto i giovani professionisti di Cina e India, che parlano inglese e hanno un reddito elevato, i più disponibili a viaggiare. E il crescente interesse nella cultura e storia di questa nuova generazione aumenterà l’interesse verso l’Italia come destinazione».
Aumentano i turisti brasiliani +49,14% e i turchi non sono da meno: +46,08%. Sono tornati anche gli americani, + 25,50%. Una altro segnale positivo è che oltre ai volumi è salito anche che il costo medio della spesa. Tutto bene, allora? A quanto pare no.
L’osservatorio Aica, che tiene sotto monitoraggio le presenze negli alberghi, registra ad aprile di quest’anno rispetto all’aprile del 2009 che i tassi di occupazione delle stanze sono saliti del 9,2%, ma a fronte di un prezzo d’offerta cresciuto del 7,8 il prezzo medio giornaliero effettivamente incassato è sceso dell’1,3%. Come dire: sul listino una cifra, ma poi per fare il pieno si tratta e bisogna limare, pure tanto. Un risultato che penalizza solo l’Italia. I dati medi dell’Europa di Str Global vedono nel Vecchio Continente tutti gli indicatori in risalita, ma secondo un trend opposto a quello nostro. A fronte, infatti, di un incremento di occupazione del 5%, e del costo per stanza al listino dell’8,5%, il prezzo medio giornaliero effettivo si è assestato a + 3,3%. Insomma, lo sconto lo fanno anche tutti gli altri, ma ci guadagnano comunque.
Da noi i margini sono sempre più compressi: «Siamo in una fase di prezzi ante 2005, per i turisti va bene, ma per le imprese no, considerando che nel frattempo il costo del lavoro, della pubblica amministrazione e delle utenze è cresciuto.
Come se non bastasse ci si è pure messa la manovra finanziaria che rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Si prevede l’imposta di soggiorno per Roma. Non solo. «L’ultima è di giugno racconta David con due diversi provvedimenti l’Agenzia delle Entrate ha deciso che tutte le commissioni pagate da alberghi italiani a tour operator o gestori di siti di altri Stati comunitari sono prestazioni di tipo generico, che vuol dire che devono essere riepilogate tutte le prenotazioni nell’elenco Intrastat: senza entrare in dettagli tecnici, vuol dire una mole di carta e procedure per transazioni di piccoli importi, già registrate nell’autofatturazione. Un altro onere si è aggiunto per i turisti provenienti dai paesi black list: da marzo il ministero dell’Economia ha disposto che si debbano comunicare alle Entrate tutte le operazioni effettuate nei confronti di operatori domiciliati nei paradisi fiscali: anche per una notte, per un importo di 100150 euro».
E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli operatori, già esasperati per l’Iva tra le più alte in Europa, hanno deciso di dare battaglia. Tanto più, dicono, che gli oneri continuano ad accumularsi sugli operatori più strutturati, e già tartassati. Mentre non toccano minimamente bed & breakfast, agriturismi e realtà di dimensioni minori e tipologia differente: «Operiamo tutti nello stesso settore», protesta David. Il turismo, secondo le stime di Bain, vale oltre l’11% del Pil italiano, contro l’8 dell’auto. Ma non gode della stessa considerazione.
Il rischio è di frenare gli investimenti: «Siamo andati meglio, il leisure, il turismo vacanziero, ha fatto registrare una buona performance soprattutto tra aprile e maggio, ma i prezzi restano bassi. Il sentiment è positivo, i volumi sopperiscono al fatturato, ma alla lunga è difficile rifarsi degli investimenti», racconta Palmiro Noschese, consigliere Aica nonché direttore di Sol Melià Italia. La multinazionale che ha 350 alberghi nel mondo, in Italia ha 3 strutture superlusso, una quarta sta per sorgere al Gianicolo a Roma, ma l’obiettivo è arrivare presto a 10. «Le catene internazionali hanno continuano a investire anche durante la crisi», incalza Noschese.
Ma il problema dell’Italia è il nanismo. Solo il 4% delle strutture alberghiere è di una catena internazionale, contro una media europea del 20%. Il trend di mercato, invece, va in tutt’altra direzione. Nel mondo delle crociere, per esempio, tutta una serie di servizi finora svolti all’esterno da realtà minori, a partire dalle biglietterie marittime, vengono via via inglobati dai grandi operatori. Segno di una grande maturazione economica. Tra i piccoli alberghi indipendenti, invece, la parola d’ordine è “fare network”, ovvero associarsi per tutta una serie di iniziative commerciali, di marketing in qualche caso anche di acquisto per conquistare massa critica senza rinunciare a restare una boutique dell’ospitalità.
In questa direzione va la nascita di Confindustria Hospitality, che riunisce sia Aica che Confindustria Hotels, guidata da Maria Carmela Colaiacovo, l’ombrello sotto cui si raccolgono gli hotel indipendenti. Grandi e piccoli. Tutti uniti nella protesta.
PAOLA JADELUCA da repubblica.it