Happy Birthday Dolomiti !

di | Agosto 17, 2014

quiz_dolomiti5Buon compleanno Dolomiti. Meraviglia di roccia pallida
Nel 1864 la “scoperta” britannica e la salita dell’Adamello. Un secolo e mezzo dopo l’apoteosi di una regione unica. Fino al 13 settembre le celebrazioni con «Happy Birthday Dolomiti!»

Ciò che è e ciò che era: natura e uomini inciampano nelle radici del tempo nel dedalo delle Dolomiti. Confini variati, alterati. Dalle catastrofi delle ere, quando il gruppo del Brenta, i «monti pallidi» di Trento, nasceva in roccia chiara accanto alla Presanella o all’Adamello di altra stirpe geologica.
Sono trascorsi milioni di anni, dal mare in fuga che lascia la dolomia in barriere simili a quelle coralline, alle eruzioni vulcaniche, rocce scure, laviche che si ergono nello scontro titanico tra piattaforme continentali. Ma ciò che avviene oggi nelle terre del Brenta è un ricordo più vicino, un secolo e mezzo, quando un uomo allora austroungarico, il boemo Julius von Payer toccò la vetta dell’Adamello.

Il pittore e esploratore artico ai giorni nostri sarebbe un cittadino della Repubblica Ceca, così come sono italiane le Tre Cime di Lavaredo, che possiedono la silhouette più vista e famosa delle Dolomiti e allora appartenevano alla terra di Cecco Beppe, l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Per quella bandiera morì sul Monte Paterno Sepp Innerkofer, guida alpina, colpito da un masso scagliatogli in testa dall’alpino Pietro De Luca. Il mondo in guerra ricordò e pianse il grande alpinista, fra i tanti morti di una guerra che avrebbe dovuto finire subito.

Sepp era nato a Sesto, che poi sarà italiana, nel Sud Tirolo, l’Alto Adige. Le sue spoglie riposano in quel cimitero dopo essere state sepolte e onorate dai suoi nemici-amici sulla vetta piatta del Paterno. Di lì Sepp aveva visto bruciare il suo rifugio ai piedi delle Tre Cime: gli alpini lo avevano individuato con il faro che avevano piazzato sulle splendide vette e bombardato.
La guerra ha bucato e bruciato rocce di un dedalo unico nel Pianeta: le Dolomiti sono il libro sicuro per poter sfogliare la storia della Terra. E da oggetto scientifico di sorpresa e valore sono diventate un paesaggio da sogno e leggenda da trasferire nel mondo più prosaico e utile dell’economia: viaggi e turismo. Gli inglesi, sempre loro, corsari in mare, esploratori di terre, dai deserti piani a quelli verticali.

Il «Murray’s Handbook» è uno dei due diari che innescò la scintilla della curiosità per monti strambi e splendidi, unici, sparsi in un lembo tormentato nel Nord-Est dello Stivale. Nel 1837 John Murray lo fece pubblicare a Londra. L’altro testo è del 1864, i celebrati 150 anni, con Gilbert e Churchill che scrivono e pubblicano il «The Dolomite Mountains». È l’apoteosi: il nome di una roccia che si fa regione. Un’invenzione che intreccia la sua storia con quella di Horace Benedicte de Saussure, lo scienziato ginevrino che alla fine del Settecento lanciò la corsa alla vetta del Monte Bianco.

Proprio in quegli anni il francese Déodat de Dolomieu scoprì la particolarità della roccia «pallida» e il figlio di De Saussure, Nicolas, le analizzò in laboratorio e la consegnò al mondo con il nome di «Dolomite». E fama fu.
Ora è il Brenta al centro dell’attenzione. Sono a Ovest del fiume Adige e segnano il confine con i gruppi che i geologi chiamano «intrusivi» di Adamello e Presanella. Si srotola per 40 chilometri il nastro di rocce largo 12. Ha i piedi bianchi, coni di detriti che paiono lisciati, poi pascoli che dimenticano le asprezze e accolgono malghe dove il turismo pare di casa. Proprio quell’apparente paradosso tra verticalità di rocce e pascoli pettinati ha fatto la fortuna di queste terre. Vigneti e allevamenti, più in alto rifugi diventati luoghi di tappa di trekking.

Le rocce, divise in linee perfette, in diedri, guglie e cenge sono un paradiso degli alpinisti, tra l’imponenza della Torre Brenta e l’eleganza del Campanile Basso. Lì, dove l’austriaco Paul Preuss legò la sua fama di purista dell’arrampicata s’incontrarono due «mostri sacri» dell’alpinismo: il trentino Cesare Maestri che scendeva veloce sulle rocce verticali e l’austriaco Kurt Diemberger che in una delle sue prime esperienze dolomitiche arrancava in salita insieme con due compagni di cordata.

L’alpinismo con i viaggi degli inglesi e del mondo germanico, le vacanze della celeberrima principessa «Sissi», lanciarono ciò che non poteva essere non visto: la bellezza di un mondo emerso dall’antico oceano per consegnarsi in un sistema di monti scolpiti da una sapiente erosione. I piedi verdi dei muri di roccia pallida accolgono un turismo montano fra i più ricchi d’Europa, dalle vacanze enogastronomiche nel circuito dei «masi» ai chilometrici collegamenti sciistici intervallivi.

ENRICO MARTINET da lastampa.it

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