Haiti ed il capodanno del Vudù

Il capodanno del vudù tra sangue e profezie

Una manifestazione vudù ad Haiti
Nel 2011 non vestitevi di rosso, chi lo fa potrebbe imbattersi in situazioni pericolose, disgrazie, malattie»: così, sul trono di legno foderato di pizzi, Daagbo Hounon Houna II, capo supremo del vudù, snocciola i consigli dell’oracolo conosciuto col nome onomatopeico di Fa. È la prima volta che Sua Maestà, come lo chiamano i fedeli, accetta di parlare con una giornalista italiana.

Nella capanna dal tetto a cono – alle pareti tracce di sangue dei sacrifici, su una stuoia conchiglie e ossa – avviene il rito di purificazione, l’inchino a piedi nudi e il bacio alla terra purpurea cotta dal sole, la condivisione di acqua e vodka africana. Quindi Daagbo Hounon, occhi severi, stazza imponente, amuleti e collane sopra la tunica bianconera, concede un’altra profezia: «Sarà un anno difficile per le donne che desiderano avere figli, vanno protette in modo particolare».

Ma Sua Maestà ha anche un messaggio interreligioso di tolleranza, in attesa della visita di papa Benedetto XVI, prevista per il prossimo novembre: «Il dialogo è il valore cardine del vudù: predichiamo onestà, pace, amore, armonia. Questo auguro a cristiani e islamici, che si ascoltino di più: senza ipocrisie si può porre fine alle tensioni». Siamo a Ouidah, 65 mila abitanti «sulla costa degli schiavi» (Benin), capitale del vudù, antichissimo culto riconosciuto come religione ufficiale solo nel 1996, oggi praticato da 80 milioni di persone.

In questo squarcio d’Africa oscura, mistica, come vuole la penna di Bruce Chatwin, dove lo smog sputato dalle marmitte di vecchie auto si mescola ai fumi dei falò, si è appena concluso il festival internazionale del vudù, che ha portato davanti al monumento della «Porta del non ritorno» (da qui partivano gli schiavi per l’America), migliaia di seguaci, da Brasile, Caraibi, Europa, Cuba. È la Mecca degli animisti: due settimane di riti ancestrali per propiziare il futuro, purificare i villaggi dalle ostilità, ingraziarsi gli spiriti, e un Capodanno, il 10 gennaio (unica data accessibile al pubblico), di deliranti danze tribali. Sono i giorni in cui la povera Africa non piange più, ma canta e balla, suona e prega.

Il vudù non è, come si crede, magia nera, feticismo immotivato, hollywoodiani zombie, ma un’articolata religione panteista, con cerimoniali, templi e congregazioni. «Protagonisti sono i voduns, divinità antropomorfe – spiega Bruno Barba, antropologo e ricercatore all’Università di Genova, che è stato in Benin -. Forze della natura da rispettare in cambio di protezione». Ci sono spiriti del mare, dei morti, delle tempeste, del ferro, della fertilità, e anche Erzulie, la mitologica Venere africana.

Nel Tempio del pitone, al centro di Ouidah, ci si affida ai poteri di oltre quaranta serpenti, simbolo di vitalità e doppiezza, nutriti e adorati: le offerte scandiscono la vita delle tribù come le nostre Ave Maria. Nei giorni dei riti tra le bidonville fiorisce il mercatino dei feticci: gli ambulanti vendono teschi di scimmie, di cani, rettili e topi, e poi farina di mais impastata con olio di palma con cui cospargere i corpi seminudi durante i balli, ma nessuna bambolina da infilzare: «Quelle sono sciocche credenze degli occidentali, è come se per parlare di cristianesimo si facesse riferimento al satanismo.

Qui l’aspetto religioso supera il folklore» spiega Flavio Nadiani, di Faenza, che con la moglie beninese ha aperto a Ouidah la «Maison de la Joie», casa-famiglia per donne in difficoltà e bimbi salvati dalla schiavitù. Poi l’orchestra di bonghi fa tremare la terra, solleva polvere rossa e annuncia la comparsa degli Zangbeto, uomini-pagliai che incarnano gli dei a guardia dei villaggi e girano veloci come Dervishi, emettendo mantra gutturali.

Hanno il potere di punire ladri e malfattori, perché qui gli dei sono entità famigliari, funzionali alla struttura della società, insegnano ordine e regole. Nelle strade un fiume di gente tarantolata partecipa alle piroette dei Revenant, che fanno roteare sulla testa un mantello a spirale: è lo spirito dei defunti. E al tramonto i più piccoli sono accompagnati nel bosco sacro per la cerimonia dell’iniziazione, mentre in città si deve stare attenti a non incrociare lo sguardo degli Oroh, divinità malefiche: si dice che si aggirino insieme al vento e se li incontri resti segnato dalla sciagura.

Linda de’ Nobili, fotografa romana, li ha evitati. Ha immortalato invece il sacrificio di un pollo, in una capanna: «Ho visto mentre lo sgozzavano». Funziona così: scegli la divinità, esprimi il desiderio e le offri un animale per ingraziartela. Se il desiderio si avvera, devi tornare a ringraziare la divinità. Al festival si vedono anche prove di forza e martìri: adepti in trance si feriscono il ventre coi coltelli, uomini ingoiano cocci di vetri, altri immolano pecore e galline. Spettacolo troppo duro per una coppia francese, sotto choc, soccorsa da un gruppo di medici italiani.

Il popolo chiede raccolti buoni, parto indolore, guarigioni, piogge. E sicurezza per i villaggi. Per il Benin, dove a marzo ci saranno le elezioni presidenziali, il rito clou del festival – una capra cui Daagbo ha reciso la carotide, tra gli applausi dei fedeli – promette serenità, politica e spirituale: «Ouidah è e resterà d’esempio: abbiamo la cattedrale cristiana, la moschea, una chiesa protestante in arrivo, e il nostro Tempio del pitone, nello stesso quartiere» dice Sua Maestà da quest’angolo di Benin, tra i più poveri al mondo, dove lo spirito di fratellanza lo insegnano pure i proverbi: «Solo le montagne non si incontrano mai».

MIRIAM MASSONE
INVIATA A OUIDAH (Benin) da lastampa.it

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