Greyhound i pulman americani compiono un secolo

greyhound i pulman americani 14Era naturale, inevitabile, che questa forma di trasporto riservata a chi non può permettersene altre, ma non può rinunciare alla dimensione fondamentale della cultura americana, la mobilità, nascesse nell’Iron Range, nelle colline del ferro, tra le miniere del Minnesota, nella più proletaria delle Americhe. Laggiù, in quello che ancora era il lontano West nel 1914, un emigrato svedese di 27 anni, Carl Wickman, fu licenziato dalla società mineraria dove lavorava come picconatore. Tentò fortuna come venditore di automobili Hup, un’antenata del Modello T Ford e, non riuscendo a venderne neppure una, ebbe l’idea di proporre proprio alla società che lo aveva licenziato un servizio di navetta con i suoi trabiccoli invenduti fra i pozzi e il villaggio dormitorio di Hibbing. Non per pietà di quei minatori, ma per ridurre i “tempi morti” nello sfruttamento. Soltanto nel primo anno, con sette Hupmobile che riparava lui stesso, Wickman raccolse il favoloso utile di 8mila dollari, 200mila dollari di oggi.

Il nome che l’avrebbe reso immortale, Greyhound, fu ispirato dalla visione della silhouette di un suo autobus correre sulle vetrine dei negozi in città slanciata come un levriero. Non è leggenda il fatto che anche la sua azienda di trasporto collettivo ebbe nella seconda guerra mondiale la propria miniera d’oro per la semiesclusiva del trasporto privato di soldati. Con il 40 per cento dei propri autisti chiamati in servizio, Greyhound si scoprì forzatamente femminista e addestrò migliaia di donne a condurre i bus. In una campagna pubblicitaria usò appunto Grace, una femmina di levriero come propria testimonial. Quello che la guerra calda non fece, fece poi la guerra fredda, con la costruzione del sistema autostradale voluto da Eisenhowher nel 1951 che rese incomparabilmente più veloce “cavalcare il cane”.

Altrettanto inevitabile era che i suoi autobus, divenuti trama del tessuto sociale americano, entrassero nel mito e quindi nella cultura popolare. Dall’inattesa e straordinaria pubblicità ottenuta dal famosissimo Accadde Una Notte, il blockbuster con Clark Gable e Claudette Colbert premiato con l’Oscar nel 1934, al Dustin Hoffman nell’Uomo da marciapiede rannicchiato e agonizzante sull’ultimo autobus verso la Florida, Greyhound ha cullato le illusioni romantiche e le delusioni ideologiche di tre generazioni, dalla generazione in bianco e nero della Grande Depressione a quella con i colori psichedelici della Beat Generation. È sempre a cavallo del levriero grigioargento che Sal Paradise, l’alter ego letterario di Jack Kerouac, si lancia “On the Road”, sulla strada verso Chicago.

Ma il mito del coast to coast sul bus è, come tutti i miti, qualcosa che raramente è esistito. Nonostante il continuo ammodernamento, un autobus resta un autobus. Sugli ultimi modelli, che ho provato a utilizzare per il breve tragitto fra Washington e Baltimora, appena 90 minuti, ci sono wi-fi e piccoli schermi Lcd sullo schienale, ma la toilette resta da astronauti. Un viaggio da New York a San Francisco, per seguire il sogno di Kerouac, costa ancora soltanto 250 dollari, 100 meno del più low dei low cost, ma richiede budella di titanio, schiene di acciaio e vesciche alla fibra di carbonio. Il percorso più rapido prevede quarantuno fermate e due cambi di veicoli con soste in terminali, per un totale di tre giorni.

Quello che non cambia, e non cambierà neppure ora che la “navetta” del minatore disoccupato è la più grande azienda di trasporti in autobus del mondo sotto proprietà britannica è l’umanità che ne sale e ne scende. Tra Cleveland e Cincinnati, una signora di età avanzata accoglie i passeggeri distribuendo da un borsone gettoni di plastica con uno “smile”, sorriso. Sola nel mondo, si è autoproclamata “Ambasciatrice della Gentilezza”. Spiega di avere scoperto, dopo tre tentativi di suicidio e il mancato omicidio con ascia in fronte del marito seguito da soggiorno in carcere, che soltanto nella cortesia si trova un gettone di serenità su questa terra. Percorre ogni giorno il tratto fra le due città dell’Ohio, 10 ore complessive, regalando al vicino di posto il racconto della propria vita.

È questo, l’intersecarsi di tragitti umani affiancati per poche ore nella penombra dietro i grandi finestrini fumé, il servizio a bordo esclusivo e inimitabile che la tradotta del sogno americano offre. Sorprendentemente, le stazioni di cambio, i terminali della Greyhound quasi sempre relegati nelle zone più inquiete della città, non conoscono rapine, borseggi, violenze, risse. Sugli autobus, dove è vietato bere alcolici, e ovviamente fumare, l’etichetta e il rispetto reciproci superano anche il caravanserraglio dei grandi jumbo jet sulle lunghe tratte. Non tutti parlano la stessa lingua, ormai, ma il linguaggio del rispetto è di tutti.

L’autobus di linea, di fatto soltanto Greyhound anche se con livree diverse che pubblicizzano “One Dollar”, un solo dollaro per andare da Washington a New York (nota per il lettore: non è vero, un dollaro è il costo nominale) è il mezzo di trasporto più sicuro, anche più dell’aereo, secondo il Dot, il Ministero dei Trasporti. Nessuno ha paura di precipitare. I bambini e i neonati, spesso accoccolati accanto a madri che vanno o fuggono, non piangono. Tra il ronfare dei grandi motori diesel e il dondolio dolce delle sospensioni ad aria, dormono. Anche loro senza sapere dove vadano, come il Sal di Kerouac, ma decisi ad andarci, nel grembo tiepidi del cane che corre da cent’anni.

Guglielmo Zucconi da repubblica.it

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