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Grand Canyon e i nativi ( gli indiani ) e lo Skywalk requisito perchè offende la sacralità del luogo

Grand Canyon: la crisi dello Skywalk

Il belvedere è stato costruito in territorio Hualapai, ma senza ultimare il Visitor Centre. Per questa ragione,  i nativi ora lo hanno requisito in quanto “offende la sacralità del luogo”. Il mese prossimo la causa

La contesa è di quelle ad alto contenuto simbolico: una grande società di costruzioni contro una piccola tribù di nativi americani. In mezzo, quel ferro di cavallo in vetro che domina, con i suoi 1.450 metri d’altezza, una delle visioni più spettacolari del Grand Canyon, nel versante ovest. Lo Skywalk – questo il suo nome ufficiale – ha appena festeggiato il suo quinto compleanno, ignaro di essere al centro di una faida senza precedenti nella storia della nazione Hualapai. La tribù, infatti, ha recentemente esercitato il suo diritto all’espropriazione per pubblica utilità, riprendendosi il sito e di fatto cacciando la Grand Canyon Skywalk Development Corporation, che ha fatto causa. La questione verrà dibattuta in tribunale il mese prossimo.

Il braccio di ferro tra gli Hualapai (in lingua locale “popolo dei pini alti”) e la corporation è cominciato qualche anno fa, quando i nativi hanno a innervosirsi per un centro visitatori mai terminato alle spalle della passeggiata di vetro. L’edificio – una grande costruzione a picco sul Canyon – non è stato mai finito: da quando la Skywalk ha aperto al pubblico, nel 2006, il centro visitatori è rimasto incompiuto, uno guscio vuoto che – a detta dei nativi – “insulta la sacralità del Grand Canyon”. Il sacrilegio è tanto più grave se si considera che qui, secondo la tradizione Hualapai, ebbe origine il genere umano.

La genesi della Skywalk avvenne attraverso un processo ben noto alle tribù native, che vivono quasi esclusivamente di turismo e della memoria incarnata nei sedimenti del Colorado River. L’accordo con la Grand Canyon Skywalk Development Corporation doveva servire ad attrarre più turisti, come in effetti è stato. La tribù non ha mai incassato direttamente i soldi del biglietto (quasi 30 dollari a persona), ma ha comunque beneficiato della nuova attrazione diventata un “must” per il turismo lampo da Las Vegas, San Diego e Los Angeles. Per un po’ è andata bene, poi però la visione di quel visitor center mai terminato è diventata un affronto. “Un fatto imbarazzante, un motivo di sofferenza”, spiegano oggi i nativi”.

Le ragioni della mancata conclusione dei lavori non sono chiare. Le parti si accusano a vicenda di non aver tenuto fede agli accordi, in base ai quali la Grand Canyon Skywalk Development Corporation avrebbe dovuto realizzare il centro e gestire l’attrazione per 25 anni, dividendone i profitti. David Jin, proprietario della corporation, ha addossato la colpa alla tribù, accusandola di non aver condiviso i proventi e aver ordinato uno stop ai lavori. La disputa riguarda anche altri aspetti, come ad esempio chi avrebbe dovuto fornire l’infrastruttura per il progetti (dall’elettricità all’acqua, passando per gli scarichi).

Secondo l’imprenditore, i nativi avrebbero il solo intento di estrometterlo dalla Skywalk per prendere possesso del business. Sullo sfondo, un multi scontro di civiltà. Jin, che è di origini asiatiche, aveva cucito il progetto sui gusti dei turisti cinesi e asiatici, che ricoprono circa un terzo dei visitatori. Un altro aspetto che agli Hualapai non è mai andato tanto giù (in una delle loro denunce, i nativi annunciavano anche la fine dei “pasti confezionati cinesi e asiatici”).

di Giulia Belardelli da repubblica.it

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