Gli incendi al circolo polare Artico

RISCALDAMENTO GLOBALE: LA MINACCIA ORA SONO I ROGHI NELLA TUNDRA
Dopo 10 mila anni tornano gli
incendi oltre il circolo polare artico
In Alaska nel 2007 rilasciata una quantità di carbonio pari a quella immagazzinata in 50 anni

Il rogo dell’Anaktuvuk (da Bureau of Land Management) MILANO – Nel luglio 2007 il più grande incendio della tundra artica che si ricordi ha rilasciato nell’atmosfera una quantità di carbonio pari a quella immagazzinata nei 50 anni precedenti dal permafrost dall’intera tundra. Il rogo avvenne nella zona del fiume Anaktuvuk della catena dei monti Brooks nel nord dell’Alaska, come ricordano in un articolo apparso lo scorso 28 luglio sulla rivista Nature scienziati dall’Università dell’Alaska di Fairbanks e della Florida. L’incendio dell’Anaktuvuk ridusse in cenere un’area di 1.039 chilometri quadrati (pari a una media provincia italiana) e 2,3 milioni di tonnellate di carbonio finirono nell’atmosfera.
PERMAFROST – Il riscaldamento globale sta facendo finora sentire i maggiori effetti alle latitudini più settentrionali del pianeta. A parte il noto – ma ancora poco studiato nei dettagli – fenomeno dello scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e della riduzione della superficie coperta dalla banchisa nell’oceano Artico, ciò che preoccupa maggiormente è quanto sta avvenendo sulla terraferma in Siberia, Alaska e Canada. In particolare lo scioglimento del permafrost. Il permafrost è la parte superficiale del terreno permanentemente ghiacciato, duro come una roccia. Uno dei problemi è che il suolo, sgelando, diventa molle e fangoso e le abitazioni costruite sopra diventano instabili. Ma questo è un fenomeno secondario. Quello che preoccupa i climatologi è che il permafrost della tundra ha immagazzinato per millenni sotto forma ghiacciata enormi quantità di carbonio e di metano, che ora con il disgelo vengono rilasciati nell’atmosfera. Il metano in particolare è un potente gas serra, decine di volte più pericoloso dell’anidride carbonica. Con il riscaldamento, oltre al rilascio di questi gas, aumenta in modo considerevole il pericolo di incendi come quello del 2007.

UN FULMINE – In realtà si conosce poco dell’effetto degli incendi sul fragile ecosistema della tundra e sul rilascio di carbonio. Ma le estati artiche stanno diventando più lunghe e soprattutto più secche, esponendo il permafrost altamente infiammabile a minacce sconosciute da secoli. «Se piccoli incendi avvengono ogni 80-150 anni, la tundra ha il tempo di rigenerarsi», spiega Sydonia Bret-Harte, co-autrice dello studio. «Ma se ora avvengono con maggiore frequenza, diciamo ogni dieci anni, l’ambiente non ha il tempo per recuperare». Il rogo dell’Anaktuvuk venne innescato da un fulmine. «Normalmente ci si aspetta che un incendio scoppiato in un terreno umido come il permafrost in via di disgelo si spenga rapidamente», prosegue la studiosa dell’Università dell’Alaska. «Invece l’estate 2007 fu particolarmente secca, l’incendio non si spense e proseguì sotto traccia per settimane in una zona selvaggia dove era impossibile intervenire, finché in settembre forti venti estesero le fiamme». Il fumo era visibile fino a 24 chilometri di distanza da un campo dove erano situati gli studiosi.

DIECIMILA ANNI – «Incendi di queste proporzioni sono assenti da 10 mila anni nella tundra artica», ricorda Michelle Mack, che studia gli ecosistemi all’Università della Florida. La differenza di un incendio nella tundra rispetto al rogo in una foresta alle nostre latitudini è che nella foresta le fiamme bruciano gli alberi e le foglie cadute, mentre nella tundra, oltre a ridurre in cenere muschi e licheni che ricoprono il suolo, brucia il suolo stesso, il permafrost, distruggendo almeno il 30% di materiale organico che contiene. Considerando la vasta estensione della tundra – basta osservare una carta geografica per vedere che un’ampia percentuale delle terre emerse si trova alle alte latitudini e il permafrost ricopre tra il 20 e il 25% dell’intero emisfero settentrionale – lo studio pubblicato su Nature per la prima volta mette in guardia dalla bomba ecologica rappresentata dagli incendi della tundra, che possono condizionare l’emissione di gas serra e, anzi, secondo gli scienziati diventarne il fattore più importante. Ben più delle emissioni dei Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo che tutti vogliono contenere.

Paolo Virtuani da corriere.it

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